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LUKASHENKO, DECIDE ANCORA LUI

di Maurizio Vezzosi   L’11 e 12 febbraio si è svolta a Minsk l’Assemblea generale bielorussa, evento che si tiene ogni cinque anni e si prefigge di fare un bilancio del piano quinquennale concluso e di approvare quello da inaugurare. Quest’anno ha visto la partecipazione di 2.700 rappresentanti istituzionali di tutti i livelli e di tutti i settori sociali. “Unità, sviluppo, indipendenza” sono state le parole d’ordine dell’Assemblea, presieduta da un Aleksandr Lukashenko ormai al potere da ben 26 anni, e stampati in grandi insegne all’interno e all’esterno del Palazzo della Repubblica, nella centrale Piazza d’Ottobre della capitale.

Ad emergere è stata una grande attenzione ai temi economici, a quelli legati alla difesa, allo sviluppo industriale e al partenariato strategico con Mosca e Pechino, su cui si imperniano gli obiettivi del nuovo piano quinquennale approvato. Ma anche al sostegno della ricerca scientifica e tecnologica, allo sport, alla demografia e alle riforme politiche. Sullo sfondo la pandemia da Covid-19, che viene oggi affrontata dalle autorità bielorusse senza imporre alcuna limitazione alle attività commerciali e sociali, al contrario di quanto avvenuto nelle prime settimane di pandemia nel marzo dello scorso anno. Per far fronte subito all’emergenza sanitaria alcune migliaia di dosi del vaccino russo Sputnik V sono già state consegnate alle autorità bielorusse, ma nonostante ciò Lukashenko ha promesso di concludere al più presto lo sviluppo di un vaccino bielorusso.

L’Assemblea generale di pochi giorni fa si inserisce nel quadro del confronto politico ancora aspro in corso nel Paese. Rispondendo alle critiche provenienti dall’opposizione liberale e dall’Occidente, Lukashenko ha promesso di ampliare gli spazi per il multipartitismo e la formazione di nuovi partiti. Tra circa un anno è previsto un referendum per l’approvazione della nuova Costituzione che, se accolta, entrerà in vigore entro il 2022. Con questo passaggio dovrebbe concretizzarsi anche il cambio al vertice auspicato dall’opposizione.

Pochi giorni prima dell’Assemblea generale bielorussa si è svolta l’udienza preliminare del processo contro Viktor Babariko, ex banchiere vicino alla russa Gazprom e collezionista d’opere d’arte, detenuto da circa otto mesi con l’accusa di riciclaggio per un valore pari a quasi 430 milioni di euro. Parte della società bielorussa considera l’arresto di Babariko una mossa di Lukashenko per impedire a un oppositore di presentarsi alle elezioni dello scorso agosto. Rispondendo dal carcere alle domande a lui sottoposte da Deutsche Welle, Babariko ha auspicato una «rivoluzione dei ceti medi», un’ambizione che è invece stata stigmatizzata da Lukashenko come il desiderio di una «rivoluzione piccolo-borghese».

Le proteste dei mesi scorsi sono per il momento rientrate, ma tutto lascia intendere che l’opposizione liberale non rinuncerà a organizzarne di nuove. Svetlana Tikhanovskaya, oppositrice in esilio nella vicina Lituania, si è rivolta all’Unione Europea chiedendo di imporre nuove sanzioni contro la Bielorussia, provocando la reazione critica dei vertici istituzionali intervenuti all’Assemblea generale verso queste richieste così come verso le sanzioni già imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Già lo scorso anno Lukashenko aveva replicato duramente alle condizioni dettate dal Fondo Monetario Internazionale per concedere una linea di credito alla Bielorussia: lockdown, coprifuoco e forti limitazioni analoghe a quelle imposte in molti Paesi occidentali.

Il diffuso e consistente tradizionalismo che caratterizza la società bielorussa rappresenta una tra le principali ragioni sociali che hanno permesso l’affermazione e la tenuta politica di Lukashenko a seguito della disgregazione dell’Unione Sovietica. Oggi la sua figura fa i conti con una certa ostilità presente soprattutto in seno all’elité bielorussa e ai ceti medi attratti dall’Occidente. Pur rimanendo visibili alcuni attriti, la frattura consumatasi negli scorsi mesi con Mosca sembra oggi ricomposta e la tenuta politica di Lukašenko appare solida, così come la gestione economica del Paese.

Anche senza rinunciare all’atteggiamento sfrontato che lo ha sempre contraddistinto, Lukashenko sembra aver chiaro che prolungare sine die il proprio ruolo nella forma attuale non sarebbe che controproducente per l’interesse del Paese. È dunque probabile che, pur senza rinunciare in toto a ricoprire un ruolo politico, intenda concludere il suo mandato da Presidente prima della scadenza naturale, favorendo così quella transizione politica che ‒ seppur lentamente ‒ si sta configurando, e scongiurando al contempo il rischio di terapie shock di eltsiniana memoria.

di Maurizio Vezzosi

Pubblicato in Atlante dell’istituto Treccani

 

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