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Posts tagged as “elezioni”

Navalny, di cui mi ricordo solo io

Altre grane per Aleksey Navalny: un Tribunale di Mosca sta preparando un nuovo procedimento per le ripetute affermazioni che lui fece nel gennaio scorso quando, appena rinchiuso nel carcere moscovita di Matrosskaya Tishinà dopo essere rientrato dalla Germania, disse di avere intenzione di evadere. Siamo all’accanimento, ovvio. Quindi, pur avendolo sempre considerato un furbo agitatore assai più bravo nel marketing che nella politica, ora ho voglia di scrivere una cosa a suo favore. Vi prego, niente prediche. Non spiegatemi che Navalnyj viene finanziato dall’estero, lo so. Come so che, senza l’appoggio dei servizi segreti occidentali, certi colpetti come tracciare i telefoni privati degli agenti russi che lo seguivano non sarebbero stati possibili. Detto questo, e detto magari anche altro, non posso che provare compassione. Qualunque cosa si possa pensare di lui, Navalny è uno che ci ha messo la faccia e molto altro: è tornato in Russia sapendo che sarebbe finito in galera, e infatti adesso sconta due anni e mezzo di prigione a Vladimir. Il suo movimento politico è stato disperso, le sue fondazioni costrette a chiudere.

ARMENIA, IL VOTO SULLE FERITE DELLA GUERRA

di Maurizio Vezzosi da Erevan (Armenia) – Arrivata alle elezioni politiche, l’Armenia si trova a fare i conti con una situazione assai complessa: la piccola Repubblica ex sovietica è andata al voto in un clima di forte risentimento nei confronti della propria classe politica e al tempo stesso di disillusione. La sconfitta nella guerra dello scorso autunno con il vicino Azerbaijan ha lasciato ferite profonde a livello sociale, politico ed economico. L’affermazione azera nella regione del Karabakh ha provocato la perdita del controllo di centrali idroelettriche e di vaste aree di territorio agricolo particolarmente fertile, oltre che importanti sotto un profilo simbolico e culturale.

LA RUSSIA E IL COVID: E LE REGIONI… (3)

di Kadri Liik   Il senso comune avrebbe potuto ipotizzare che il Cremlino avrebbe sfruttato l’opportunità creata dal virus per impegnarsi in un’ulteriore centralizzazione, nonché in un maggior controllo della popolazione. Ma quello che è successo – almeno sul fronte della centralizzazione – è stato l’opposto. Putin ha annunciato che tutte le regioni e i governatori dovevano prendere le decisioni più adatte alla loro specifica situazione. In teoria, una tale delega di responsabilità aveva perfettamente senso: l’intensità della pandemia variava notevolmente tra le regioni; e il sistema sanitario russo è organizzato a livello regionale, con le autorità federali che svolgono un ruolo assai scarso. Tuttavia, per un Paese la cui traiettoria politica negli ultimi vent’anni è stata quella di una decisa centralizzazione da parte del Cremlino (con solo minime correzion dopo le proteste del 2011-2012), l’approccio di Putin è stato sconcertante.

VISTO DA MOSCA: DEMOCRAZIA USA? MAH!

Vi stupite per ciò che succede negli Usa? Milan Svolik e Matthew Graham, docenti di Scienze Politiche presso l’Università di Yale, hanno condotto una ricerca sull’elettorato americano da cui escono molti dettagli poco piacevoli.  Nell’articolo, Democracy in America? Partigianeria, polarizzazione e forza del sostegno alla democrazia negli Stati Uniti, Svolik e Graham dimostrano infatti che non c’è un’influenza decisiva della cultura democratica sugli elettori negli Stati Uniti. In altre parole, gli americani sono pronti a votare per i politici autoritari se questi vanno incontro alle loro preferenze ideologiche o promettono di soddisfare le loro esigenze concrete. Solo una piccola parte degli americani darebbe in ogni caso la priorità ai principi della democrazia. Ma si tratta di un gruppo  in via di riduzione a causa della polarizzazione dello spettro partitico e della radicalizzazione delle posizioni politiche.

LUKJANOV: “DA TRUMP A BIDEN? DI MALE IN PEGGIO PER MOSCA”

di Fulvio Scaglione – Fyodor Lukjanov? Uno che conta! La risposta degli amici di Mosca è quasi automatica. D’altra parte, come dar loro torto? Laureatosi nel 1991 presso l’Università Lomonosov di Mosca come germanista, ha lavorato nel settore esteri di radio, televisioni e giornali. Nel 2002 è diventato direttore di Russia in Global Affairs, il più prestigioso periodico russo sulle questioni geopolitiche. E’ anche membro del Consiglio per la Politica Estera e di Difesa, un’organizzazione indipendente che raduna intellettuali, imprenditori, politici e militari, e del Russian International Affairs Council. Scrittore, ha dedicato libri e pubblicazioni, in russo e in inglese, ai rapporti tra Europa e Russia, alle relazioni transatlantiche e al ruolo internazionale della Russia dopo l’avvento alla presidenza di Vladimir Putin. A Lukjanov, quindi, ho chiesto di guardare alla sfida tra Donald Trump e Joe Biden con gli occhi di Mosca, e di raccontarci quel che si vede.

L’ORSO RUSSO SCEGLIE BIDEN

A pochi giorni dal voto che, negli Usa, deciderà le sorti della Casa Bianca, in Russia è stato condotto il test elettorale decisivo. A dirimere le prospettive di vittoria tra il democratico Joe Biden e il repubblicano, e presidente uscente, Donald Trump è stato chiamato Buyan, un orso bruno che vive nello zoo della città siberiana di Krasnoyarsk.

VISTO DA MOSCA: SE IL CATTIVO È LA CINA

Nelle elezioni presidenziali americane del 2016, la Russia fu scelta come capro espiatorio per giustificare la sconfitta subita dal candidato del Partito Democratico. Mosca fu accusata di aver interferito nell’esito del voto attraverso la diffusione di false informazioni. Dopo le elezioni fu anche avviata un’indagine giudiziaria che peraltro si concluse senza portare prove della manipolazioneNonostante ciò, nel 2017 e nel 2018 gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni economiche contro entità russe. Ciò ha portato all’ulteriore inasprimento di rapporti già minati dalla crisi ucraina nel 2014. Come atto di rappresaglia per la presunta ingerenza di Mosca, il Congresso degli Stati Uniti ha varato nuove sanzioni economiche. La Russia era così diventata il cattivo per eccellenza, quello da rimproverare per qualunque disgrazia, che fosse l’avvelenamento dell’ex spia Sergei Skripal nel 2018 o i presunti bombardamenti russi sui civili innocenti nella parte Est di Aleppo. La Russia era colpevole di tutto, anche quando mancavano le prove.