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Covid, la politica contro la salute

di Fulvio Scaglione   Nei giorni scorsi si sono incrociate due interviste così diverse da diventare complementari e da rivelare la vera natura della partita sui vaccini che si gioca, su scala globale, ormai da un anno. La prima è quella di Kirill Dmitriev, amministratore delegato del Russian Direct Investment Fund (il fondo sovrano dello Stato russo) che ha finanziato le ricerche e la produzione d Sputnik V, il vaccino russo contro il Covid  russo. Dmitriev ha parlato subito dopo che l’EMA (l’Agenzia europea per i Medicinali) ha annunciato ufficialmente di voler esaminare lo Sputnik V, cosa che finora non aveva mai fatto. E ha detto due cose piuttosto chiare e dure: ci auguriamo che l’esame della Ue sia improntato a criteri scientifici e non politici (ovvero: pensiamo o temiamo che non lo sarà, n.d.A.); si sappia che la Russia non fa alcuna pressione per vendere all’Europa il suo vaccino contro il Covid, abbiamo già ordinazioni importanti da parte di 44 Paesi.

La seconda intervista, sempre sul tema del Covid e del vaccino, è quella che Thierry Breton, commissario europeo al Mercato interno, ha rilasciato a Politico. In essa Breton dice di non avere alcuna preclusione contro i vaccini russi e cinesi e di non essere per nulla impressionato dal fatto che alcuni Paesi della Ue (nel caso specifico, Ungheria e Slovacchia) si siano procurati il vaccino russo infischiandonese dell’azione concordata con la Ue. Dice Breton, con evidente ironia, che “procurarsi qua e là qualche dose” per combattere meglio il Covid non è peccato (il riferimento è alle 40 mila dosi di Sputnik V inizialmente ottenute dall’Ungheria) ma che in ogni caso la battaglia contro la pandemia si vincerà con una produzione di miliardi di dosi. E che quella capacità produttiva si trova solo in Europa e negli Usa.

Hanno entrambi ragione. Finora la Russia ha vaccinato un po’ più di 4 milioni di cittadini su 140 milioni di russi (110 milioni di russi adulti). La Cina ha vaccinato 50 milioni di persone. Tante in assoluto, poche su una popolazione di 1,4 miliardi di cinesi. Questo proprio a causa dell’incapacità di produrre il vaccino contro il Covid abbastanza in fretta e in quantità sufficienti.

Però, ed è il sottinteso del discorso di Dmitriev, Russia e Cina il vaccino comunque ce l’hanno. Possono impiegarlo, e infatti lo fanno, come strumento per stringere nuove alleanze o rafforzare quelle vecchie, mentre l’Europa e gli Usa per ora lo negano anche ad amici e alleati. E l’avevano anche quando Europa e Usa lo stavano ancora cercando. Quanti americani ed europei, contagiati dal Covid, sono morti in quel periodo per la decisione di Washington e di Bruxelles di non prendere in considerazione l’impiego del vaccino russo o cinese?

Quindi, pur avendo entrambi ragione, Dmitriev e Breton hanno entrambi torto. Perché di fronte a una pandemia come quella del Covid, la politica avrebbe dovuto cedere il passo alla battaglia per la salute mondiale. Chi aveva laboratori capaci di scoprire il vaccino avrebbe dovuto farlo produrre da chi aveva le fabbriche per moltiplicarlo, e viceversa: chi aveva le fabbriche avrebbe dovuto metterle a disposizione di chi aveva ben lavorato nei laboratori. Non è successo, il braccio di ferro geopolitico ha prevalso su qualsiasi altra ragione. Ed è inevitabile chiedersi, ora, con quante vittime ignare, in tutto il mondo, sia stata “finanziata” quella scelta.

Russia, Europa e Usa, infine, farebbero bene a riflettere sulle conseguenze appunto geopolitiche. Perché alla fine del 2020 nella Ue il Pil è calato del 6,4%, negli Usa del 3,5% (il peggior calo dal 1946) e in Russia di circa il 3%. Mentre in Cina è cresciuto del 2,5%. Attenzione.

Fulvio Scaglione

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