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UCRAINA: I VOLONTARI, L’EROE E IL MAGNATE

La Russia è l’aggressore e l’Ucraina l’aggredito. L’Europa si sente minacciata, se non altro dalle conseguenze delle azioni del Cremlino. La Russia stessa si sta avvitando in una spirale di azione e reazione che recide una serie di legami con l’Occidente (economici, politici, culturali) in un trauma di portata storica. E stiamo parlando di una Russia che, pur essendo un Paese dalla natura duale (europea e asiatica insieme), ospita il 60% della popolazione nella parte non a caso detta “Russia europea”. Tante altre cose si potrebbero dire ma su queste credo sia possibile ipotizzare un’ampia convergenza.

Se è così, però, bisognerebbe farsi anche qualche domanda sulla funzione di lavatrice che il sistema informativo occidentale sta cercando di svolgere, nel modo più energico e superfluo possibile, su alcune realtà su cui, invece, sarebbe utile avere qualche dubbio in più. Qualche esempio. Secondo certe stime, sarebbero arrivati in Ucraina, per combattere al fianco delle truppe di Kiev, circa 7 mila “volontari” di 63 Paesi. Siamo proprio sicuri che si tratti, sempre e comunque, di volontari (questa la dizione che di solito ricorre) e non anche di veri mercenari? Un’inchiesta in proposito non ci starebbe male ma, a parte qualche tentativo sulla stampa anglosassone, non se ne vede traccia consistente.

Stesso discorso per il generale Valery Zaluzhny, comandante in capo delle forze armate ucraine, un ufficiale di indubbie capacità che si è formato sul campo di battaglia del Donbass. Zaluzhny è stato immediatamente contrapposto al generale russo Aleksandr Dvornikov, messo dal Cremlino a dirigere le operazioni militari in Ucraina, sulla base di un presunto duello tra “l’eroe” e “il macellaio” (Dvornikov, negli scorsi anni,  è stato a lungo impegnato in Siria). Qualcuno ha provato a verificare se siano giustificate le accuse della procura della Repubblica autoproclamata di Lugansk, che accusa Zaluzhny di crimini di guerra ai danni dei civili? Accuse di parte, certo. Ma gli otto anni di guerra nel Donbass non sono stati uno scherzo… E ci dice nulla il fatto che nell’autunno del 2021 Zaluzhny abbia scelto come suo primo consigliere Dmitrij Yarosh, per anni leader del movimento di estrema destra Pravy Sektor, e dal movimento to di fatto espulso dopo il cosiddetto “incidente di Mukaciov”, dal nome della città dove miliziani di Pravy Sektor e di altri gruppi si scontrarono per il controllo del contrabbando, lasciando diversi morti sul terreno. Occuparsene non vuol certo dire abbandonare la causa dell’Ucraina e della sua resistenza.

Altro giro, altro lavaggio: i militanti del Battaglione Azov. È davvero obbligatorio, per sostenere l’Ucraina, mettersi a discettare se questi neo-nazisti siano lettori di Kant o custodi di sentimenti generosi nei confronti della famiglia? Non basterebbe ricordare che nel 2014 furono tra i primi a battersi contro i russi nel Donbass, guadagnando così sul campo un certo prestigio agli occhi di una popolazione ucraina e una certa influenza negli ambienti politici che, a differenza da loro, nella grande maggioranza dei casi non hanno simpatie neonaziste? E che loro, kantiani o meno, sono e restano gente da croce uncinata?

Ultimo caso: gli oligarchi. La stampa occidentale, e quella italiana in particolare, fa questa distinzione: quelli russi sono “oligarchi”, quelli ucraini sono “magnati”. Lo si è visto bene con Rinat Akhmetov, l’uomo più ricco di Ucraina, proprietario tra l’altro di Azovstal, l’acciaieria (una delle più grandi d’Europa) di Mariupol’ dove si combatte da settimane. Le aziende che Akhmetov possiede in Italia sono andate in sofferenza ed ecco i provvidenziali articoli sul “magnate” ucraino. Anche qui: colpa della Russia che ha invaso l’Ucraina, d’accordo. Ma questo non cambia la natura della ricchezza di Akhmetov, che è nata nel periodo convulso del crollo dell’Urss e che è “sospetta” quanto quella dei più sanzionati oligarchi russi. Akhmetov è originario di Donetsk ed è un musulmano praticante. Sulla sua ascesa sono stati scritti in Ucraina libri interi, che lo vorrebbero agli inizi come uomo forte del clan tartaro diretto da Akhat Bragin, un mafioso che era tra l’altro proprietario del club calcistico Shaktar Donetsk. Bragin fu ammazzato, insieme con sei guardie del corpo, nel 1995 e fu proprio Akhmetov a ereditare i suoi affari, Shaktar compreso. Però non temete: Akhmetov non è un oligarca, è un magnate.

Tutto questo, ripetiamolo fino alla noia, non per togliere qualcosa alla causa ucraina ma, molto più semplicemente, per non prendere lucciole per lanterne.

Fulvio Scaglione

 

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