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LA RUSSIA E IL COVID: E LE REGIONI… (3)

di Kadri Liik   Il senso comune avrebbe potuto ipotizzare che il Cremlino avrebbe sfruttato l’opportunità creata dal virus per impegnarsi in un’ulteriore centralizzazione, nonché in un maggior controllo della popolazione. Ma quello che è successo – almeno sul fronte della centralizzazione – è stato l’opposto. Putin ha annunciato che tutte le regioni e i governatori dovevano prendere le decisioni più adatte alla loro specifica situazione. In teoria, una tale delega di responsabilità aveva perfettamente senso: l’intensità della pandemia variava notevolmente tra le regioni; e il sistema sanitario russo è organizzato a livello regionale, con le autorità federali che svolgono un ruolo assai scarso. Tuttavia, per un Paese la cui traiettoria politica negli ultimi vent’anni è stata quella di una decisa centralizzazione da parte del Cremlino (con solo minime correzion dopo le proteste del 2011-2012), l’approccio di Putin è stato sconcertante.

All’inizio della pandemia, molti osservatori sospettavano che si trattasse di una mossa intelligente di pubbliche relazioni: Putin ha scelto i governatori locali per scaricare su di loro il ruolo dei responsabili dei fallimenti sanitari e delle limitazioni alla libertà personale, ma preservando per sé il ruolo del benefattore che elargisce doni sotto forma di giorni non lavorativi e assistenza finanziaria. Tuttavia, se questo era il piano, non ha funzionato. Non solo la popolarità di Putin è crollata, ma il primo ministro ha sostanzialmente perso il suo ruolo politico. A gennaio, quando Putin ha nominato Mikhail Mishustin capo del Governo, sembrava esserci un’agenda precisa. Mishustin avrebbe dovuto accelerare l’attuazione dei “progetti nazionali” – grandi investimenti intesi a trasferire denaro dalle riserve all’economia reale – e il conseguente aumento del tenore di vita avrebbe dovuto creare le condizioni per un trasferimento di potere regolare e controllato . Nel corso di pochi mesi, però, il Governo ha rinviato questi progetti, il trasferimento del potere è diventato incerto, e Mishustin – dopo essere stato brevemente messo da parte dal contagio – ha continuato a fare da tecnocrate: un amministratore incaricato di guidare il Governo senza ambiziosi programmi politici.

Pertanto, per quanto riguarda il Governo centrale, il Covid-19 non ha indotto i cittadini a radunarsi attorno alla bandiera. Invece, come hanno osservato i sociologi, c’è stato un leggero aumento del sostegno ai leader delle regioni. Una “federalizzazione strisciante”, come alcuni hanno detto. Questo è una cosa relativamente nuova per la Russia, dove storicamente le persone hanno avuto la tendenza a credere in buoni zar e cattivi boiardi. E i periodi in cui il centro si è indebolito – come gli anni Novanta e all’inizio del XVII° secolo – sono stati, in retrospettiva, ampiamente considerati come tempi di difficoltà. Tuttavia, questa strisciante federalizzazione non è stata causata dalla pandemia: secondo la politologa Ekaterina Schulmann, l’importanza relativa delle regioni ha iniziato ad aumentare prima dell’inizio della crisi e da allora la tendenza è continuata. Inoltre, non si dovrebbero sovrastimare gli effetti politici immediati di questa tendenza. I russi che vivono fuori da Mosca e da San Pietroburgo stanno sviluppando sempre più programmi e richieste specifiche  – come si è visto, ad esempio, nelle proteste del luglio 2020 a Khabarovsk – ma oggi, nel processo decisionale concreto, il centro e le regioni mantengono stretti legami come parti di un sistema politico in lento declino.

Si può trovare un buon esempio di ciò nella recente carriera di Sobyanin. Dopo essere stato nominato capo della task force russa sul Coronavirus a metà marzo, è diventato il volto ufficiale del potere amministrativo. Nonostante alcuni intoppi iniziali, il pubblico ha ampiamente approvato le misure da lui introdotte. Ad esempio, la sua implementazione dei permessi per pendolari a Mosca – validi dal 15 aprile al 9 giugno – inizialmente ha avuto l’approvazione del 54% degli elettori. Tuttavia, a giugno, il Cremlino ha costretto improvvisamente Sobyanin a revocare il blocco, per soddisfare il desiderio di Putin di tenere il voto costituzionale e la parata per la vittoria. Ciò ha inferto un duro colpo sia alla popolarità di Putin sia all’autorità di Sobyanin: non solo ha rafforzato l’impressione che la priorità del Presidente fosse la sua agenda politica, ma ha anche fatto sospettare che il sistema di permessi di Mosca e la rigorosa quarantena derivassero da una mossa egoistica del potere. Di conseguenza, la popolarità di Sobyanin è scesa da un picco del 57% al 45%.

Se il Cremlino ha avuto scrupoli nell’esercitare la sua influenza sulle regioni, li ha messi a tacere dopo le elezioni locali del 13 settembre, che hanno visto la vittoria della maggior parte dei candidati “governativi”. L’unico settore in cui il Cremlino sembra aver approfittato della pandemia, consapevolmente o meno, è nella procedura elettorale. Con il voto spalmato su un ampio numero di giorni e di luoghi (in apparenza, e forse in realtà, a causa del Coronavirus), il processo è diventato molto difficile da monitorare.

Ciò è iniziato con il voto costituzionale del 1° luglio. Alcuni analisti avvertirono subito che le regole per il voto venivano redatte in modo caotico e improvvisato, il che avrebbe potuto danneggiare il processo elettorale e per il sistema elettorale nel suo insieme. E infatti: l’improvvisazione su regole e procedure si è replicata nelle elezioni amministrative del 13 settembre, cosa che molti esperti hanno ritenuto ancor più grave. “Il voto costituzionale era dio sa cosa, quindi è andato bene condurlo in dio sa in quali modi”, ha commentato un esperto: “Ma prolungare il periodo di votazione per le elezioni locali e consentire così tante votazioni fuori sede, è equivalso a erodere l’istituzione elettorale, e questo è grave. Alla gente importa”.

di Kadri Liik

Pubblicato da European Council on Foreign Relations  3 – continua

 

 

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