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Il voto e l’ossessione di Putin

È noto a tutti che Vladimir Putin non è arrivato in grandissimo spolvero al voto (si tratta di rinnovare i 450 seggi della Duma ed eleggere 12 governatori regionali) che la Russia ha affrontato in questi giorni. Gli indizi del nervosismo del Presidente sono evidenti, dalla misteriosa “vacanza” di quattro giorni trascorsa con il ministro della Difesa Shoigu in una località segreta della Siberia all’autoisolamento deciso dopo che, secondo le informazioni ufficiali, molti membri del suo staff sono risultati affetti da Covid. Curioso sistema di difesa (e il vaccino? e i tamponi? e i controlli?) che fa il paio con la vaccinazione, che Putin fece senza mostrarsi e senza rivelare con quale vaccino. E poi ci sono i segnali di qualche smottamento nella cosiddetta “verticale del potere”, cioè in quella struttura centralizzata di gestione del Paese che è stata forse il più vero e significativo successo di Putin. Prima del voto sono stati innumerevoli gli alti funzionari che, nelle diverse regioni, sono stati silurati con la classica accusa di corruzione. E ci sono personaggi fino a ieri importanti che paiono caduti in profonda disgrazia: per esempio Dmitrij Medvedev, già premier e Presidente, in teoria capo del partito putiniano Russia Unita ma del tutto assente dalla campagna elettorale.

Però la Russia è sempre più complessa di quanto ci piaccia pensare, dunque bisogna metterci un po’ d’attenzione. Vladimir Putin gode di un tasso di approvazione personale, da parte dei russi, che è sempre oltre il 60%. E quando dall’approvazione (delle cose fatte) si passa alla fiducia (nelle cose da fare) i numeri crescono ancora. Non siamo al quasi irreale 80% dei mesi post-crisi in Ucraina e annessione della Crimea (2014), ma il consenso c’è, e lo testimoniano non solo i media compiacenti ma anche gli istituti più seri e specializzati nello studio della pubblica opinione. Eppure l’approccio a questo voto è stato segnato da una campagna di sordina alle opposizioni e alle critiche con pochi precedenti. Non bisogna pensare tanto ad Aleksey Navalny, cacciato in carcere, e alla sua organizzazione, perseguita e costretta a rifugiarsi nelle accoglienti braccia degli Usa. La rivista Time lo ha appena messo nella lista delle personalità più influenti del 2021ma si tratta, appunto, di una valutazione esterna alla Russia. Nella Grande Madre l’influenza concreta di Navalny è molto più limitata di quel che si creda.

È ad altro che bisogna badare. Per esempio, a tutti i media definiti “agenti stranieri” perché ricevono finanziamenti dall’estero, un marchio d’infamia che non solo li rende invisi a molti, in Russia, ma che crea loro concretissime difficoltà a operare. O alle organizzazioni bollate come “estremiste” (quella di Navalny, tra le altre) e quindi semplicemente vietate. Con esiti non di rado grotteschi: l’autorevole Centro Levada, specializzato in ricerche sociologiche, è un “agente straniero” anche se è adamantino nel certificare il resistente consenso per la persona di Putin. Altra tendenza da non sottovalutare: le leggi, approvate per vietare qualunque paragone tra comunismo e fascismo o per impedire la denigrazione del ruolo dell’Urss nella vittoria contro il nazismo. Di recente, Idrak Mirzalizade, un cabarettista di origine azera ma di passaporto bielorusso, è stato dichiarato “persona non grata” a vita ed espulso dalla Russia per una serie di battute giudicate insultanti nei confronti dei russi. Insomma: uniti e compatti e poche chiacchiere, questa la parola d’ordine al voto.

A tale stretta si è arrivati per una ragione precisa, ovvero: la crisi economica e lo scontento palese dei russi. In questo Putin, in sé e per sé, c’entra e non c’entra. Non c’entra per quanto dicevamo prima, i russi lo stimano ancora. Però la realtà è quella che è: i prezzi aumentano, l’inflazione sale, il livello di vita è calato del 10% rispetto al 2013. L’occupazione ancora tiene ma aumenta il numero dei russi che, in un modo o nell’altro, devono il lavoro e il reddito all’intervento dello Stato. Tutte le elezioni locali tenute nei mesi scorsi hanno visto lo sbandamento del partito Russia Unita, che ora detiene 338 seggi sui 450 della Duma, e che in certe rilevazioni era dato addirittura sotto il 30%. Putin ci ha messo una pezza alla vecchia maniera. Appena prima del voto ha decretato una donazione una tantum di 10 mila rubli (135 euro circa) per i pensionati e di 15 mila rubli (205 euro circa) per i soldati e i membri delle forze dell’ordine. E ha fatto oscurare il sito Smart Voting (Voto Intelligente) di Navalny, che ha proposto una lista di candidati (dei quali ben 137 del Partito comunista) da votare perché con più chance di far perdere il candidato di Russia Unita.

Basterà per evitare una batosta parlamentare? Probabilmente sì. E poi alla Duma il partito putiniano potrà sempre contare sull’appoggio del Partito liberal-democratico di Zhirinovskij. Però qui si arriva a dove Putin c’entra, e molto. La sua ossessione per la maggioranza in Parlamento deriva da un’altra ossessione: quella per la stabilità, in economia e nella società. Lo si è visto bene l’anno scorso quando proprio questa Duma, controllata appunto da Russia Unita, ha approvato la riforma costituzionale che permetterà a Putin, se lo vorrà, di governare praticamente a vita. Prima della riforma, però, era stato completamente rinnovato il Governo, affidato a un gruppo di tecnocrati che avevano il compito di rilanciare l’economia. Insomma: riforme sì, ma sotto un ferreo controllo, per evitare ciò che da sempre Putin considera il vero rischio per la Russia, ovvero una seconda perestrojka, cioè riforme che sfuggono di mano a chi le ha varate. Poi però è arrivato il Covid e del pacchetto riforme più controllo è rimasto solo il controllo.

Il problema è che sono sempre più numerosi, negli ambienti politici e in quelli industriali, i personaggi convinti che di stabilità e di statalismo la Russia possa anche morire. La “sparizione” di Medvedev, considerato da sempre uno dei più liberali e filo-occidentali del mazzo, di cui si diceva, è un segnale. Un altro colpo l’ha battuto nei giorni prima del voto Aleksej Kudrin, ora presidente della Corte dei Conti ma tra il 2000 e il 2011 ministro delle Finanze della stagione più fortunata del putinismo. Kudrin ha ricantato proprio sotto elezioni la canzone che gli è tipica: troppo Stato nell’economia, per uscire dalla stagnazione servono liberalizzazioni e privatizzazioni. Non ha poteri, Kudrin, ed è una specie di grillo parlante. Ma non è certo l’unico a pensarla in quel modo, soprattutto tra coloro che vivono da dentro l’economia russa e avvertono tutto il peso del rapporto conflittuale con l’Europa e l’Occidente in genere. Che non stronca la Russia ma la priva di un mare di possibilità di sviluppo che il rapporto privilegiato con la Cina non basta a compensare.

Stabilità a tutti i costi e poca iniziativa vuol anche dire consegnare l’economia in perpetuo al settore energetico. Qualcuno definisce la Russia un “petroStato” e sbaglia. Resta però il fatto che, secondo valutazioni dello stesso ministero delle Risorse naturali della Russia, il valore complessivo delle attività legate a gas, petrolio e altre ricchezze forma il 60% del Pil del Paese, esponendo quindi la Russia a tutte le oscillazioni dei mercati globali. Diversificare l’economia senza rischiare, però, è impossibile. Ed eccoci dunque tornati alla casella del via.

Da un certo punto di vista, quindi, queste elezioni politiche hanno scarsa utilità e avranno poco effetto, sia che Russia Unita mantenga il dominio sul Parlamento sia che lo perda. Il problema, come si usa dire, è a monte. E finché ci sarà il Covid in giro, sarà impossibile persino pensare di affrontarlo, ammesso sempre che si trovi la volontà politica di farlo.

Pubblicato in www.famigliacristiana.it

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