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UCRAINA, LA GUERRA NON CI SARA’, PERO’…

di Marco Bordoni     È iniziato tutto ai primi di marzo, quando in rete sono apparsi video che ritraevano convogli militari dell’Ucraina (ad esempio qui, qui e qui) diretti verso la regione secessionista del Donbass. Molto presto si sono viste scene molto simili sul versante russo del confine: colonne interminabili di carri armati su gomma e su ferro in movimento prima dalla regione di Krasnodar alla Crimea (attraverso il ponte costruito dopo l’annessione/riunificazione con la penisola) poi dalle regioni interne del distretto militare meridionale verso il confine con l’ Ucraina. Visto che l’attrezzatura militare serve a fare la guerra, non c’è da stupirsi molto del fatto che, dopo poco, siano ricominciati (non che fossero mai del tutto finiti) i bombardamenti e gli scontri sulla linea di contatto che separa le forze dell’Ucrain e quelle ribelli sin dalla fragile tregua del 2015. Intanto si muoveva anche la NATO, scaldando i motori dell’esercitazione Defender Europe, una serie di manovre che culminerà a maggio (secondo i Russi parteciperanno 40.000 uomini e 15.000 mezzi): l’imponente logistica preparatoria ha iniziato il dispiegamento il mese scorso.

È cominciata così un’escalation con due protagonisti, Joe Biden e Volodimir Zelensky, e un antagonista, Vladimir Putin, costretto per una volta a giocare di rimessa. Iniziamo da Biden.  Come osserva Emanuele Pietrobon, il Presidente USA è impegnato in una partita difficile: da un lato deve accontentare gli ultras del partito democratico facendo la faccia cattiva, dall’altro iniziare in qualche modo a parlare con la Russia. Un dialogo sgradevole ma necessario: ormai a Washington sono sempre di più quelli che si stanno accorgendo che, a colpi di unilateralismo, gli Stati Uniti stanno trasformando la relazione fra Mosca e Pechino, fino a poco fa considerata da tutti il fidanzamento peggio assortito della storia, in un matrimonio (di convenienza, sia pure, ma pur sempre matrimonio). Un indizio su tutti: secondo un recente sondaggio il 64% dei Russi pensa che il loro Paese non sia europeo: è il massimo storico. Forse, sostengono alcuni, è ora di piantarla di stuzzicare i Russi con le proteste per Navalny e di cercar di capire se sia possibile un accordo o almeno un modus vivendi.

Biden, quindi, non può ignorare il dossier russo e, dovendo muoversi, mette in campo la sua esperienza di cold warrior. C’è una specie di prassi: alzare i toni, occupare tutti gli spazi liberi sulla scacchiera, poi sedersi al tavolo, trattare accordi limitati concedendo il meno possibile. Il giorno dopo, daccapo: menare duro, facendosi male senza esagerare. Un gioco da portare avanti fino a che uno dei due (l’altro, auspicabilmente), molla.

La situazione che Joe ha trovato non era facile da gestire, un po’ per colpa degli stessi Dem, che starnazzano da anni gridando alla minaccia russa, un po’ per colpa del suo predecessore, quello descritto dalla stampa USA come il burattino di Mosca, che, nell’indifferenza quasi universale, ha demolito i resti del sistema di stabilità strategica lasciati dalla distensione. Conoscete i trattati ABM, CFE, Start III, INF, Open Sky? Se siete giovani magari no. Sono  sigle ormai famigliari solo gli addetti ai lavori, ma che per decenni hanno rappresentato altrettante assicurazioni sulla (nostra) vita, costruite faticosamente da Americani e Sovietici alla fine della Guerra Fredda, e poi demolite dagli attriti degli ultimi vent’anni anni.

Donald Trump ne ha fatti secchi due: INF, il trattato sui vettori di raggio intermedio e Open Sky, che garantiva le parti giocassero pulito. Alla fine della sua presidenza restava in vigore  solo New Start, quello che mette un tetto ai missili a lungo raggio, frutto della breve stagione di “reset” fra Hillary Clinton e Sergej Lavrov, durante la presidenza di Dmitrij Medvedev. Anche quello in via di dismissione: infatti, nonostante lunghe trattative, l’amministrazione Trump e i russi non avevano raggiunto un accordo per il rinnovo. C’era poco da fare: il trattato era in scadenza, lasciarlo sfumare pericoloso. Biden e Blinken si sono affrettati a firmare un rinnovo quinquennale con il tanto demonizzato Putin.

Messa una toppa alla stabilità strategica, restavano i grattacapi. In primo luogo pagare la cambiale delle promesse elettorali, in particolare le ritorsioni contro gli “attacchi cibernetici” di dicembre scorso: Trump era stato crocifisso dai Dem per averne sminuta la gravità e Biden aveva garantito una ritorsione dopo le elezioni, in caso di vittoria. Poi lo spinosissimo problema del Nord Stream 2. Una sciarada insolubile: gli americani devono fermarlo, ma è impossibile farlo senza danneggiare seriamente gli interessi dei tedeschi, con i quali Biden vorrebbe invece riprendere il dialogo.

Da qui la necessità di trattare: il Presidente ha deciso farlo da una posizione di forza. Quando, il 18 marzo dà a Putin del killer, l’escalation è già iniziata, annunciata dal New York Times che la settimana prima aveva dato notizia di un massiccio attacco informatico contro la Russia. Il 21 marzo l’ incrociatore “Monterey” entra nel Mar Nero, unendosi ad un gruppo di unità NATO già in loco. Il 1 aprile gli Americani chiudono il consolato di Valdivostok ed elevano il livello di prontezza al combattimento dell’intelligence in Europa. Il 10 annunciano l’ ingresso nel Mar Nero di altre due unità: la USS “Roosevelt” e la USS “Donald Cook”. In tutto il periodo l’attività di ricognizione sulla zona di crisi in Ucraina (Donbass, Crimea) è frenetica. Da più parti la leadership politica atlantica lancia strali contro la Russia, retorica subito ripresa e amplificata dai media mainstrem.

Nel frattempo è entrato in campo il secondo protagonista dell’escalation: Zelensky, il Presidente dell’ Ucraina. Anche lui si trovava, alla vigilia, in una situazione non facile. Invischiato in mille problemi interni (le difficoltà della crisi Covid abbattutasi su una economia già in pessime acque, il duro confronto con la Corte Costituzionale, le trattative sempre più spinose per i prestiti del Fondo Monetario) il Presidente aveva, però, un problema particolarmente grave. Non era stato in grado, negli anni passati, di realizzare il mandato di molti elettori del Sud-Est che gli avevano dato fiducia: arrivare a una pace onorevole.

Perduta la fiducia dei russofoni, alla ricerca di una nuova base di consenso, il Presidente ha progressivamente virato verso la retorica ultra-nazionalista del suo predecessore, chiuso canali TV favorevoli al dialogo con Mosca, applicato la legge che penalizza la lingua russa criticata dalla Commissione di Venezia, sposato improbabili misure come le sanzioni contro il capo dell’opposizione Medvedchuk, o la dichiarazione, votata dalla Rada, secondo cui l’ Ucraina starebbe combattendo una guerra con la Russia (ovviamente la colpa è di Mosca).

Quando Biden passa all’attacco, Zelensky coglie al volo l’occasione e soffia sul fuoco, spostando uomini e mezzi verso la linea di contatto. Gli americani non possono tirarsi indietro (la manovra, del resto, si sposa perfettamente con la loro): inizia così una girandola di consultazioni ad alto livello (fra capi di stato maggiore, ministri degli Esteri e poi Presidenti), gesti di solidarietà (aiuti portati dalla Germania) e dichiarazioni di sostegno (i tecnici del ministero della Difesa britannico arrivano in Ucraina e visitano la linea di contatto in Donbass, mentre l’attache militare USA in Ucraina rende addirittura onore ai caduti di Settore Destro indossando l’uniforme dell’ esercito di Kiev) che ovviamente preoccupano molto i Russi. Il 6 aprile la delegazione dell’ Ucraina comunica che non andrà più a Minsk, dove dal 2015 si riunisce un gruppo di contatto che gestisce il cessate il fuoco.

Come abbiamo detto gli scontri si intensificano: non grandi manovre. Solo bombardamenti. Purtroppo, come sempre, pagano i civili: perdono la vita un uomo di 59 anni e un bambino di 5 (tragedia purtroppo confermata dalla missione OSCE). Anche gli eserciti hanno delle perdite: 10 morti gli ucraini, almeno un paio i miliziani del Donbass. La situazione va tanto in là che, ad un certo punto qualcuno, in Russia, sembra pensare che l’ Ucraina voglia tentare il tutto per tutto: ovvero mettere in atto una manovra simile all’ “operazione tempesta” dei Croati contro la Repubblica Serba (1997) o l’azzardo di Aliyev contro il Nagorno Kharabak dell’inverno scorso. Probabilmente si tratta di timori infondati: sia Biden sia Zelensky sanno che nel Donbass ormai c’è mezzo milione di cittadini russi, e che Putin non potrebbe mai abbandonarli. Un colpo di mano dell’ Ucraina porterebbe a una escalation incontrollabile che non vuole nessuno.

Allora è tempo di fare marcia indietro: del resto Zelensky ha incassato il sostegno occidentale, parlato con Biden, sfilato in mimetica nelle trincee. Insomma, si è accreditato come statista. Si possono, quindi, lanciare segnali di distensione. Il 10 aprile il vicepremier dice che l’unica soluzione possibile in Donbass è quella pacifica. L’ex presidente Kravchuk, delegato ucraino a Minsk, fa una doccia fredda ai suoi: non pensate (dice) che in caso di guerra con la Russia gli americani verrebbero a morire per noi.

Anche Biden ne ha abbastanza: secondo il rito della Guerra Fredda è tempo di tornare al tavolo delle trattative. Ma le sanzioni in ritorsione contro i famosi attacchi cibernetici di dicembre sono pronte. Il Presidente usa bastone e carota: chiama Putin e lo invita ad un vertice bilaterale (nelle prossime settimane). Promulga le sanzioni, che sono meno dolorose del previsto (l’unica misura economica impattante, ovvero il provvedimento contro il debito sovrano russo, colpisce solo il mercato primario dei titoli, un danno secondario per Mosca; a sorpresa nulla su Nord Stream 2). E poi, mentre dichiara l’emergenza nazionale, rinnova la sua proposta di dialogo chiarendo che le sanzioni non hanno nulla a che vedere con la sua volontà di trattare. Gesto distensivo: il programmato rafforzamento della presenza nel Mar Nero è annullato.

Va precisato per completezza: gli attori, sul lato occidentale, sono gli Usa e l’ Ucraina. Europa, come solito, non pervenuta: eppure abbiamo molto più da perdere degli alleati di oltre oceano. L’Unione Europea è stata messa fuori gioco dai Russi, che hanno detto  e ripetuto di non volerne più sapere di recriminazioni e lezioncine. D’ora in poi Mosca parla solo con i singoli Stati: i quali, a loro volta, non è che brillino per visione strategica. A marzo Parigi e Berlino hanno accennato all’esistenza di un “piano di pace” già concordato con Kiev (errore dilettantesco): tutto accantonato dopo il gelido commento del Russi “non ne sappiamo niente, c’è già Minsk2, non serve altro”. In pubblico gli Europei invitano Mosca a questi famosi accordi di Minsk 2 (che però, all’art. 11, prevedono che vi siano prima trattative fra Governo e ribelli e la modifica della Costituzione ucraina, poi la cessione del confine), dietro le quinte suggeriscono all’ Ucraina moderazione: snobbati dagli uni e dagli altri.

E Putin? Putin, con una scadenza elettorale problematica in vista (le legislative di settembre), un’immagine un po’ appannata dalla crisi Covid, sempre impegnato nell’eterno cantiere della costruzione politica, istituzionale ed economica di quel Paese antichissimo ma anche giovanissimo che è la Russia, deve giocare di fino. Sa che non può assistere impassibile, e quando Biden lo insulta ne approfitta per rispondere per le rime, come piace ai suoi, alludendo al precario stato di salute del suo interlocutore o addirittura invitandolo ad un impossibile confronto pubblico. Ma sa anche che la guerra fredda (parafrasando la famosa battuta sul calcio) è un gioco che si gioca in due, in cui si alternano attriti e accordi e in cui alla fine vincono gli Americani. Quindi non può assistere impassibile, ma non può nemmeno dare risposte simmetriche in un gioco di logoramento: non ce l’ ha fatta l’ URSS, figurarsi la Russia.

Che fare, allora? Le opzioni sul tavolo sono due. La prima è seguire il consiglio di Dmitry Trenin, uno dei pochi analisti russi ascoltato anche in Occidente, che in un suo recente articolo ha ipotizzato una linea di condotta: congelare del tutto i rapporti con gli occidentali, salvo piccole aree di possibile cooperazione (stabilità strategica, Iran, Corea del Nord). In questo momento (dice Trenin) è meglio per la Russia non avere alcun dialogo con la NATO, perché nessun confronto è sempre meglio di questo continuo alterco. Si lasci aperto (suggerisce lo studioso) un canale fra i militari (il capo di stato maggiore USA Milley e l’omologo russo Gherasimov sono in contatto costante), in modo che non succedano incidenti grossi, e si vada avanti come se si vivesse su pianeti diversi, per qualche anno. Poi se ne riparla. Più facile a dirsi che a farsi.

La seconda è reagire. Ma tocca farlo in maniera asimmetrica, in modo da dare il massimo fastidio con il minimo dispendio di energia, senza ingaggiare un impossibile confronto sul piano della potenza economica. Benissimo gesti ad effetto come richiamare l’ambasciatore a tempo indeterminato (non era mai successo), ipotizzare addirittura la rottura dei rapporti diplomatici, non rispondere alle richieste di colloquio di Zelensky o spedire Lavrov in Cina in pompa magna per celebrare il rinnovo del trattato di amicizia sino-russo (che estende gli ambiti di cooperazione senza però trasformarsi, come paventato da alcuni, in piena alleanza militare). Vanno bene anche piccole scortesie come concedere la cittadinanza russa ad Edward Snowden. Ma con le parole, per quanto taglienti, e con i gesti simbolici, si va poco lontano. Bisogna fare anche qualcosa per trasmettere il messaggio che la Russia non ci sta più a giocare a farsi logorare, e che è meglio gli occidentali si diano una calmata e abbassino il livello dello scontro.

Si spiega così la decisione di caricare sulle rotaie tanti uomini e tanti mezzi e mandarli al confine occidentale, per una verifica improvvisa di prontezza al combattimento. Ad un certo punto gli elicotteri russi hanno sfilato presso il confine ucraino: distavano pochi metri. Persino unità della flottiglia del Mar Caspio sono state portate nel Mar Nero. Non basta: la Russia ha chiuso lo stretto di Kerch al naviglio ucraino. I diplomatici occidentali un po’ ci sono e un po’ ci fanno: hanno chiesto spiegazioni per questi movimenti di truppe, e Mosca ha avuto buon gioco nel rispondere che a casa sua fa ciò che vuole. Il problema, per la Russia, è far capire che la misura è colma. Quindi se Biden propone il vertice dopo aver assunto una posizione di forza Putin non può accettare, come forse avrebbero fatto i Sovietici, e come forse avrebbe voluto: deve declinare. Forse l’ Americano non si aspettava un niet.

Il problema è che fra il mondo di oggi e quello in cui è cresciuto Joe Biden ci sono due differenze fondamentali. La prima è che il confronto fra Occidente e Russia non può essere simmetrico: la Russia è in difesa, non ha più spazi per ritirarsi, sa che un nuovo scacco le sarebbe fatale. Il gioco di colpirla e poi parlarci non funziona più proprio perché ogni colpo infertole è per lei una minaccia esistenziale, che la costringe a reazioni imprevedibili o anche sproporzionate. La seconda è che oggi Stati Uniti e Russia non sono più soli sulla scena mondiale. Tanto più la Russia verrà contenuta in Europa, quanto più punterà sulla scommessa asiatica. Una scommessa azzardata, forse disperata: del resto le scommesse disperate sono proprie di chi è sospinto alla disperazione. Prima l’establishment USA saprà rendersi conto di questi cambiamenti, maggiori saranno le possibilità di evitare pericolosi incidenti, che nessuno davvero desidera, ma che potrebbero essere favoriti dalla crescente esasperazione del Cremlino e dagli errori di valutazione di un leader del secolo scorso.

di Marco Bordoni

fondatore e animatore del canale Telegram La mia Russia

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