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GIORNO DELLA VITTORIA E DELLE DIVISIONI

di Pietro Pinter        Nessuna dichiarazione di guerra all’Ucraina, nessuna mobilitazione generale, nessuna richiesta di aiuto agli alleati del CSTO; nulla di ciò che l’intelligence NATO aveva paventato, o che uno dei più controversi analisti russi – noto per il suo pessimismo – aveva auspicato. Non si può certo dire però che questo sia stato un Giorno della Vittoria ordinario, in Russia e nell’ex Unione Sovietica. Se non altro a causa di alcune illustri assenze. In primis quella dell’aviazione, a causa del “brutto tempo”, nonostante una splendida giornata di sole a Mosca. Il timore dei russi era evidentemente che un azione di sabotaggio – sarebbero bastati un paio di uomini con uno Stinger – avrebbe causato uno spettacolare incidente davanti agli occhi di tutto il mondo. Dal punto di vista morale e propagandistico sarebbe stata un’umiliazione senza precedenti per la Russia, e non si è voluto correre il rischio. Un timore,  quello per possibili atti di sabotaggio, corroborato anche dalle minacce al Ponte di Crimea o di Kerch, aperto in pompa magna da Putin stesso nel 2018, con tanto di countdown online per la sua distruzione prevista proprio per il 9 maggio.

E poi l’assenza delle consuete celebrazioni congiunte con gli americani, come quella dedicata all’incontro sul fiume Elba nel 1945. Putin, nel suo discorso, ha affermato di avere invitato come consueto una rappresentanza americana, a cui sarebbe stato vietato di partecipare. Ha ringraziato i soldati americani che hanno combattuto contro l’Asse e rimarcato la bontà della causa comune degli alleati durante la seconda guerra mondiale.

Il 9 maggio però non si festeggia, o meglio non si festeggiava, solo in Russia. Anche nei territori recentemente occupati dell’Ucraina si sono tenute delle celebrazioni, seppur non fastose come quelle di Mosca. Marce e commemorazioni sono state tenute a Kherson, a Mariupol’, a Novaya Khakhovka, a Berdyansk, e sono state partecipate da quei settori della popolazione che hanno accolto con favore l’occupazione russo-separatista. Coloro che parteciparono agli scontri politici, poi diventati militari, contro i rivoluzionari maidanisti nel 2014.

Ci sono anche luoghi dove il 9 maggio non si festeggia più. Non solo nell’Ucraina maidanista, dove la memoria storica della seconda guerra mondiale, della vittoria sovietica contro il Terzo Reich, è ormai largamente considerata una vittoria del nazionalismo russo (nonostante gli ufficiali sovietici fossero più ucraini che russi) e una ricorrenza sui cui è meglio non porre troppa enfasi, come evidenziato dal videomessaggio piuttosto sobrio di Zelensky. Una memoria storica che da alcuni viene sostituita con il ricordo dell’armata insurrezionale ucraina di Stepan Bandera, padre del nazionalismo ucraino nonché collaborazionista nazista.

Nelle altre ex repubbliche sovietiche si sente comunque la necessità di distanziarsi dall’aspetto più militaresco della ricorrenza, per non voler dare l’impressione di sostenere la cosiddetta “operazione militare speciale” in Ucraina con il pretesto di questa occasione. La propaganda russa pone molta enfasi sulla “denazificazione” dell’Ucraina e sul paragone tra l’operazione militare speciale e la grande guerra patriottica. Una vera parata militare si è tenuta solo in Tajikstan (con la partecipazione dei soldati russi della 201° divisione) mentre in Kazakhstan, Bielorussia, Georgia, Armenia, Azerbaijan, Moldavia, Kyrgyzstan si sono tenute delle cerimonie di deposizione di fiori, delle marce del Reggimento Immortale (una tradizione piuttosto recente, che vede i ritratti dei caduti in guerra trasportati uno ad uno dai loro parenti) e altri eventi di questo tipo. Negli altri Paesi alleati il clima è ancora meno “festoso”, con USA e UK che, se quanto riporta la TASS è vero, hanno bandito la marcia del Reggimento Immortale, e l’ambasciatore russo in Polonia che è stato attaccato durante una visita al memoriale dei soldati sovietici.

Insomma, a 77 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, anche il 9 maggio è una data divisiva. In alcuni Paesi viene celebrata con molta enfasi, in altri con imbarazzo e in altri ancora viene nascosta sotto il tappeto. Per la Russia nessuna dichiarazione di guerra e nessuna svolta epocale, ma neanche nessuna parata trionfale a Mariupol’ o dichiarazione di vittoria, come forse il Cremlino sperava. Finita la parata, gli ex alleati e connazionali tornano a combattersi nell’Ucraina meridionale.

di Pietro Pinter

fondatore e curatore del canale Telegram Inimicizie

 

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