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LA TERZA ETA’ DEL SISTEMA PUTIN

di Amedeo Maddaluno     Di solito la nostra stampa liquida quanto avviene dalle parti di Mosca con arrogante semplicismo: la Russia appartiene a Putin (egli stesso a propria volta dipinto come una sorta di Pinochet senza uniforme) e non c’è altro da dire. Chi si occupa di Europa Orientale sente la mancanza dei vecchi cremlinologi di un tempo, giornalisti e studiosi abituati a viaggiare o risiedere nel Paese – e magari a conoscerne la lingua, la storia, la cultura e il sistema, il che può essere di un certo aiuto quando si vuole parlare di una qualsiasi area geografica situata oltre Tarvisio.

Succede quindi che uno dei principali quotidiani nazionali dedichi, il 17 Luglio[2], ben due pagine di intervista ad un ex oligarca caduto in disgrazia dopo essersi opposto politicamente a Vladimir Vladimirovic, incarcerato e quindi esiliato a Londra. Parliamo di Mihail Borisovic Khodorkovskij, ricchissimo signore elevato dal quotidiano – che lo lascia parlare a fiume senza contraddittorio – a speranza della democratizzazione del sistema politico della Russia. Il quotidiano omette di spiegare ai propri lettori che il suddetto Mihail Borisovic è uno degli ultimi oligarchi rimasti della generazione arricchitasi in modo sorprendentemente rapido nei selvaggi anni Novanta. Nell’intervista il nostro si produce nell’immaginare una Russia post-Putin, ovviamente marcata da una forte autonomia delle varie entità locali della Federazione.

Per chi conosce la storia dell’oligarca, nulla di strano: negli anni del suo massimo potere, arrivò a immaginare un proprio oleodotto per vendere oro nero alla Cina in completa autonomia dallo Stato, cosa che ovviamente cozzava con il desiderio di Putin (e, ce lo si lasci dire, del russo comune) di ripristinare un minimo di sovranità del Paese sulle proprie risorse. Se chi scrive di Russia ignora la storia e la vicenda del Paese almeno negli ultimi quarant’anni non può certo sapere che se c’è una cosa che i russi detestano più dei propri governanti sono proprio gli oligarchi, specie quelli le cui fortune risalgono al periodo a cavallo tra la dissoluzione dell’URSS e gli anni Novanta. 

Su quanto accade sotto le cupole del Cremlino, Churchill la pensava diversamente dai giornalisti occidentali: fu infatti lui a dire che “La Russia è un indovinello avvolto in un mistero all’interno di un enigma”. Anche il referendum che modifica la costituzione della Federazione Russa ed estende i mandati di Putin, prolungandone la permanenza alla presidenza, è qualcosa di meno scontato di quanto sembri. Se infatti calcoliamo che si è espresso a favore della modifica il 77,93% di quel 64% di russi recatisi ai seggi, otteniamo il 49,87% degli aventi diritto: nonostante l’allentamento delle misure COVID, nonostante i seggi allestiti con capillarità e i calorosi inviti al voto – e nonostante, ma qui siamo noi a malignare, i prevedibili brogli dove il risultato fosse in dubbio – siamo comunque fermi alla metà dei russi aventi diritto al voto. 

Tutt’altro che un plebiscito, insomma, per un sistema e un Presidente per il quale i giorni gloriosi del ritorno della Crimea alla Madrepatria sono trascorsi: dalla riforma delle pensioni a una gestione dell’emergenza COVID delegata ai governatori locali, la popolarità di Putin non accenna a risalire, mentre è proprio quella dei governatori locali non membri del partito di governo Russia Unita a crescere, perché sono visti come unica alternativa all’inamovibile potere moscovita. Si pensi ad esempio alle proteste di Khabarovsk[4] dopo il pretestuoso arresto del governatore locale, membro del partito di estrema destra LDPR (Partito Liberal Democratico di Russia, a dispetto del nome né liberale né tanto meno democratico ma sostenitore di un ultranazionalismo xenofobo che conferma il posizionamento tutto sommato tra centro e centrodestra del partito Russia Unita che sostiene il sistema Putin).

Se l’opinione pubblica non è del tutto ignorabile ma non è nemmeno il primo grattacapo di Vladimir Vladimirovic, il problema ad oggi è appunto quello dell’alternativa: chi sarà il successore di Putin al governo del Paese? Che non vi siano investiture ufficiali è comprensibile: nominare un successore anzitempo significherebbe aprire una lotta per il potere contro di lui oppure originata da lui stesso (non necessariamente paziente nell’attesa del proprio momento). Uno scenario kazako – con l’ex presidente Nazarbaev che si ritira a capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale come “padre nobile” della patria lasciando le redini a un efficace tecnocrate – resta possibilissimo ma disturbato da un grave mal di pancia: quello dei militari, i quali si sentono esclusi non solo dalla gestione dell’emergenza COVID, ma anche dai giochi per la successione.

Il termometro di questi malumori sono gli strali che il Corriere Militare Industriale, organo dello “Stato profondo” russo continua a lanciare direttamente contro Putin in persona. Di tutto ha bisogno la Russia di oggi meno che dell’ennesima riedizione dello scontro tra le diverse anime dello Stato. Un tempo queste erano riconducibili a esercito e polizia segreta, ma il Partito Comunista operava da efficace mediatore valendosi ora dell’una ora dell’altra. Oggi questa camera di compensazione politica non esiste più, si sono aggiunte diverse figure di tecnocrati oltre agli oligarchi rimanenti, e sullo sfondo rimangono le consuete spinte centrifughe.

Il sistema Putin va interpretato così: più che un’autocrazia personale “à la Pinochet” fondata esclusivamente su violenza e terrore è un sistema di mediazione tra queste varie anime alle quali non è concesso di mettere in discussione solo l’unità e la centralità dello Stato-apparato e che non può fare del tutto a meno anche solo di una parvenza di legittimazione popolare.

In tutto questo l’Europa rimane priva di una qualsiasi “politica russa” che si prepari a dialogare con chi anche solo per motivi biologici verrà dopo Putin a governare il nostro più grande e potente vicino (vicino la cui cultura non è nemmeno del tutto separabile da quella europea). Ci si limita a rinnovare le sanzioni, divisi tra un Ovest europeo (Francia, Italia e Germania) interessato a riannodare giusto i fili del commercio e un Est europeo che vede ogni riavvicinamento come il fumo negli occhi, offrendosi agli ambienti americani più russofobi come riedizione dell’eterno cordone sanitario antirusso dal Baltico al Mar Nero. L’effetto? Spingere la Russia tra le braccia della Cina in un fidanzamento di interesse e non di amore (questo è certo) ma che rischia pur sempre di diventare un matrimonio se si continuano a commettere i due errori basilari della diplomazia: primo, lasciare il proprio avversario (vero o presunto che sia) senza alternative, secondo unire i propri avversari (veri o presunti che siano) invece di provare a incunearsi tra di loro.

Il terzo errore è invece quello che abbiamo denunciato in queste righe: rinunciare ad analizzare gli interlocutori e a cogliere le loro complessità. I nostri giornali continueranno imperterriti a parlare della Russia come “Russia di Putin”, come se da Groznij a Vladivostok essa sia un’unica, immensa dependance del Cremlino.

di Amedeo Maddaluno

Pubblicato in Osservatorio Globalizzazione

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