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RUSSIA, NOTIZIE DAL FRONTE INTERNO

di Pietro Pinter      L’invasione russa dell’Ucraina, dopo i primi giorni marcati da conquiste territoriali piuttosto veloci, è ora decisamente rallentata e sembra essere entrata in una fase diversa: città assediate e “stritolate” lentamente, colloqui di pace in Bielorussia, tentativi di mediazione israeliani e turchi, accordi di cessate-il-fuoco effimeri dalla durata di poche ore. Nel frattempo, le sanzioni economiche comminate da USA, UE, Giappone e da quasi tutti i Paesi europei, il crollo del rublo e le perdite russe che possiamo stimare, senza la pretesa di essere eccessivamente precisi, nell’ordine delle 1500-4500, ci portano a interrogarci su quanto stia “tenendo” il fronte interno russo. Su quanto la popolazione stia supportando la guerra di Putin e su come quest’ultimo e il suo entourage si stiano muovendo per assicurarsi questo supporto.

Partiamo dai segnali di dissenso nel fronte interno russo. Come ci si poteva aspettare, ci sono state sin dai primi giorni, in decine di città, manifestazioni contro la guerra, che sono sfociate in migliaia di arresti da parte delle forze di sicurezza. Le manifestazioni verosimilmente continueranno, e aumenteranno di intensità con l’aumentare delle perdite militari e il peggioramento delle condizioni economiche, mettendo sul fronte interno sempre più pressione sul Cremlino, spingendolo a trovare una soluzione negoziale – o nel peggiore dei casi a ritirarsi, scenario che però causerebbe non pochi malumori nei siloviki, i pretoriani del settore di intelligence e militare fedeli a Putin – per sventare il pericolo di una rivoluzione colorata, o addirittura una balcanizzazione della polity russa, come quella subita nel 1917 e rischiata nel 1991. 

Anche dai potentati economici arrivano dei, seppur timidi, segnali di dissenso. Il consiglio di amministrazione di Lukoil, gigante del petrolio russo, ha diramato una nota in cui sostiene “una rapida fine del conflitto armato” e “la sua risoluzione attraverso un processo di negoziazione e mezzi diplomatici“, che dai mass media nostrani, forse esagerando, è stata presentata come una netta rottura con il Cremlino. Certo è che la prospettiva di sanzioni sull’ancora intatto petrolio russo, preannunciata dagli USA proprio in questi giorni, e l’esproprio all’estero di miliardi di euro del patrimonio personale del presidente Vagit Alekperov, non fanno dormire sonni tranquilli agli oligarchi del settore.

Da parte governativa si è cercato di disinnescare il dissenso popolare e creare supporto per la guerra principalmente in due modi. Oltre alla repressione nelle piazze, si è assistito anche ad un controllo crescente dello spazio informativo, che i teorici militari russi considerano da tempo un teatro di guerra a tutti gli effetti. Sono state varate sanzioni contro chi riporta “informazioni false” sulla guerra in Ucraina, giustificate con le parole, che abbiamo già riportato, del vice-presidente della Duma di Stato, l’inflessibile tuvano Sholban Kara-Ool, in questi termini: “I nostri padri venivano fucilati sul posto se si facevano prendere dal panico al fronte”. Sono state eliminate alcune fonti di informazione filo-atlantiste, come Eco di Mosca, anche in rappresaglia alle analoghe censure di Sputnik e RT in Unione Europea. Sono ristrette le attività di social network come Facebook, Instagram, Twitter e TikTok, in parte per iniziativa degli stessi social, in parte per iniziativa del Governo russo. 

Ma il Cremlino non usa solo il bastone. Sostiene anche una narrativa che, vedremo in seguito, con discreto successo, punta a creare un genuino supporto all’interno della popolazione. A partire dalla denominazione ufficiale della guerra: “Operazione speciale per demilitarizzare e denazificare l’Ucraina”.  Il secondo termine, in particolare, è un termine riprende un classico della cultura politica sovietica post seconda guerra mondiale: l’antifascismo. In Italia sappiamo bene quanto l’antifascismo sia sempre stato dalla fondazione della Repubblica, e tutt’ora sia, una cornice politico/valoriale fondamentale entro cui avviene il dibattito pubblico, usata dalla classe dirigente, con varie angolazioni, per guadagnare il consenso di una popolazione che in larga parte ci si identifica. Lo stesso si può dire per la Russia, e in realtà per tutto quello che fu il “campo socialista” durante la guerra fredda (viene in mente la “barriera di protezione antifascista” che noi ricordiamo invece come “Muro di Berlino”). Il ministro degli esteri Lavrov ha addirittura annunciato una futuro “congresso internazionale antifascista” a Mosca, che ricorda l’internazionale comunista. 

Di certo nessuno è così ingenuo da credere che gli Stati muovano guerra per “denazificare” o “democratizzare” alcunché, ma per condurre una guerra di successo la strategia e la ragion di Stato si devono fondere con l’inimicizia della popolazione e una dose almeno minima di consenso, e in questo caso le basi su cui quest’ultimi elementi poggiano non sono del tutto fittizie. Non si può certo tacciare Zelensky, un populista ex-comico cresciuto in una famiglia ebraica, pro-aborto e per la legalizzazione della prostituzione, di essere un nazista, ma non si può altresì negare la grossa, importante, presenza ultranazionalista/nazista tra le forze ucraine pro-Maidan. L’importanza militare dei battaglioni Azov e Donbass soprattutto nelle parti iniziali della guerra civile nel 2014, l’apporto fondamentale che diedero gruppi di estrema destra come Pravy Sektor affinché la rivoluzione contro Yanukovich diventasse violenta (e quindi avesse successo). I richiami a Bandera, le svastiche al fronte, la strage di Odessa. Come afferma il fondatore della milizia “C14”: “Senza i nazionalisti si sarebbe tutto [il maidan] trasformato in un gigantesco gay pride” (https://twitter.com/LaFionda2020/status/1499691316808228866?s=20&t=T-PbmlXKHLntmcji5GBJxA ). 

Questi sono sicuramente elementi che, evidenziati dalla narrativa del Cremlino, risuonano nella popolazione russa. Al discorso “antifascista” si unisce circa un decennio di aperto antagonismo con la NATO, raccontato dal Cremlino non solo come una storia di “accerchiamento strategico” (cosa che obiettivamente fu) e promesse di sicurezza tradite, ma anche come un Kulturkampf  che minaccia l’esistenza stessa del popolo russo, delle sue tradizioni, del suo cristianesimo ortodosso, della sua unità territoriale. Anche queste idee godono di un certo credito sul fronte interno, tanto che, riportava la CNN, i sondaggi mostravano prima dell’invasione come la maggioranza della popolazione fosse favorevole a un intervento militare per prevenire l’entrata dell’Ucraina nel patto atlantico (https://edition.cnn.com/interactive/2022/02/europe/russia-ukraine-crisis-poll-intl/index.html).

Non si rimane quindi sorpresi davanti ai sondaggi che, seppur presi con scetticismo, mostrano un’impennata dell’approvazione di Putin, prima e dopo l’inizio dell'”operazione militare speciale” (https://www.walesonline.co.uk/news/world-news/seven-10-russians-approve-putin-23265162). Ne, tantomeno, sorprendono le manifestazioni in supporto alle operazioni militari (https://twitter.com/kamilkazani/status/1500495309595725831?s=20&t=T-PbmlXKHLntmcji5GBJxA ), l’apposizione della lettera “Z” – con cui sono marchiati i veicoli militari che prendono parte all’operazione – sui veicoli civili come sui profili social di numerosi russi, le sbalordite dichiarazioni di James Longman, corrispondente ABC in Russia, che racconta di come nei sobborghi di Mosca il supporto all’invasione dell’Ucraina sia quasi unanime, di come quest’ultima venga paragonata alla “grande guerra patriottica” (nome con cui è nota in Russia la seconda guerra mondiale) e di come le sanzioni vengano accolte quasi con soddisfazione (https://twitter.com/ABCNewsLive/status/1499449302728462342?s=20&t=qeNjylPqn9IiQThiAq8Lgw ).

Il quadro complessivo che con i nostri mezzi possiamo osservare, ed entro cui Putin e il suo entourage si devono muovere, è il seguente: Il Cremlino non può rischiare di tirare troppo la corda, o le crepe che si intravvedono nell’opinione pubblica e negli oligarchi potrebbero allargarsi fino a diventare incontrollabili; allo stesso tempo l’operazione militare gode di un supporto non indifferente e nell’immediato Putin non rischia una crisi decisiva sul fronte interno. Come per tutto il resto, gli sviluppi futuri rimangono imprevedibili e legati agli altrettanto imprevedibili sviluppi militari sul campo e negoziati di pace.

di Pietro Pinter

fondatore e curatore del canale Telegram Inimicizie

 

 

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