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Repressione. I casi di Mosca e Washington

Repressione. Anzi, feroce repressione. Questa l’espressione più usata dai media occidentali per raccontare le reazione delle forze dell’ordine russe di fonte ai manifestanti “pro Navalny” scesi in piazza il 23 e il 31 gennaio. Secondo i dati dell’Ong progressista e liberale russa Ovd-Info, nel primo caso sono state arrestate più di 4 mila persone, nel secondo 5.754. Prima ancora, altri arresti: quando Navalny era stato fermato in aeroporto al ritorno dalla Germania (69 persone) e quando il Tribunale aveva confermato l’arresto (73), avviando così la procedura giudiziaria che avrebbe portato Navalny alla condanna a due anni e otto mesi di carcere. Stiamo parlando, ovviamente, di dati relativi alla Russia intera (140 milioni di abitanti).

Si può tranquillamente dire, quindi, che repressione è stata. Durante le manifestazioni, e soprattutto nelle grandi città come Mosca e San Pietroburgo, Omon e polizia hanno spesso usato la mano pesante (e non poche volte l’hanno subita da parte di manifestanti ottimamente organizzati) e soprattutto sono fioccate, dopo, le condanne a brevi periodi di reclusione per i manifestanti che erano stati arrestati, con tutte le conseguenze che ne derivano. In più, bisogna tener conto del. contesto. Negli ultimi tempi il Parlamento russo ha approvato una serie di leggi che, oggettivamente, limitano il diritto alla protesta e alla libera espressione.

È sull’aggettivo “feroce” che occorre intendersi. E per intendersi, quando si parla di repressione, bisogna necessariamente fare dei confronti. Ricordate Occupy Wall Street, il movimento di protesta pacifica contro i misfatti economici della finanza che si sviluppò negli Usa, e soprattutto a New York, nell’autunno del 2011? Bene. Tra quei ragazzi ci furono 8 mila arresti in due mesi. E qualche tempo dopo saltò fuori che l’Fbi, in combutta con gruppi privati legati a potentati finanziari privati, aveva attuato un’intensa campagna di spionaggio, infiltrazione e delegittimazione del movimento (pacifico, ripetiamolo) attraverso fake news fatte filtrare a media inconsapevoli o complici. Repressione? Feroce repressione?

Altro giro: Black Lives Matter, ovvero il movimento di protesta contro gli abusi della polizia ai danni delle persone di colore negli Usa, partito dopo l’assassinio di George Floyd per soffocamento da parte di un gruppo di poliziotti a Minneapolis, il 25 maggio 2020. Come sappiamo, la protesta degli afroamericani non fu sempre pacifica e fu a sua volta inquinata da numerosi episodi di violenza. Resta il fatto che Amnesty International, in un apposito rapporto, ha documentato che:

  1. negli Usa ogni anno più di mille persone vengono uccise dalla polizia. Il fenomeno è così ampio e preoccupante che le autorità rifiutano di tenere un registro di tali morti, che probabilmente sono più numerose di quanto si pensi;
  2. il fondo razzista di quel fenomeno è evidente: i neri sono il 13,2% della popolazione Usa ma costituiscono il 24,2% dei morti per mano della polizia;
  3. Amnesty International ha documento 125 casi di uso eccessivo della forza sui manifestanti da parte della polizia nel solo periodo 26 maggio – 5 giugno 2020, cioè subito dopo la morte di George Floyd. Nello stesso rapporto, Amnesty afferma che: non uno degli Stati americani è in regola con gli standard internazionali che regolano l’uso letale della forza da parte dei poliziotti; nessuno degli Stati americani impone ai tutori della legge di ricorrere all’uso letale della forza solo come ultima risorsa; nessuno degli Stati americani chiede ai poliziotti di ricorrere all’uso letale della forza solo quando ci sia un pericolo di vita per gli stessi poliziotti o per altre persone.

    Come chiamiamo tutto questo? Repressione? Feroce repressione?

Terzo e ultimo esempio: i disordini a Washington del  6 gennaio, nel corso della manifestazione pro Trump, e l’assalto al Campidoglio. Le autorità americane si sono sbrigate a definire l’accaduto “terrorismo interno”. Ok. Resta il fatto che quel giorno morirono cinque persone. Un poliziotto ucciso dai manifestanti e 4 manifestanti uccisi dai poliziotti (forse 3, di un quarto non si è mai capitato bene). E furono arrestate 300 persone.

Però quella era una manifestazione di persone disarmate. Lo ha confermato nei giorni scorsi Jill Sanborn, vice direttrice per l’antiterrorismo all’Fbi, durante un’audizione presso la Commissione Interni del Senato Usa, in cui ha ammesso che non furono trovate armi. La Sanborn (nominata dall’amministrazione Biden, quindi non sospettabile di simpatie verso i dimostranti del 6 gennaio) ha altresì ribadito che nessun colpo d’arma da fuoco fu sparato verso il Campidoglio o nel Campidoglio, a parte quelli dei poliziotti. Quattro morti in una folla disarmata che cos’è? Repressione? Feroce repressione?

Lettera da Mosca  

 

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