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Posts tagged as “crisi”

IN ASIA CENTRALE NOSTALGIA DI MOSCA

di Lindsey Kennedy e Nathan Paul Southern       Sul treno notturno da Tashkent a Nukus in Uzbekistan (Asia Centrale), un ufficiale dell’esercito uzbeko ubriaco vuole sapere da dove veniamo. “Inghilterra” viene accolta con un’alzata di spalle vacua. Sentendo “Scotland”, però, il suo viso si illumina. “Scozia!” esclama, mimando la cornamusa. “Cuore impavido!” In un mix di russo fluido, inglese stentato e mimo, esprime un sentimento che rileviamo ancora e ancora, in tutto il Paese: la Scozia è per il Regno Unito come l’Uzbekistan è per la Russia, solo che nel caso dell’Uzbekistan l’indipendenza è stata conquistata. Quindi, senza apparente senso di ironia, l’ufficiale tira fuori il suo telefono e ci mostra il suo passato del presidente russo Vladimir Putin. Fa un pollice in su. “Putin, io amo”.

Crisi del gas e crisi del pensiero

Ci sono in giro molti sciocchi che pensano di compensare la sostanziale ignoranza della Russia facendo professione quotidiana di antiputinismo e praticando una russofobia da epoca vittoriana. Funziona. Conferisce dignità, procura collaborazioni. E poi ci sono quelli come Mark Galeotti, antiputinano feroce ma competente e intelligente. Uno che conosce le cose e pensa con la propria testa. Non proverò nemmeno, quindi, ad aggiungere qualcosa al suo articolo, che pubblichiamo qui accanto e che spiega perfettamente perché la Russia non c’entra nulla con la crisi del gas che ha colpito l’Europa. Russia che, anzi, è vicina a livelli record di fornitura. Sul tema, peraltro, Lettera da Mosca era intervenuta anche in passato (qui e qui ma non solo) e ci fa piacere che anche osservatori così attenti la pensino come noi.

Il voto e l’ossessione di Putin

È noto a tutti che Vladimir Putin non è arrivato in grandissimo spolvero al voto (si tratta di rinnovare i 450 seggi della Duma ed eleggere 12 governatori regionali) che la Russia ha affrontato in questi giorni. Gli indizi del nervosismo del Presidente sono evidenti, dalla misteriosa “vacanza” di quattro giorni trascorsa con il ministro della Difesa Shoigu in una località segreta della Siberia all’autoisolamento deciso dopo che, secondo le informazioni ufficiali, molti membri del suo staff sono risultati affetti da Covid. Curioso sistema di difesa (e il vaccino? e i tamponi? e i controlli?) che fa il paio con la vaccinazione, che Putin fece senza mostrarsi e senza rivelare con quale vaccino. E poi ci sono i segnali di qualche smottamento nella cosiddetta “verticale del potere”, cioè in quella struttura centralizzata di gestione del Paese che è stata forse il più vero e significativo successo di Putin. Prima del voto sono stati innumerevoli gli alti funzionari che, nelle diverse regioni, sono stati silurati con la classica accusa di corruzione. E ci sono personaggi fino a ieri importanti che paiono caduti in profonda disgrazia: per esempio Dmitrij Medvedev, già premier e Presidente, in teoria capo del partito putiniano Russia Unita ma del tutto assente dalla campagna elettorale.

ARMENIA, IL VOTO SULLE FERITE DELLA GUERRA

di Maurizio Vezzosi da Erevan (Armenia) – Arrivata alle elezioni politiche, l’Armenia si trova a fare i conti con una situazione assai complessa: la piccola Repubblica ex sovietica è andata al voto in un clima di forte risentimento nei confronti della propria classe politica e al tempo stesso di disillusione. La sconfitta nella guerra dello scorso autunno con il vicino Azerbaijan ha lasciato ferite profonde a livello sociale, politico ed economico. L’affermazione azera nella regione del Karabakh ha provocato la perdita del controllo di centrali idroelettriche e di vaste aree di territorio agricolo particolarmente fertile, oltre che importanti sotto un profilo simbolico e culturale.

OPPOSIZIONE? LA ORGANIZZA IL CREMLINO

di Giuseppe Gagliano    In Russia un’ondata di repressione si abbatte sulla cosiddetta opposizione non di sistema, termine che designa tutte le organizzazioni che non sono ufficialmente riconosciute come partiti politici e che, di conseguenza, sono tenute fuori dalla competizione elettorale. Alcuni media emblematici dei circoli del dissenso liberale e democratico, molto impegnati contro Vladimir Putin – come la rivista studentesca Doxa o, ancora più emblematico, il canale di notizie online Meduza – si trovano nel mirino della giustizia, sotto l’influenza della legislazione contro l’estremismo (la legge federale volta a “combattere le attività estremiste”, adottata nel 2002, è stata modificata e rafforzata nel 2008 e nel 2015) o quella che disciplina l’attività delle organizzazioni che ricevono finanziamenti esteri. Questa legge, adottata nel 2012 (rafforzata nel 2020 sul modello della legge americana FARA, Foreign Agents Registration Act, 1938), richiede alle ONG che ricevono finanziamenti dall’estero di registrarsi soprattutto su Internet, a rischio di essere soggette a restrizioni della propria attività o di essere multati.

Una Bielorussia e tre misteri

Intorno alla Bielorussia, ai suoi pasticci e alle sue tragedie, s’intrecciano quelli che per me sono tre misteri assoluti, soprattutto dopo il”caso Protasevich” e il dirottamento del volo Ryanair. Primo mistero: perché Lukashenko ha scelto l’isolamento internazionale pur di mettere le mani su Roman Protsevich? Che l’Europa avrebbe reagito era scontato: una compagnia aerea irlandese, un volo tra due capitale europee (Atene e Vilnius). Inevitabile prendere provvedimenti. È stato decretato il blocco dei voli per e sulla Bielorussia, forse arriverà anche un quarto round di sanzioni. Ma qualunque provvedimento fosse stato preso, il risultato sarebbe stato quello: isolare ancor più la Bielorussia. Ne valeva la pena? Che cos’aveva di tanto importante quel fascistello di Protasevich, che viveva in esilio già da un paio d’anni, per giustificare tutto questo?

UE E RUSSIA, EPPUR SI PARLANO

di Ivan Timofeev     Si dà ormai per scontato che le relazioni tra la Russia e la Ue siano in uno stato deplorevole da almeno sette anni. Le ragioni del deterioramento emergono con frequente regolarità, formando un fantasioso salvadanaio di risorse tossiche: la crisi ucraina, il caso Skripal, gli incidenti informatici e ora il caso Navalny, insieme a disaccordi su democrazia e diritti umani. Il Parlamento europeo chiede periodicamente che vengano prese misure più dure nei confronti di Mosca. Tra le misure proposte vi sono le sanzioni contro la “cerchia ristretta” del Presidente russo, il blocco del Nord Stream 2, il coordinamento delle politiche di contenimento con gli Stati Uniti, la promozione della democrazia e la cooperazione con le cosiddette “forze democratiche” all’interno della Russia. Le nostre relazioni sono periodicamente scosse da esplosioni di retorica accusatoria e minacce di porre fine al dialogo o ridurlo al minimo. Tuttavia, questo non è avvenuto. Si è scoperto che le relazioni tra Russia e UE hanno una struttura solida e funzionale, caratterizzata da diversi elementi importanti.

CLASSE MEDIA, SCONTENTA MA ANCORA FEDELE

di Jake Cordell    Dopo anni di rapida espansione durante il primo mandato presidenziale di Vladimir Putin, la classe media russa si è contratta a partire dal suo ritorno in carica nel 2012. Il duro confronto con l’Occidente dopo l’annessione della Crimea, le conseguenti sanzioni e l’attenzione del Cremlino alla stabilità macroeconomica a scapito dello sviluppo hanno consolidato una stagnazione che ha colpito duramente i ceti medi. Secondo recenti ricerche, la classe media russa si è ridotta del 20% durante la crisi economica degli anni successivi.

CARO NAVALNY, INTERNET NON È LA RUSSIA

di Aleksander Baunov    Non sorprende che un certo segmento della popolazione russa abbia risposto in modo così energico all’incarcerazione di Aleksei Navalny, scendendo in piazza per due fine settimana di seguito prima che la squadra dell’oppositore decidesse di cambiare tattica. Tuttavia, alla fine, le proteste riguardavano meno la sorte di Navalny che i crescenti problemi socioeconomici e la frustrazione dei giovani russi e della classe media urbana, che sono stati schiacciati dalla stagnazione economica dal 2014. La domanda più interessante è se la squadra di Navalny possa capitalizzare questa crescente insoddisfazione o se le autorità riusciranno a incanalarla in direzioni meno minacciose.