Dall’Eco di Bergamo – di Fulvio Scaglione – A dispetto dei modi glaciali, Vladimir Putin non è mai stato privo di un certo senso del teatro. Non stupisce, quindi, che abbia atteso questa riunione del G20 (virtuale, orfano di Joe Biden e Xi Jinping ma pur sempre un G20) per fare una mossa sull’Ucraina. «Nei loro discorsi, i leader hanno detto di essere scioccati dalla continua aggressione della Russia all’Ucraina», ha detto il presidente russo: «Certo: l’azione militare è sempre una tragedia per gli individui, per le famiglie, per i Paesi. E certo, dobbiamo pensare a come fermare questa tragedia. Tra l’altro, la Russia non ha mai rifiutato il dialogo per la pace con l’Ucraina. Non è stata la Russia ma l’Ucraina ad annunciare pubblicamente di avere lasciato il tavolo negoziale».
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di Pietro Pinter – Quando la propaganda diventa inconciliabile con la realtà, una resa dei conti prima o poi arriva. La testa di qualcuno – sia esso il vero responsabile o un capro espiatorio – deve rotolare davanti all’opinione pubblica, per permettere di “ricominciare da capo” con un’immagine ripulita. Far saltare teste però significa anche minare gli equilibri politici, cosa particolarmente pericolosa in un Paese in guerra. È successo in Russia l’anno scorso, quando i vertici militari hanno scontato il fallimento nel Nord dell’Ucraina, a Kharkov e sulla riva destra del Dnepr, della “operazione militare speciale”, venendo esautorati dal “partito della guerra” guidato da Prigozhin, con gli esiti noti a tutti. Adesso sta succedendo a Kiev. L’epica di un’Ucraina destinata a vincere in breve tempo dopo aver assorbito l’urto iniziale dell’invasione – in una marcia trionfale verso il Mar d’Azov e i confini del 1991 – è andata definitivamente in frantumi con l’offensiva estiva da poco conclusa.
I media russi gongolano e di certo esagerano. Ma si fanno sempre più rumorose le voci che, da Kiev, parlano di un recente dissenso (ok, non esageriamo nemmeno qui: divergenza di vedute) tra i due incontrastati protagonisti di questa difficilissima stagione della storia ucraina: il presidente Zelens’kyj e il generale Zaluzhny, comandante in capo delle forze armate ucraine. che i due abbiano idee diverse è stato certificato dalla recentissima intervista che il generale ha rilasciato a The Economist, in cui parla di “stallo” delle operazioni militari, esclude prossimi colpi di scena (ovvero, risultati clamorosi) e invoca una specie di rivoluzione tecnologica che possa fornire ai soldati ucraini i mezzi per sfondare le linee russe. Il tutto mentre Zelens’kyj non cessa di girare il mondo e incontrare leader per assicurarsi gli indispensabili rifornimenti, garantendo a tutti che la vittoria ucraina è non solo inevitabile ma anche prossima. E mentre il ministro della Difesa, Rustem Umerov, conferma ufficialmente la dottrina militare del Paese, come se dal 24 febbraio 2022 non fosse successo niente. E mentre i consiglieri della Presidenza, primo fra tutti l’ineffabile Mykhaylo Podoljak, annunciano uno sfondamento al giorno.
Sia chiaro, pareri solidi e certezze sono merce rara, e sarebbe tanto bello averne, con quel che succede dall’Ucraina a Gaza. Eppure, ci stiamo facendo l’idea che se in Medio Oriente non è ancora venuto giù tutto sia perché sta tenendo il patto tra Russia e Israele, e in particolare tra Vladimir Putin e Benjamin “Bibi” Netanyahu. Strano? No, per niente. Almeno per chi prova a guardare oltre le stentoree dichiarazioni di principio, che vano bene per i giornali ma nella politica internazionale contano fino alla dichiarazione successiva e di tenore opposto.
Com’era ampiamente prevedibile, dopo i grotteschi tentativi, all’epoca della presa di Mariupol’ da parte dei russi, di sciacquare i panni filo-nazisti del Battaglione Azov, ecco quelli ancor più disperati e disperanti di tramutare le SS naziste in un variegata compagnia dove alcuni erano nazisti e altri si trovavano lì per caso. D’altra parte l’ho scritto subito, siamo tutti un po’ canadesi, tutti inclini ad onorare l’ex ufficiale della Divisione Galizia delle SS Gunka, tutti o quasi affetti dalla sindrome che ci spinge a considerare buono tutto ciò che oggi va contro la Russia. Come la maschera piemontese di Garibuia che, dice la tradizione, si tagliava gli attributi per far dispetto alla moglie.
di Pietro Pinter – Sono passati più di 3 mesi da quando le forze armate ucraine hanno lanciato la loro preannunciata offensiva di primavera-estate. Negli ultimi 100 giorni un contingente di circa 12 brigate, equipaggiato con le migliori forniture militari che la NATO è stata in grado di offrire e con quanto restava della riserva strategica di veicoli corazzati sovietici, in preparazione almeno dall’inverno scorso, si è scagliato contro linee difensive russe altrettanto lungamente preparate. Secondo la maggior parte delle analisi autorevoli, una tra tutte quella del capo di stato maggiore americano Mark Milley, l’offensiva ucraina si esaurirà nei prossimi 30-60 giorni a causa del mutamento del meteo (che renderà il terreno prevalentemente rurale dello Zhaporozhye una palude fangosa) e del deterioramento delle capacità offensive dovuto all’attrito.
Ma Roman Abramovich, l’oligarca russo residente nel Regno Unito, sanzionato dal Governo inglese a causa dell’invasione russa dell’Ucraina e nel maggio del 2022 costretto a vendere il famoso club calcistico Chelsea di cui era proprietario da vent’anni, che vuol fare? Il club è stato rilevato da un gruppo americano e ad Abramovich sono andati 2,3 miliardi di dollari, che il magnate aveva promesso di destinare agli ucraini vittime della guerra. Adesso, però, al momento di finalizzare l’accordo con il Governo inglese e di far partire i soldi, Abramovich ha cambiato idea: vuole che metà della somma vada, sì, agli ucraini ma l’altra metà finisca invece alle famiglie dei russi vittime della guerra. Cosa che, ovviamente, fa infuriare il Governo di Sua Maestà e l’intera Commissione Europea. Tanto più che, senza la firma dell’oligarca, i quattrini non possono partire.
Interessante ricostruzione del quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung, che fa riferimento a fonti interne ai circoli politici tedeschi. A metà gennaio, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden avrebbe incaricato il capo della CIA, William Burns, di visitare Kiev e Mosca e valutare la loro disponibilità ai negoziati. Una missione portata a termine, anche se poi i media occidentali hanno parlato solo dell’incontro con il presidente ucraino Zelensky. Secondo le indiscrezioni, Burns avrebbe proposto a Kiev e Mosca un piano basato sull’idea “territori in cambio di pace”. Secondo questo piano, la Russia terrebbe circa il 20% del territorio dell’Ucraina ma porrebbe fine alla guerra. Entrambi i Paesi hanno rifiutato. L’Ucraina non vuole territori, mentre la Russia crede che alla lunga riuscirà a vincere la guerra e magari ad occupare ancora più territori.
Il rapporto di Amnesty International che ha fatto tanto infuriare i trinariciuti nostrani alla fin fine è un quasi banale esercizio di giornalismo, quel giornalismo che così tanto manca alla narrazione della guerra nata dall’invasione russa dell’Ucraina. A differenza di quanto sostiene il presidente Zelensky, nel Rapporto non c’è alcun tentativo di “spostare le responsabilità” né di mettere sullo stesso piano in contendenti. Nel Rapporto, per esempio, si parla esplicitamente dell’uso di bombe a grappolo (vietate dal diritto internazionale) da parte della Russia, ed è solo un esempio.









