Ci sono in giro molti sciocchi che pensano di compensare la sostanziale ignoranza della Russia facendo professione quotidiana di antiputinismo e praticando una russofobia da epoca vittoriana. Funziona. Conferisce dignità, procura collaborazioni. E poi ci sono quelli come Mark Galeotti, antiputinano feroce ma competente e intelligente. Uno che conosce le cose e pensa con la propria testa. Non proverò nemmeno, quindi, ad aggiungere qualcosa al suo articolo, che pubblichiamo qui accanto e che spiega perfettamente perché la Russia non c’entra nulla con la crisi del gas che ha colpito l’Europa. Russia che, anzi, è vicina a livelli record di fornitura. Sul tema, peraltro, Lettera da Mosca era intervenuta anche in passato (qui e qui ma non solo) e ci fa piacere che anche osservatori così attenti la pensino come noi.
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"Lettera da Mosca" vuole essere uno spazio aperto a tutti coloro, giornalisti, esperti, studiosi o conoscitori della Russia, che sono stanchi della russofobia imperante come della russofilia ingenua e grossolana che si trova in Rete. Graditissimi i pareri diversi purché argomentati e fondati. Coordina il sito Fulvio Scaglione.
di Mark Galeotti Quel cattivone Vladimir Putin è tornato con i suoi trucchi. Questa volta non usa come arma gli hooligan del calcio o i vaccini contro il Covid ma a quanto pare il gas. Dal consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti Jake Sullivan al segretario alla Difesa britannico Ben Wallace, i politici fanno a gara per incolpare la Russia dell’attuale crisi globale del gas. Il guaio è che non solo questa è cattiva analisi ma è anche cattiva politica.
di Giuseppe Gagliano Il 28 settembre il ministro degli Esteri vietnamita Bui Thanh Son ha concluso la sua recente visita a Mosca con una conferenza stampa tenuta insieme al suo omologo russo Sergey Lavrov. Nominato l’8 aprile di quest’anno dal primo ministro ed ex capo delle spie Pham Minh Chinh, Bui Thanh Son, membro del consiglio di sicurezza nazionale del Vietnam, ha parlato con calore dell’amicizia di Mosca e del sostegno “costante” ad Hanoi. Il discorso è stato il culmine di mesi di sforzi russi per rafforzare i legami con il Vietnam, il più fedele alleato nella regione. La recente alleanza Australia-Regno Unito-Usa è stata una brutta notizia per la Russia, che ha perso il suo accesso privilegiato a parti della regione dopo il crollo dell’Unione Sovietica.
So di attirarmi le maledizioni di chi ama la Russia in un certo modo (che rispetto anche se non è il mio) ma la notizia del Nobel per la Pace al giornalista Dmitriy Muratov, per più di vent’anni direttore della Novaya Gazeta, è per la Russia una buona notizia. Non mi spiegate, per favore, quanto ci può essere di speculativo e di anti-putiniano in questo riconoscimento: lo so e mi interessa poco, ci sono questioni più ampie di questa. Per esempio, che Muratov è un bravo e onesto giornalista. Uno che, a dispetto del Nobel appena ricevuto, non è mai andato in caccia di facili onori o riconoscimenti, altrimenti non sarebbe iscritto al partito Yabloko di Yavlinskij, dal punto di vista del consenso politico in Russia il nulla o quasi. Ho incontrato Muratov tempo fa, nella sua redazione e nel suo ufficio: nessuna pompa, nessun lusso, il ciainik in un angolo, un mare di carte, giornalisti che andavano e venivano e irrompevano ogni trenta secondi per chiedergli qualcosa.
Seguo spesso, su Twitter, la timeline di Dionis Cenusa, un giovane studioso residente in Germania che su Moldavia, Caucaso e quella parte del mondo ex-sovietico è sempre molto attento e informato. Molto schierato (ovviamente troppo, per me, ma non è un problema) ma anche molto interessato e interessante. Stamattina ho letto un suo post su Twitter che diceva, più o meno: lo Sheriff Tiraspol (la piccola squadra della Transdnistria, regione separatista rispetto alla Molcavia, ha sconfitto il Real Madrid a Madrid, n.d.r) è proprietà di oligarchi separatisti filo-russi, esultare per questa vittoria è come esultare per le prepotenze della Russia. Traduco dall’inglese a memoria, perché il post poi è scomparso. Cancellato?
di Nick Trickett Il ministro della Difesa Sergei Shoigu in agosto ha proposto che il Governo sostenga la costruzione di 3-5 centri industriali ed economici in Siberia. Questi, secondo Shoigu, dovrebbero diventare città da 300-500 mila abitanti. A prima vista, questa proposta potrebbe essere dismessa come un trucco da campagna elettorale. Shoigu è stato più visibile negli ultimi mesi poiché il Cremlin si è rivolto a lui e ad altre figure come Sergei Lavrov per cercare di aumentare il consenso intorno a Russia Unita. Ma ciò che potrebbe essere liquidato come campagna elettorale è diventato più serio quando il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha confermato che anche a Putin piaceva l’idea di costruire nuove città. Un ulteriore consenso è arrivato poi da Viktoria Abramchenko, nominata dal primo ministro Mishustin inviato speciale per la Siberia. Quindi è emersa una proposta parallela per costruire una città satellite vicino a Vladivostok. Il tutto, però, ha incontrato la forte critica di Yurij Trutnev, per lungo tempo stratega per l’Estremo Oriente del Cremlino.
di Fyodor Lukyanov Il discorso con cui Joe Biden, il 16 agosto 2021, ha commentato la fine della missione degli Stati Uniti in Afghanistan, e la successiva dichiarazione del 1 settembre, dovrebbero essere considerati un punto di svolta nella politica estera degli Stati Uniti. “So che la mia decisione sarà criticata, ma preferisco accettare tutte queste critiche piuttosto che passare questa decisione a un altro Presidente”, ha detto Biden, sottintendendo che i suoi tre predecessori non erano riusciti a fare il passo necessario. Ha quindi lanciato una frecciata non solo a Donald Trump (citato per nome), ma anche a George W. Bush e persino a Barack Obama. Secondo Biden, gli Usa non avevano mai avuto intenzione di impegnarsi in un nation building in Afghanistan, ma volevano solo affrontare specifici problemi di sicurezza e distruggere i responsabili degli attacchi terroristici all’America, e questi problemi sono stati risolti. Per quanto riguarda il nation building, è una totale bugia, ma è degno di nota l’entusiasmo con cui Washington ora rinuncia ai postulati che considerava fondamentali vent’anni fa.
E insomma, anche questa volta Russia Unita l’ha sfangata e potrà continuare a controllare la Duma. Diamo un’occhiata ai dati, senza le isterie degli pseudoesperti che, quando si tratta di Russia, spuntano come i funghi. Mica c’è stata tanta differenza, rispetto alle elezioni del 2016. Allora (2016) affluenza al 47,88%, Russia unita al 54,18% e il Partito Comunista al 13,34%. Oggi (con il 99,77% dei voti scrutinati), Russia Unita al 49,84% e i comunisti al 18,95, con l’affluenza intorno al 52%. Chi parla oggi di buona affluenza dimentica che quella del 2016 fu la più bassa della storia, in Russia. E chi sottolinea che Russia Unita è andata in crisi, dimentica quanto contasse nel 2016 l’effetto traino della crisi in Ucraina e Crimea. E trascura il fatto che il 5% guadagnato dal Partito Comunista in questo voto è in gran parte dovuto a un trasferimento di consensi da Russia Unita. Assai più radicale del partito di Putin, per esempio nei rapporti con l’Occidente, quello di Zyuganov rappresenta la contestazione (da destra) istituzionale. Gli scontenti votano Partito Comunista sapendo che, in ogni caso, Zyuganov alla Duma voterà con Putin. E dubito molto, come scrive anche Marco Bordoni nel suo articolo, che il leader dei comunisti metterà a rischio l’attuale buona sorte per trasformarsi in un oppositore vero.
di Marco Bordoni L’analisi della vigilia è sostanzialmente confermata dai risultati quasi finali: queste elezioni non potevano essere, e non sono state, una svolta per la Russia. Come sono andate? Vediamolo nel dettaglio: Russia Unita perde qualche punto e qualche seggio rispetto alla tornata del 2016 ma la grande maggioranza dei media, della burocrazia e della politica fa bene o male quello che deve, ovvero porta il Paese profondo a votare Russia Unita. Il Partito Comunista ottiene il miglior risultato degli ultimi vent’anni anni (oltre il 20% sooo alle politiche del 1995 e del 1999, n.d.r) e questa (chiamiamola così) vittoria, avrà sicuramente molti padri. I liberali diranno che è merito di Navaly, e del suo progetto di Voto Intelligente, che invitava i simpatizzanti del blogger a sostenere 137 candidati comunisti.
È noto a tutti che Vladimir Putin non è arrivato in grandissimo spolvero al voto (si tratta di rinnovare i 450 seggi della Duma ed eleggere 12 governatori regionali) che la Russia ha affrontato in questi giorni. Gli indizi del nervosismo del Presidente sono evidenti, dalla misteriosa “vacanza” di quattro giorni trascorsa con il ministro della Difesa Shoigu in una località segreta della Siberia all’autoisolamento deciso dopo che, secondo le informazioni ufficiali, molti membri del suo staff sono risultati affetti da Covid. Curioso sistema di difesa (e il vaccino? e i tamponi? e i controlli?) che fa il paio con la vaccinazione, che Putin fece senza mostrarsi e senza rivelare con quale vaccino. E poi ci sono i segnali di qualche smottamento nella cosiddetta “verticale del potere”, cioè in quella struttura centralizzata di gestione del Paese che è stata forse il più vero e significativo successo di Putin. Prima del voto sono stati innumerevoli gli alti funzionari che, nelle diverse regioni, sono stati silurati con la classica accusa di corruzione. E ci sono personaggi fino a ieri importanti che paiono caduti in profonda disgrazia: per esempio Dmitrij Medvedev, già premier e Presidente, in teoria capo del partito putiniano Russia Unita ma del tutto assente dalla campagna elettorale.









