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VACCINAZIONE: NIENTE OBBLIGO, SIAMO RUSSI

di Marco Bordoni – In principio lo slogan era: si alla vaccinazione, no all’obbligo. Ovvero (parola del Capo): abbiamo un vaccino ottimo (anzi, tre!), la gente dovrebbe usarlo (come ho fatto io!), anzi è molto importante che lo faccia, ma l’obbligo no, grazie. Il 22 marzo  (ipse dixit): “La vaccinazione è, ovviamente, una scelta volontaria di ciascuno, una decisione personale”. Il 26 maggio: “Vorrei ribadire la mia posizione. A mio parere, è impossibile introdurre la vaccinazione obbligatoria.  I cittadini devono comprendere da soli questa necessità, rendersi conto da soli che se non si vaccinano possono affrontare un pericolo grave e persino fatale.”. Com’è andata, in Russia, l’idea di lasciare la decisione alla gente? Se stiamo ai dati, molto male.  I sondaggi mostrano che i russi disposti a vaccinarsi sono stati la maggioranza solo nel breve periodo febbraio – giugno 2020. Poi (quando il vaccino è arrivato veramente!), sono precipitati a poco più di un quarto del totale. Del resto, che bisogno c’era, visto che la gran parte dichiarava di condurre una vita assolutamente normale o di aspettarsi la normalità entro brevissimo? A fine marzo Putin si lanciava in previsioni ottimistiche (entro l’estate 70% della popolazione vaccinata e fine dell’epidemia) basate su stime elaborate dal produttore di Sputnik all’inizio della campagna vaccinale e confermate, in seguito, dal Governo.

Risultato? Solo il 15% della popolazione aveva ricevuto almeno una dose al 28 giugno. Una performance non invidiabile ma che non ha indotto le autorità a interventi più incisivi. Perché? Si possono fare solo delle ipotesi. Un po’ il timore di scontentare l’elettorato pochi mesi prima di elezioni in cui, sondaggi alla mano, Russia Unita rischia di rompersi il collo perdendo la maggioranza assoluta alla Duma. Un po’ per la convinzione che il Paese fosse già vicino all’immunità di gregge. Lo diceva il sindaco di Mosca, Sobyanin, lo scorso novembre: la metà della popolazione ha già gli anticorpi contro il Covid. Non per il vaccino, intendiamoci, ma per esserselo preso. Una immunità pagata cara se è vero, come è vero, che Rosstat certifica un aumento  della mortalità da aprile 2020 ad aprile 2021 di oltre 450.000 unità sui corrispondenti mesi pre covid cumulati (a fronte delle 110.000 vittime ufficialmente attribuite al contagio nello stesso periodo). Scostamento dato non tanto da una omissione intenzionale delle autorità centrali, quanto dalla negligenza di quelle locali (in Cecenia, per dire, sempre secondo Rostat, nel 2020 i decessi per polmonite “non Covid” sono aumentati di quasi 7 volte). Comunque il ragionamento era più o meno questo: la metà delle persone ha già gli anticorpi naturali, un altro 20% li mette assieme con i vaccini, siamo a posto, nessun obbligo..

Poi è arrivata la variante indiana. Nel giro di pochissimi giorni tutti gli indicatori si sono impennati, compresi quelli dei ricoveri ospedalieri (a Mosca 15.000 ricoverati Covid su 20.000 letti disponibili, di cui 680 in rianimazione, a San Pietroburgo siamo già vicini al limite)  e dei morti (652 ieri, massimo storico). E nello stesso brevissimo giro di tempo la musica è cambiata radicalmente. Come nella primavera scorsa è stato proprio Sobyanin a dirigere le danze. In un’intervista diffusa il 18 giugno ha spiegato che gli anticorpi dei guariti non bastano a far fronte alla nuova variante: bisogna assolutamente che si vaccinino tutti. Concetto ribadito il 26 giugno con lo slogan: vaccinazione di massa o lockdown.

L’escamotage trovato è una sorta di obbligo mascherato da libera scelta, ed è stato disposto da un regolamento emanato dall’ispettorato sanitario di Mosca: tutte le imprese i cui dipendenti lavorano a contatto con il pubblico dovranno avere almeno il 60% di personale vaccinato entro il 15 agosto (pena multe salate). Il ministro del Lavoro (questa volta del Governo federale) ha subito chiarito la sua interpretazione: le aziende potranno mettere in aspettativa non retribuita le persone che rifiutano il trattamento. I non vaccinati avranno anche difficoltà ad accedere ai ristoranti, dopo l’accordo fra Comune e ristoratori che ha portato al varo dei locali “Covid free” cui si accede con un codice QR. L’idea di Mosca è stata immediatamente copiata da diversi governatori regionali: nel momento in cui scriviamo sono 22 le regioni che hanno varato provvedimenti simili, fra cui San Pietroburgo.

Si è quindi creato un “fronte” per l’ obbligo vaccinale “light” imposto dalle autorità, di cui fanno parte alcuni ministri e governatori, le gerarchie ecclesiastiche (“La vaccinazione obbligatoria è espressione del dovere di solidarietà che incombe sui fedeli”), l’arruffapopolo Zhirinovsky, sempre ben attento a coprire con posizioni estreme i mezzi passi di Russia Unita (“Fuori dalle scuole i figli dei non vaccinati”), associazioni industriali e sindacali e personalità come Denis Prozenko, il primario della clinica 40 di Mosca, in prima linea nell’emergenza ed anche capolista (per Russia Unita) nelle prossime elezioni. Il difensore dei diritti umani Tatyana Moskalkova ha detto che la riflessione sull’obbligo vaccinale porterà alla distinzione di due tipi di diritti umani: individuali e collettivi, con i secondi che dovranno prevalere sui primi. Concetto gravido di potenziali conseguenze e colto subito dal ministro della Sanità Murashko secondo il quale la campagna vaccinale è danneggiata dall’idea di libertà di scelta “residuo degli anni 90”. A sorpresa (ma forse no) anche l’opposizione “anti sistema” liberale è favorevole all’ obbligo. Secondo il capo redattore dell’Eco di Mosca Venediktov bisogna distinguere la lotta al potere costituito e quella per la salute, che non tollera contrapposizioni.

Dall’altra parte la “pancia” della società, che esprime il suo malcontento sui social e sui canali Telegram, un embrione di movimento contro l’ obbligo a cui strizza l’ occhio sia il Partito Comunista in affanno elettorale (domenica un incontro fra deputati di Zyuganov e contrari alla vaccinazione ha raccolto abbastanza partecipanti da attirare l’attenzione delle autorità, che sono intervenute per scioglierlo) che la destra conservatrice e religiosa (i ragazzi di Konstantin Malofeev).

E Putin? L’ultimo suo intervento in tema è del 12 giugno, quando osservava mesto: “I vaccini li abbiamo, il problema è che le persone sono diffidenti”. Poi, più nulla. E non che non ne abbia avuto occasione, dati i molteplici e quotidiani interventi pubblici. Solo il portavoce Peskov ha abbozzato una spiegazione, girandoci attorno, e dicendo che a livello nazionale non esiste nessun obbligo: certo, la situazione è talmente grave che “in un modo o nell’ altro” i non vaccinati dovranno pagare pegno, tuttavia al momento si tratta solo di “alcune iniziative locali”.

Cerchiamo di trarre qualche conclusione, partendo da un dato evidente: la difficoltà di Putin a trattare la materia Covid. Dopo aver introdotto la quarantena l’anno scorso citando Jack London (non possiamo fare come gli eschimesi che abbandonano i vecchi), il Presidente ha lasciato l’emergenza in mano ad una serie di figure poco carismatiche (Sobyanin, ma anche il ministro della Sanità Murashko, la direttrice dell’Autorità per la Salute Anna Popova e la vice premier Tatyana Golikova) che certo non rischiano di fargli ombra, ma che sono anche generalmente poco apprezzate dall’uomo della strada. Le misure di contenimento (con impopolarità derivata) sono state delegate ai governatori regionali, che hanno dato una prova generalmente scarsa.

Nulla che non si sia visto anche dalle nostre parti, intendiamoci, ma certo una situazione ben diversa da quel palcoscenico internazionale in cui Putin può brillare ed esibire lo stile dell’uomo al comando. Ancora una volta, con l’introduzione dell’obbligo “light”, la patata bollente viene lasciata ai governatori. Ma la gente non è stupida: metterci la faccia e dirle “la situazione è grave, ci ho ripensato” sarebbe stato peggio per la popolarità? Non possiamo saperlo. Imbarazzato nella gestione di dati contraddittori a cui fatica ad interessarsi, visibilmente annoiato dagli interminabili collegamenti in smart working, Putin è indebolito dall’emergenza e il fatto che questa non sia finita non è certo, per lui, una buona notizia.

L’altra è che la Russia ha comunque ancora bisogno di una stanza di compensazione, di una istituzione universalmente riconosciuta che funzioni da luogo politico in cui mediare i conflitti. Appena questo luogo non funziona bene o è inaccessibile o preferisce dedicarsi ad altro (se pur temporaneamente), il dibattito esce dalle stanze del potere, diventa vivace come (e più) che alle nostre longitudini, e prefigura assetti futuri, altri centri di interessi che saranno mediati da nuovi interpreti. Abbiamo intravisto questo processo con il caso Golunov, con la polemica sul monumento a Dzerzhinsky, e di nuovo ora. Gente che nella liturgia del potere odierno si accapiglia si scopre alleata, e viceversa. Sullo sfondo, un orologio invisibile che marca il conto alla rovescia verso una data fatale: il 2024, la fine del quarto mandato di Putin. Un appuntamento a cui la Russia farà bene a non presentarsi impreparata.

di Marco Bordoni

fondatore e animatore del canale Telegram La mia Russia

 

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