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GAS RUSSO, DIVERSIFICARE CONVIENE ALL’EUROPA?

di Fulvio Scaglione – E così Joe Biden ha invitato Svetlana Tikhanovskaja, la dissidente bielorussa che dall’esilio in Lituania si è autoproclamata vincitrice delle elezioni presidenziali e unica rappresentante del proprio Paese, alla cerimonia con cui, il 20 gennaio, farà l’ingresso alla Casa Bianca da Presidente. La cosa ha importanza soprattutto per ciò che fa presagire. Ovvero, una rinnovata pressione sulla Russia all’interno del cosiddetto “vicino estero”, quello che il Cremlino vorrebbe conservare come spazio riservato di influenza. Non è che la presidenza Trump, tra sanzioni crescenti e operazioni Nato ai confini, sia stata tenera con il Cremlino. Ma è facile prevedere che l’agenda clintobamiana di Biden punterà molto su diritti civili e democrazia per mettere in difficoltà la Russia, già descritta come “la più grande minaccia” alla sicurezza degli Stati Uniti. Altrettanto facile è prevedere l’altro pedale che la nuova amministrazione americana si troverà a pigiare, con l’aiuto di un consistente pacchetto di Stati della Ue: il gas russo, le forniture energetiche dalla Russia all’Europa.

Anche in questo caso si parla di “sicurezza”. Bisogna ridurre gli acquisti dalla Russia, “diversificare” le fonti di approvvigionamento, per ragioni non tanto di convenienza economica ma di sicurezza. Bisogna cioè fare ciò che nemmeno ai tempi dell’URSS, della Guerra Fredda e dei missili atomici si era pensato di fare. Questa idea che comprare il gas russo (arrivato puntuale per decenni, peraltro) sia un rischio per la sicurezza avrebbe una spiegazione razionale in soli due casi. Il primo è che la Russia abbia intenzioni aggressive nei confronti dell’Europa. Cosa davvero improbabile, se pensiamo che Gazprom vale il 5% del Pil russo e che il 70% dei suoi profitti vengono, appunto, dai commerci con l’Europa. Al di là di altri discorsi (strategici, militari…), pare difficile che la Russia decida di strangolare la gallina dalle uova d’oro, ovvero l’Europa. L’altro caso è che l’Occidente (gli Usa, l’Europa, entrambi, la Nato, boh!) abbia intenzione di aggredire con la forza la Russia. E anche questo non pare molto probabile.

Se poi si parla di sicurezza nel senso di forniture certe e costanti, in questo momento la vera incertezza non viene da Mosca ma da Varsavia e Kiev. La Polonia, che aspira a diventare uno hub gasifero in Europa e a pesare molto di più nella Ue, ha già annunciato di voler annullare tutti i suoi impegni di acquirente del gas russo (impegni che in ogni caso scadranno nel 2022), e di voler aiutare l’Ucraina a fare altrettanto. Peccato che proprio in Ucraina passino tutti i maggiori gasdotti che riforniscono l’Europa occidentale e che proprio quest’anno scada il contratto tra Russia e Ucraina per i diritti di transito. In altre parole, si delinea un futuro in cui, in Europa, il rubinetto del gas sarà nelle mani di Paesi in forte contrasto con la Russia e molto dipendenti dagli Usa. Ci si può stupire se Angela Merkel ha poca o punta voglia di annullare il progetto Nord Stream 2 che porterà in Germania il gas russo?

D’altra parte, in un discorso in cui le esigenze politiche fanno premio su quelle economiche e anche sul buon senso, è facile perdere di vista i numeri e i fatti. Il primo è che da qui al 2025 il fabbisogno di gas naturale in Europa sarà in crescita. Secondo le stime più attendibili, da un minimo di 20 miliardi di metri cubi a un massimo di 135 miliardi di metri cubi in più rispetto a oggi. Negli ultimi anni Gazprom, monopolista per l’esportazione del gas russo, è riuscita a difendere il proprio ruolo in Europa (40% delle importazioni e 30% dei consumi) ma con una forte riduzione dei ricavi (- 23 miliardi di dollari nel solo periodo 2013-2015) dovuta al crollo dei prezzi e un calo del volume assoluto delle esportazioni. Non ha migliorato la situazione, ovviamente, il lungo stop per manutenzione al funzionamento del Nord Stream, di cui la Russia sta appunto costruendo il raddoppio.

Tutto questo è in parte motivato dall’irruzione sul mercato del gas liquido, fornito soprattutto da Australia, Qatar e Usa, che hanno ovviamente tutto l’interesse politico ed economico a spingere l’Europa ad allentare la dipendenza dal gas russo (diversificare, appunto). Anche perché la Cina, la grande fabbrica del mondo, ha smesso di comprare gas liquido dagli Usa a causa delle guerre commerciali di Donald Trump, e sta riducendo gli acquisti dall’Australia. Quindi di gas liquido in giro ce n’è un sacco e i produttori americani e australiani ormai lavorano al limite della redditività.

Il problema, però, è che la crisi economica e il conseguente calo dei prezzi all’acquisto ha investito tanto la Russia quanto i rivali. Sono diventati poco convenienti, in questa situazione di navigazione a vista e di contratti a breve termine quando non spot, sia la costruzione di lunghi gasdotti sia quella dei grandi impianti per la liquefazione del gas. E in una eventuale guerra dei prezzi, secondo gli esperti, la Russia è tuttora meglio piazzata degli Usa e dell’Australia, potendo far valere la svalutazione del rublo, la possibilità di ridurre le tasse sull’export (quindi limare ulteriormente il prezzo di vendita) e l’eventualità di autorizzare anche altri operatori, per esempio Rosneft e Novatek, che è la più grande azienda russa per la produzione di gas liquido e la settima nel mondo, ad esportare il gas russo.

Gli americani hanno, dalla loro, l’arma politica, quella cui facevo cenno parlando di Polonia e Ucraina. Ovvero, la possibilità di intervenire sulle infrastrutture che regolano il transito del gas russo (in Ucraina) e la capacità di applicare una pressione tale da convincere un certo numero di Paesi europei (come la Polonia) e la stessa Ue a cambiare fornitore a dispetto della convenienza economica.

Come si vede, la sicurezza dell’Europa c’entra poco. In ogni caso la Russia non è rimasta a guardare. Anzi, si è messa a guardare. Ma verso Oriente, verso la Cina. È un matrimonio d’interesse, quello tra Mosca e Pechino. Ma l’interesse è grande, così grande da diventare un fattore politico. Il primo frutto importante di questo riorientamento (vogliamo dire diversificazione?) è stato Power of Siberia, il gasdotto che ha cominciato a funzionare circa un anno fa sulla base di un accordo tra Cina e Russia che vale 400 miliardi di dollari. Proprio sulla base di quell’esperienza, la Russia sta ora proponendo alla Cina la costruzione di un Power of Siberia 2 che sarebbe di gran lunga più interessante. Il primo gasdotto, infatti, entra in Cina in un punto distante 3.200 chilometri da Pechino. Il Power of Siberia 2, invece, passando per la Mongolia, entrerebbe in Cina a soli 560 chilometri dalla capitale,  cioè porterebbe il gas russo direttamente in una delle regioni più densamente popolate del Paese. E molto più vicino al cuore industrializzato della Cina anche rispetto agli impianti di stoccaggio e lavorazione del gas liquido, che si trovano a circa 1.200 chilometri da Pechino.

Rispetto al gas liquido, inoltre, il gas naturale siberiano avrebbe altri due vantaggi. In primo luogo, il costo economico. Il gas liquido che arriva in Cina dall’Asia Centrale (Uzbekistan, Kazakhstan, Turkmenistan) nel 2019 è costato in media 6,28 dollari per milione di Btu. Il gas russo estratto in Siberia potrebbe costare la metà. E poi il costo politico: la maggior parte delle importazioni cinesi di gas liquido arrivano da Paesi apertamente ostili come gli Usa o da loro alleati come l’Australia. Doppia convenienza per la Cina, che sta attuando una politica di riduzione a tappe forzate dell’uso del carbone a favore del gas, quindi, nel rivolgersi altrove, ovvero alla Russia.

In conclusione. L’idea di “diversificare” le fonti di approvvigionamento del gas forse sarebbe, per l’Europa, un’arma a doppio taglio. Potrebbe costare di più, creare più dipendenza dagli Usa, dare maggior potere a Paesi come la Polonia che già impugnano una forte leva di ricatto sulle autorità di Bruxelles (il “caso Recovery Fund” insegna) e rafforzare l’intesa tra Russia e Cina (per dirla meglio: spingere la Russia ancor più verso la Cina), con le inevitabili tensioni internazionali che ne seguirebbero. Quello che pensano gli americani, in particolare il circolo di potere clintobamiano che torna alla Casa Bianca con Biden, è piuttosto chiaro. La Russia è un boccone digeribile, quindi possiamo dichiararla una “minaccia”. Ma la Cina no, la Cina non si fa divorare, nemmeno dagli Usa. Quindi ci andiamo piano e la chiamiamo “competitor”, con l’idea che prima o poi un accordo si troverà. Bisogna però vedere se a un accordo spartitorio delle sfere di influenza politiche e commerciali è interessata anche la Cina. Che dall’espansione in Africa alla via della Seta, dal 5G all’Artico, dal clima al Mar cinese Meridionale, mostra invece tutta l’intenzione di giocare in proprio.

Fulvio Scaglione

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