E dunque il gasdotto Nord Stream 2 si farà. A determinate condizioni ma si farà. I politici e i giornali ucraini gridano al tradimento, Joe Biden e Angela Merkel da grandi amici diventano mentitori e vigliacchi. Musi lunghi anche nei Paesi Baltici, in Polonia, nella Repubblica Ceca. Verrebbe da dire: è la politica, bellezza! O davvero gli ucraini credevano che gli Usa avessero investito tanto, nel 2014, per suscitare e far trionfare Maidan solo perché innamorati della nazione ucraina e dei suoi ideali? Eppure era chiaro da tempo che il vento aveva almeno in parte cambiato direzione. Dall’incontro con il famoso “assassino” Putin, Biden ha silenziato la grancassa sugli hacker russi, ha dismesso le prospettive di un rapido ingresso dell’Ucraina nella Nato e, ora, ha dato luce verde al completamento del gasdotto. Nulla di strano: se vuole regolare i conti con la Cina ha più bisogno della Russia (che sia freddina, se non proprio neutrale) che dell’Ucraina. D’altra parte, come dicono molti osservatori russi: soddisfatta o no di Biden, dove volete che vada l’Ucraina? E perché far entrare l’Ucraina nella Nato se in ogni caso fa comunque tutto ciò che la Nato chiede?
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Altre grane per Aleksey Navalny: un Tribunale di Mosca sta preparando un nuovo procedimento per le ripetute affermazioni che lui fece nel gennaio scorso quando, appena rinchiuso nel carcere moscovita di Matrosskaya Tishinà dopo essere rientrato dalla Germania, disse di avere intenzione di evadere. Siamo all’accanimento, ovvio. Quindi, pur avendolo sempre considerato un furbo agitatore assai più bravo nel marketing che nella politica, ora ho voglia di scrivere una cosa a suo favore. Vi prego, niente prediche. Non spiegatemi che Navalnyj viene finanziato dall’estero, lo so. Come so che, senza l’appoggio dei servizi segreti occidentali, certi colpetti come tracciare i telefoni privati degli agenti russi che lo seguivano non sarebbero stati possibili. Detto questo, e detto magari anche altro, non posso che provare compassione. Qualunque cosa si possa pensare di lui, Navalny è uno che ci ha messo la faccia e molto altro: è tornato in Russia sapendo che sarebbe finito in galera, e infatti adesso sconta due anni e mezzo di prigione a Vladimir. Il suo movimento politico è stato disperso, le sue fondazioni costrette a chiudere.
di Marco Bordoni – In principio lo slogan era: si alla vaccinazione, no all’obbligo. Ovvero (parola del Capo): abbiamo un vaccino ottimo (anzi, tre!), la gente dovrebbe usarlo (come ho fatto io!), anzi è molto importante che lo faccia, ma l’obbligo no, grazie. Il 22 marzo (ipse dixit): “La vaccinazione è, ovviamente, una scelta volontaria di ciascuno, una decisione personale”. Il 26 maggio: “Vorrei ribadire la mia posizione. A mio parere, è impossibile introdurre la vaccinazione obbligatoria. I cittadini devono comprendere da soli questa necessità, rendersi conto da soli che se non si vaccinano possono affrontare un pericolo grave e persino fatale.”. Com’è andata, in Russia, l’idea di lasciare la decisione alla gente? Se stiamo ai dati, molto male. I sondaggi mostrano che i russi disposti a vaccinarsi sono stati la maggioranza solo nel breve periodo febbraio – giugno 2020. Poi (quando il vaccino è arrivato veramente!), sono precipitati a poco più di un quarto del totale. Del resto, che bisogno c’era, visto che la gran parte dichiarava di condurre una vita assolutamente normale o di aspettarsi la normalità entro brevissimo? A fine marzo Putin si lanciava in previsioni ottimistiche (entro l’estate 70% della popolazione vaccinata e fine dell’epidemia) basate su stime elaborate dal produttore di Sputnik all’inizio della campagna vaccinale e confermate, in seguito, dal Governo.
di Marco Bordoni – Un paio di settimane fa, nell’incantevole scenario della reggia di Gatchina, nei sobborghi pietroburghesi, Putin ha inaugurato un monumento ad Alessandro III. Nell’elegante palazzo progettato per Grigorj Orlov da Antonio Rinaldi, lo zar cosiddetto “pacificatore” trascorse gran parte del proprio regno. Non è il primo omaggio di Putin ad Alessandro: nel 2017 aveva tagliato il nastro di una statua simile, piazzata in Crimea, nel palazzo di Levadia, e ne aveva elencato i successi: “Autorità internazionale della Russia rafforzata con la fermezza non con le concessioni, rapida crescita economica di pari passo con un riarmo che ha rafforzato l’esercito e la marina, fioritura di cultura e arte, grazie al richiamo alle tradizioni”.
Lo stupidario russofobo è vincente, a livello di propaganda, per una sola ma potente ragione: è senza fondo. Poco più di un anno fa la grande stampa sparava la sciocchezza dei russi della missione “Dalla Russia con amore” arrivati in Italia per spiare la Nato. Qualunque persona con un grammo di cervello poteva capire che si trattava di una scemenza. Un centinaio di scienziati e tecnici militari arrivati in Italia con tanto di fanfara come potevano spiare strutture militari come quelle? Che facevano, andavano strisciando di notte tra le pattuglie americane per poi, di giorno, sanificare le residenze per anziani della Bergamasca? Come se non bastasse, c’era anche chi scriveva che i russi spruzzavano liquidi misteriosi (ma certamente nocivi, ovvio) sulle strade delle nostre città.
di Giuseppe Gagliano In Russia un’ondata di repressione si abbatte sulla cosiddetta opposizione non di sistema, termine che designa tutte le organizzazioni che non sono ufficialmente riconosciute come partiti politici e che, di conseguenza, sono tenute fuori dalla competizione elettorale. Alcuni media emblematici dei circoli del dissenso liberale e democratico, molto impegnati contro Vladimir Putin – come la rivista studentesca Doxa o, ancora più emblematico, il canale di notizie online Meduza – si trovano nel mirino della giustizia, sotto l’influenza della legislazione contro l’estremismo (la legge federale volta a “combattere le attività estremiste”, adottata nel 2002, è stata modificata e rafforzata nel 2008 e nel 2015) o quella che disciplina l’attività delle organizzazioni che ricevono finanziamenti esteri. Questa legge, adottata nel 2012 (rafforzata nel 2020 sul modello della legge americana FARA, Foreign Agents Registration Act, 1938), richiede alle ONG che ricevono finanziamenti dall’estero di registrarsi soprattutto su Internet, a rischio di essere soggette a restrizioni della propria attività o di essere multati.
Alla fin fine, la grande politica internazionale è una cosa semplice. È complicata nelle tattiche, nelle manovre, nei trucchi. Lo è molto meno nelle strategie. Alla vigilia del summit tra Joe Biden e Vladimir Putin questa realtà si è affermata con lampante chiarezza. La strategia degli Stati Uniti è quella tipica di tutti gli imperi: divide et impera. La nuova amministrazione prima ha molto lavorato per dividere l’Europa dalla Russia, tentando fino all’ultimo di minare anche il ridotto della Germania e della sua ostinazione nel mantenere con Mosca l’accordo sul gasdotto Nord Stream 2. Poi, dopo aver dichiarato in ogni dove che la Russia era come sempre l’impero del male assoluto (Possiamo dire che Putin è un assassino? Sì sì), è passata a cercare di dividerla della Cina, che è il vero avversario strategico degli Usa, dicendo quanto sarebbe bello avere un buon rapporto con Putin (“Un avversario degno”) e i suoi hacker-sicari-torturatori. Non a caso Biden si presenta a Ginevra con un dono ben augurale: la dichiarazione che l’Ucraina non è pronta a entrare nella Nato. Il che, detto di passaggio, dimostra (se ve ne fosse stato bisogno) che nella strategia americana Kiev è una pedina da giocare secondo necessità. Molto più di quanto lo sia la Bielorussia per la Russia. Il che rende plasticamente la differenza di potere reale tra i due Paesi.
Dalle parti di Lettera da Mosca non ci sono grandi entusiasmi per Aleksandr Lukashenko, un gran furbone con qualche merito (per esempio aver evitato al suo Paese gli sconvolgimenti sociali che altre ex Repubbliche sovietiche invece hanno subito per anni e anni) ma molti demeriti. E soprattutto non c’è entusiasmo per la decisione presa dal Cremlino di salvarlo a tutti i costi. Chi ci segue lo ha notato, leggendo qui ma volendo anche qui. La vicenda del volo Ryanair tra Atene e Vilnius e l’allucinante arresto del giornalista Roman Protasevic (tra i fondatori del canale Telegram Nexta, uno dei più attivi e grintosi nell’opposizione a Lukashenko), ammanettato a Minsk appena l’aereo è stato obbligato a scendere all’aeroporto della capitale bielorussa, aumenta le perplessità e, in un certo senso, le certifica. Con Lukashenko, Vladimir Putin ha preso un bel bidone, ecco la verità.








