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PIU’ COMUNISTI DI COSI’ SOLO CON ELTSIN

di Marco Bordoni    L’analisi della vigilia è sostanzialmente confermata dai risultati quasi finali: queste elezioni non potevano essere, e non sono state, una svolta per la Russia. Come sono andate? Vediamolo nel dettaglio: Russia Unita perde qualche punto e qualche seggio rispetto alla tornata del 2016 ma la grande maggioranza dei media, della burocrazia e della politica fa bene o male quello che deve, ovvero porta il Paese profondo a votare Russia Unita.  Il Partito Comunista ottiene il miglior risultato degli ultimi vent’anni anni (oltre il 20% sooo alle politiche del 1995 e del 1999, n.d.r) e questa (chiamiamola così) vittoria, avrà sicuramente molti padri. I liberali diranno che è merito di Navaly, e del suo progetto di Voto Intelligente, che invitava i simpatizzanti del blogger a sostenere 137 candidati comunisti.

E forse un punto o due Navalny a Zyuganov l’ha portato. Anche i ragazzi del Fronte di Sinistra, che si sono alleati con i Comunisti e che hanno dato una svolta di contestazione più radicale e più “movimentista” a un partito ormai percepito come bollito e destinato alla consunzione anagrafica, rivendicheranno qualche merito. Ma si possono trovare anche altre possibili fonti di consenso per i comunisti e per la loro versione più annacquata socialmente e assertiva in politica estera (il partito di Prilepin e Mironov, che pure non è andato male): minoranze che rimpiangono la politica delle nazionalità sovietica, ceto medio impoverito ma che non si lascia sedurre dall’opposizione liberale, troppo anti patriottica, gente che si è dovuta vaccinare per forza contro il Covid e non l’ha presa bene. La questione sociale resta sullo sfondo irrisolta e, senza crescita robusta, emolumenti e mancette a tempo faticano a tener buona la gente che tira la cinghia.

Adesso il dilemma che si trova davanti Zyuganov è se fare un altro passo in direzione della contestazione entrando in rotta di collisione con i partiti di governo, o accontentarsi del bottino fatto e tirare a campare altri cinque anni.  L’ impressione è che il suo partito sia arrivato al limite del livello critico ammesso dal sistema, e che ulteriori rilanci provocherebbero una reazione repressiva, specie viste le strizzate d’occhio dei media e delle cancellerie occidentali.

Il pagliaccio geniale Zhirinovsky perde qualcosa, ma potrà continuare comunque coprire a destra Russia Unita legittimandola come partito centrista, depotenziando e relegando ai margini i movimenti nazionalisti più pericolosi. Forse arriverà in parlamento Gente Nuova, il partito – azienda del magnate della cosmetica Nechaev, la cui piattaforma ricorda un po’ i grillini prima maniera in politica (lotta alla corruzione, non più di due mandati…) e strizza l’occhio alla media impresa in economia (taglio delle tasse, detrazioni etc..). C’è da scommettere che il loro eventuale passaggio alla Duma non sarà memorabile.

Nel centro di Mosca Liberali, Comunisti  e Russia Giusta forse strapperanno qualche seggio al partito di governo. In periferia, soprattutto a Oriente, si confermano alcune isole, piccole roccaforti dei partiti di opposizione di sistema (Khabarovsk a Zhirinovsky, Yakuzia e Nenetz ai Comunisti). A San Pietroburgo e in alcune regioni dell’Estremo Oriente Russia Unita flette un po’, ma in generale, specie nella Russia Centrale, nel cuore del paese (Tula, Tver, Penza, Belgorod, dove si eleggevano anche i governatori) , è una valanga di voti: 60, 70%, al partito presidenziale, che infatti prende 199 seggi uninominali su 225 e conquista una larghissima maggioranza. E anche a Mosca basta spostarsi nelle circoscrizioni di prima periferia per trovare i protetti di Sobyanin su valori in linea con quelli nazionali.

Forse ora i giornali diranno che ci sono due Russie, quella di Putin e quella dell’opposizione. Ma non è proprio così. Che le Russie siano due è in parte vero ma Navalny c’entra poco. C’è la Russia delle istituzioni, che stravince nelle urne, ma porta al voto solo il 45% degli aventi diritto in tre giorni, che è poco anche per gli standard russi.

Lo diciamo solo di sfuggita: il voto online, molto pubblicizzato sia dal Governo e fortemente voluto anche dall’ opposizione liberale,  ha semplificato (forse) le cose a chi a votare già voleva andare, ma non pare aver incentivato i distratti.  Sono loro l’altra Russia: anarchica, disincantata, a cui non interessa la politica, che a votare non ci va. Ma anche lei ha delle aspettative tanto più indecifrabili in quanto inespresse. Anche lei va tenuta buona, se non proprio accontentata. A ben guardare è proprio da lei che dipende il futuro del Paese, e la continuazione del corso politico oltre il ciclo attuale. È questa la sfida di Putin. Ma non avevamo bisogno delle elezioni per scoprirlo.

di Marco Bordoni

(fondatore e curatore del canale Telegram “La mia Russia”)

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