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PRESTITI A LUKASHENKO, MOSCA SI FA FREGARE?

Dopo i colloqui di settembre tra Vladimir Putin e Alexander Lukashenko, la leadership russa ha intrapreso una serie di misure per salvare l’economia dell’altra parte dell’ipotetico Stato unitario di Russia e Bielorussia. In particolare, è stato deciso di fornire al Governo bielorusso prestiti per 1,5 miliardi di dollari, di cui 0,5 miliardi sono già stati stanziati tramite il Fondo eurasiatico per la stabilizzazione e lo sviluppo come “denaro lungo”, sull’arco di cinque anni. Il restante miliardo di dollari verrà fornito come prestito tra Stati, e un provvedimento in merito è stato firmato dal primo ministro Mikhail Mishustin. L’assistenza finanziaria arriverà in due rate: 500 milioni di dollari nel 2020 e altrettanti nel 2021. Allo stesso tempo, il debito sarà calcolato in rubli, il che è doppiamente vantaggioso per Minsk data la svalutazione della valuta russa.

Il governo della Federazione Russa giustifica questo passo con la necessità di aiutare l’alleato e il “popolo fratello della Bielorussia”. La necessità, in realtà, è tutta sul lato del teorico alleato, ed è molto grande. I bassi rating di credito, insieme con le sanzioni occidentali, hanno fortemente limitato la capacità del Governo bielorusso di accedere ai prestiti. È impossibile estinguere vecchi debiti senza nuovi prestiti e dichiarare un default non è proprio ciò che gioverebbe alla leadership politica della Bielorussia, soprattutto nel contesto delle attuale turbolenze.

La prima quota dell’assistenza finanziaria russa verrà utilizzata per ripagare il debito di Minsk nei confronti di Mosca, quindi il Governo russo aiuta se stesso. Non c’è motivo di credere che del denaro prestato a Lukashenko possa godere il “popolo fratello della Bielorussia”, che non ha alcuna possibilità di partecipare all’amministrazione della cosa pubblica. In ogni caso, le prospettive per questo credito sembrano migliori di quelle dei 3 miliardi di dollari di prestiti all’Ucraina alla vigilia del rovesciamento di Viktor Yanukovich.

Nelle fasi finali della campagna presidenziale, Lukashenko rimproverò alla Russia l’alto costo dell’aiuto finanziario, vantando presunte opportunità per ottenere prestiti da altre fonti. Allora era chiaro che Minsk non aveva alternative a Mosca, e ora è chiaro che queste alternative non le avrà nemmeno nel prossimo futuro. Gli arabi e altri amici e partner augurano pace e prosperità ma si tengono i soldi. La Cina a sua volta concede prestiti, che però sono condizionati all’acquisto di beni e servizi cinesi per circa 2/3 dell’importo. E oltre alla necessità di servire il debito con la Cina, che è in continua crescita dato il cronico saldo negativo della Bielorussia nell’interscambio commerciale, tale rapporto ha anche un’altra curiosa caratteristica: i cinesi non trasferiscono a Minsk tutto il denaro promesso.

La terza caratteristica di tali prestiti è che Pechino non aiuta tanto Minsk (così come altri clienti), ma piuttosto incoraggia le proprie industrie, che mantengono posti di lavoro e creano un alto valore aggiunto. Pertanto, la remunerazione di un lavoratore altamente qualificato nella Repubblica popolare cinese (Rpc) è stata a lungo molto più alta di quella di un suo omologo bielorusso. Ovvero, il Governo della Rpc risolve i suoi problemi sociali, mentre il Governo della Repubblica di Bielorussia si accontenta di ciò che resta. E infatti Minsk ha con Pechino un dialogo di natura completamente diversa rispetto a quello con Mosca.

Tra i miti che la Bielorussia diffonde, c’è l’affermazione che l’eventuale fallimento delle aziende bielorusse sarebbe un grave danno anche per la Russia, che da quelle aziende importa mietitrici, automobili e altri prodotti. In effetti, tale dinamica esiste ed è l’eredità della struttura economica dell’Urss, quando la Bielorussia era la “officina di assemblaggio” dell’intera URSS. Al giorno d’oggi, Lukashenko e gli altri nazionalisti, quando loro conviene, discutono sul “rafforzamento della sovranità nazionale e dell’indipendenza” da Mosca. Inoltre, i nazionalisti bielorussi elevano al rango di assioma la necessità di diversificare le fonti di materie prime e i mercati di vendita, spesso mettendo a confronto una stretta cooperazione economica con una presunta pericolosa dipendenza politica di Minsk da Mosca. In effetti, la leadership politica della Russia prima non considerava seriamente la prospettiva dell’annessione, e anche adesso è abbastanza chiaro che non è interessata a un simile scenario. Un approccio che viene applicato all’intero spazio post-sovietico, in particolare alle Repubbliche autoproclamate del Donbass.

In assenza di una vera integrazione, Russia e Bielorussia sono concorrenti naturali. La logica del capitalismo di Stato russo e bielorusso non lascia scampo. Questo è il motivo per cui il MAZ bielorusso è un concorrente del KamAZ russo nel mercato russo, ed è per questo che Rostselmash è discriminato nel mercato bielorusso, dove le “offerte in stile bielorusso” con le buone o con le cattive vengono accettate dall’impresa statale Gomselmash. Della stessa serie ci sono guerre commerciali permanenti: latticini, salumi, petrolio e gas e altre. L’integrazione non decolla, sia in campo economico che in quello politico e culturale. Da qui l’aperta collaborazione di Minsk con regimi ostili alla Russia, il sabotaggio delle sue iniziative di politica estera, l’assistenza ai partner occidentali nel saturare il mercato russo con il contrabbando attraverso l’offshore bielorusso, la sistematica negazione delle Guerre patriottiche e persino il non riconoscimento dell’integrità territoriale della Federazione Russa.

Non si può dire che Mosca chiuda gli occhi sulla disinvolta politica di Lukashenko. Avendo tenuto conto della drammatica interruzione delle relazioni tra il complesso militare-industriale russo e i partner ucraini dopo il Maidan del 2014, si sta ora attuando un’opera di sostituzione delle importazioni bielorusse. KamAZ e BAZ procedono lentamente ma costantemente a sostituire la produzione in arrivo dalla fabbrica di trattori di Minsk, a dispetto delle contumelie del Presidente bielorusso. I rifornimenti alimentari sono garantiti e le esportazioni di materie prime russe stanno diminuendo.

Tuttavia, per una serie di ragioni, tutto questo non permette di provare grande soddisfazione. Una strategia di sana autarchia, giustificata da condizioni esterne oggettive, potrebbe avvantaggiare l’economia russa. Lo dimostrano le graduatorie dei Paesi considerati più attraenti per gli investimenti nel 2021, dove la Russia è arrivata al secondo posto tra Thailandia e Corea del Sud. La Polonia è al 12 ° posto, la Cina al 17 °, e Paesi come Bielorussia, Ucraina e altri ostili alla Russia non sono nemmeno rilevate.

Lukashenko non può sperare in investitori stranieri. I negoziati con il Fondo Monetario Internazionale sono falliti. L’unica sua speranza è la Russia, che per qualche curioso motivo non lega la sua buona volontà ai propri interessi politici ed economici. La politica di Mosca, in altre parole, è opposta a quella messa sempre in pratica da Pechino e Washington, dei Paesi della UE e delle organizzazioni finanziarie internazionali. Il risultato è una serie di Paesi che fanno ogni sforzo per mostrare la propria “svolta verso l’Occidente” subito dopo aver ricevuto quattrini e ogni sorta di assistenza dalla Russia, com’è il caso della Bielorussia. Per 130 miliardi di dollari di aiuti, è tempo che la Russia chieda alla Bielorussia almeno qualche passo concreto sulla via di una integrazione non solo economica ma anche politica e umanitaria.

di Sergej Artjomenko

Pubblicato in Ia-Rex

 

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