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MURATOV E IL NOBEL, BUONA NOTIZIA PER LA RUSSIA

So di attirarmi le maledizioni di chi ama la Russia in un certo modo (che rispetto anche se non è il mio) ma la notizia del Nobel per la Pace al giornalista Dmitriy Muratov, per più di vent’anni direttore della Novaya Gazeta, è per la Russia una buona notizia. Non mi spiegate, per favore, quanto ci può essere di speculativo e di anti-putiniano in questo riconoscimento: lo so e mi interessa poco, ci sono questioni più ampie di questa. Per esempio, che Muratov è un bravo e onesto giornalista. Uno che, a dispetto del Nobel appena ricevuto, non è mai andato in caccia di facili onori o riconoscimenti, altrimenti non sarebbe iscritto al partito Yabloko di Yavlinskij, dal punto di vista del consenso politico in Russia il nulla o quasi. Ho incontrato Muratov tempo fa, nella sua redazione e nel suo ufficio: nessuna pompa, nessun lusso, il ciainik in un angolo, un mare di carte, giornalisti che andavano e venivano e irrompevano ogni trenta secondi per chiedergli qualcosa.

Muratov è uno che ha diretto una redazione forse tendenziosa ma di straordinario coraggio. Sei dei suoi giornalisti sono stati uccisi in circostanze drammatiche o a dir poco oscure: Igor Domnikov nel 2000, Victor Popkov nel 2001 mentre seguiva i combattimenti in Cecenia, Yury Shchekochikhin nel 2003, Anna Politkovskaya nel 2006, Anastasia Baburova e Natalia Estemirova nel 2009. Morti quasi tutte attribuite, da noi, al volere di Putin, cosa che è piuttosto assurda perché la Novaya Gazeta ha un pubblico ridotto e anti-putiniano in partenza, non può convincere nessuno. Ma resta il fatto che quei giornalisti sono caduti investigando temi seri (la corruzione, la guerra in Cecenia, gli scandali finanziari…), importanti per la Russia e per il suo futuro, in un clima di estremo pericolo per la stampa indipendente che, questo sì, Putin non sembra temere né riesce a stroncare.

Ma più ancora di tutto questo, c’era bisogno di un Nobel simile per far capire a chi conta che la Russia è un grande Paese, decisivo per gli equilibri mondiali, e non può avvilirsi con lo spettacolo degli ultimi mesi. La caccia alle voci critiche, le indagini anche sui ragazzini che esaltavano Navalny su Tik Tok, il marchio d’infamia di “agente straniero” per chiunque riceva fondi dall’estero, anche se corretto e serio (per esempio, il Levada Center che oltre al resto regolarmente certifica la persistente popolarità di Putin), questo cupo e improduttivo complesso di persecuzione che nulla ha a che fare con le durezze della politica internazionale e che certo poco aiuta a superarle. Una cappa che, tra l’altro, nasconde e quindi mortifica una vivacità culturale e artistica di grande rilievo e che, semmai, contribuisce a rendere credibile l’immagine peggiore che del Paese che in Occidente molti tendono a trasmettere.

La Russia ha molti avversari e qualche nemico, ma non ha solo avversari e nemici. E chi critica da dentro forse non è una quinta colonna ma solo un russo che ama il proprio Paese in un modo diverso. Sarebbe un bel gesto se Putin si congratulasse con Muratov, che tanto spesso, tanto aspramente e qualche volta ingiustamente lo ha criticato, per esempio accusandolo di “riportare la Russia al Medioevo”. Non avverrà, e forse è giusto così. Ma ci piacerebbe assai.

Fulvio Scaglione

 

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