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KIEV: PUTIN NON INVADERA’, BIDEN TRATTERA’

di Marco Bordoni       Conviene, alla Russia, invadere l’ Ucraina? Se lo sono chiesti recentemente  Ivan Timofeev, direttore del think tank Club Valdaj, e Gav Don, un analista dell’ Università di Edimburgo con trascorsi nell’ esercito di Sua Maestà. Entrambi hanno concluso che no: a conti fatti, per Putin i rischi di un’avventura militare superano di gran lunga i benefici. “Un’invasione dell’Ucraina”, scrive Gav Don “costituirebbe una gigantesca scommessa da parte di Mosca, una scommessa con investimento sconosciuto, premio sconosciuto e rischi sconosciuti. Dal momento che Putin non gioca d’azzardo, mi sembra molto probabile che un’invasione non sia in realtà il piano russo, e che non lo sia mai stato”. “I costi di una possibile guerra contro Kiev”, sostiene Ivan Timofeev, “superano di gran lunga i benefici. La guerra è carica di rischi significativi per l’economia, la stabilità politica e la politica estera russa. Non risolve i principali problemi di sicurezza, mentre ne crea molti di nuovi”.

Questo il parere degli esperti. E l’uomo della strada? La questione è stata indagata dal centro demoscopico Levada (considerato vicino all’opposizione liberale) in un sondaggio dello scorso aprile. L’ indagine ha fotografato un Paese spaccato, con il 43% (maggioranza fra gli anziani) favorevole a un intervento in sostegno di Donetsk e Lugansk “nel caso scoppiasse il conflitto” (quindi, presumibilmente, su iniziativa di Kiev) e il 43% (maggioranza fra i giovani) contrario. Inoltre, sempre secondo il sondaggio, quelli che pensano che la guerra aumenterebbe la popolarità di Putin sono molti meno (16%) di quelli dell’opinione opposta (32%). Un altro sondaggio effettuato dal governativo VIZIOM qualche anno fa (2017) indicava che l’80% dei Russi preferirebbe risolvere la crisi ucraina con “trattative e conflitto congelato” e solo il 10% con una guerra ad oltranza “anche a costo di sacrifici, per una rapida soluzione del conflitto”.

E Putin? In un lungo articolo dello scorso luglio il Presidente russo ha fornito la sua versione dei fatti sulla questione ucraina. In sostanza, Putin è convinto che l’Ucraina sia indissolubilmente legata alla Russia dal comune retaggio storico, e che la sua indipendenza negli attuali confini sia un “incidente” (frutto dell’utopia degli amministratori bolscevichi) destinato a “risolversi” nel medio termine. È un approccio che può non piacere a Kiev ma che non porta necessariamente alla guerra: perché impegnarsi per raccogliere un frutto che, appena maturo, ci cadrà in mano?

Come noto nel lungo periodo saremo tutti morti, e forse Putin ha torto: l’Ucraina è affatto destinata a tornare all’abbraccio russo. Secondo Dmitry Trenin, del Carnagie Institute, fra 30 anni “Russi e Ucraini non si vedranno più come parenti ostili diventati avversari, ma come veri e propri stranieri, e dovranno imparare a gestire le loro relazioni in base a questa nuova realtà”. Chi sa come andrà. L’importante, però, è prendere atto che le idee di Putin non significano necessariamente guerra, che non c’è nessun motivo di supporre l’intenzione di Putin di smembrare (ulteriormente) l’Ucraina. Del resto, non che gli sia mancata l’ occasione favorevole: ad esempio nel febbraio del 2014, quando Kiev era in preda al caos e i Russi avevano in mano Janukovich, il presidente regolarmente eletto (ed illegittimamente defenestrato). Oppure nel settembre seguente, quando la cosiddetta “operazione anti terrorismo” collassò costringendo Poroshenko al tavolo di Minsk. L’esercito russo non si mosse allora. Non si vede perché dovrebbe farlo oggi. Nessuna “invasione” alle viste, quindi. Almeno non in senso hollywoodiano, con fanfare, colonne di carri armati e rombo cupo delle artiglierie e degli elicotteri sullo sfondo.

Discorso parzialmente diverso meritano le “linee rosse” che sono due. La prima, tracciata da Peskov lo scorso gennaio, riguarda le repubbliche separatiste: in caso di aggressione di Kiev la Russia interverrebbe a loro difesa (come, dice Lavrov, in Georgia nel 2008). Può essere che nelle intenzioni di Putin Donetsk e Lugansk dovessero funzionare come una sorta di calamita per attrarre l’Ucraina vicino a Mosca, o almeno per condizionarne la politica. Non a caso gli accordi di Minsk prevedevano che il “rientro” delle città in Ucraina fosse preceduto da un dialogo istituzionale (di fatto inaccettabile da qualsiasi governo nazionalista). Ma visto che il confronto con i “separatisti” non è mai nemmeno iniziato, si è venuta a creare una situazione in cui Kiev non dismette il suo atteggiamento di sfida (si vedano i processi contro il leader dell’ opposizione filo russa Medvedchuk e la legge sul “periodo di transizione”, che è attualmente in fase di approvazione) e Mosca risponde in maniera uguale e simmetrica con una sorta di annessione di fatto (ultimo capitolo: la rimozione delle barriere doganali fra le repubbliche e la Russia). Ne deriva che la Russia è sempre più vicina a Donetsk e Lugansk e costretta a garantire protezione incondizionata. Illudersi che possa assistere impassibile alla loro soppressione violenta sarebbe un grave errore. Se Kiev non può accettare un cessate il fuoco totale (che riconoscerebbe implicitamente la secessione), Mosca, da parte sua, dovrebbe rispondere ad una escalation troppo violenta. Su questo sottile crinale si regge la “tregua calda” in vigore da otto anni.

Per questo bisogna fare molta attenzione ad episodi apparentemente secondari come l’occupazione, da parte delle forze ucraine, del villaggio di Staroma’evka, il 30 ottobre scorso, seguita dalla posa (confermata dagli osservatori internazionali) di un ponte logistico sul fiume Kalmius: esattamente il tipo di mossa che gli Ucraini dovrebbero fare se intendessero lanciare un’offensiva per “tagliare” Donetsk dal suo sbocco sul mare a Novoazovsk, e che potrebbe far decidere a Mosca che la misura è colma.

La seconda linea rossa, illustrata da Putin a giugno e di nuovo ieri, riguarda la stabilità strategica: il dispiegamento di sistemi missilistici occidentali in Ucraina altererebbe l’ “equilibrio del terrore” tanto da rappresentare una minaccia esistenziale che Mosca non potrebbe ignorare. È la mancanza di un accordo con la NATO sui limiti del suo dispiegamento ad Est (dice Fyodor Lukyanov, direttore di Russia in Global Affairs Fedor Lukyanov, commentato qui da Luigi de Biase) a generare una “zona grigia” di imprevedibilità e insicurezza inaccettabile per la Russia.

Come si vede la preoccupazione, qui, non è tanto quella di “occupare” (in tutto o in parte) l’Ucraina ma di ottenere risultati molto più circoscritti, ovvero la difesa dello status quo nel Donbass e la garanzia che certi sistemi d’arma saranno dispiegati a distanza di sicurezza dai confini russi. Le “linee rosse” hanno poco a che vedere con la creazione di un’Ucraina filo russa (motivo per cui, non dobbiamo immaginare, il giorno in cui le cose andassero malauguratamente storte, un conflitto “per le linee rosse” come una guerra totale con centinaia di migliaia di uomini sul terreno, quanto piuttosto come un’ operazione “chirurgica” il più possibile limitata e intesa a neutralizzare una minaccia specifica). Il problema posto dalle “linee rosse” è  trovare un modus vivendi con Kiev e con i suoi alleati. La palla, insomma, è nel campo della coalizione occidentale.

Secondo il Wall Street Journal Biden si presenta al vertice NATO in corso a Riga con tre possibili strategie sulla questione ucraina. La prima: intensificare il riarmo di Kiev, moltiplicando il sostegno offerto negli ultimi mesi. La seconda, opposta: cessare ogni supporto in vista di una distensione con la Russia. La terza: intavolare una trattativa diretta e bilaterale con Mosca, superando il formato del “quartetto Normandia” (Francia, Germania, Russia, Ucraina). Quest’ultima ipotesi è quella destinata ovviamente a essere condivisa dagli alleati (incapaci, divisi e rissosi come sono, di trovare un consenso sulle altre due) e così il fascicolo Ucraina verrà sottratto agli Europei.

È una ipotesi che potrebbe non dispiacere a Putin. I Russi hanno già manifestato in molti modi esasperazione per l’incapacità di Francia e Germania di smuovere l’alleato ucraino: addirittura lo scorso 18 novembre Lavrov ha fatto pubblicare tutta la corrispondenza intercorsa con i suoi colleghi Heiko Maas e Jean-Yves Le Drian: una grave scortesia diplomatica che chiama fuori Mosca da un tavolo ormai da anni incapace di produrre anche il minimo progresso. Il dialogo con gli Americani, invece, è entrato nel vivo sin dal vertice Putin Biden di giugno: fanno fede le visite del vicesegretario di Stato Nuland il 12 ottobre e del direttore della CIA Burns a Mosca il 6 novembre. Proseguono, intanto, i colloqui sulla stabilità strategica (secondo il viceministro degli Esteri Ryabkov, impegnato nelle trattative, si sono compiuti progressi) e sulla  lotta alla pirateria informatica. È già stato annunciato un nuovo vertice, a mezzo video, fra Putin e Biden entro la fine dell’anno, che dovrebbe tirare le fila del lavoro imbastito dai ministri degli Esteri in occasione dell’incontro del 2 dicembre a Stoccolma, quando Blinken ha proposto esplicitamente la mediazione USA per risolvere la crisi. Solo la “guerra dei consolati” non trova tregua, con la recente espulsione incrociata di 27 membri di rappresentanze ormai ridotte all’osso.

Per gli Stati Uniti l’Ucraina è una risorsa e un problema allo stesso tempo. Incuneata nella profondità strategica Russa, è un’assicurazione contro le ambizioni di Mosca e un efficace strumento per logorare le forze dell’avversario, e ridurne le ambizioni globali tenendolo inchiodato nel cortile di casa. Ci sono anche argomenti che sconsigliano un impegno a fondo, oltre alla stessa geografia, che fa dell’Ucraina un enorme e indifendibile avamposto: l’instabilità politica ed economica, la presenza di legami non ancora recisi con Mosca e, non ultimo, il rischio di una escalation incontrollata.

Sarà comunque l’entourage di Biden, non certo Putin, come si legge su certe tribune poco informate, a decidere se e in che modo assecondare i Russi, i cui margini di manovra sono, arrivati a questo punto, ridottissimi. Non è a Kiev o a Mosca, ma oltre oceano, a Washington, che si trarranno i dadi della pace o della guerra in Ucraina.

di Marco Bordoni

L’autore è fondatore e curatore del canale Telegram La mia Russia

 

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2 Comments

  1. Carlo Geneletti Carlo Geneletti 4 Dicembre 2021

    il problema è il partito della guerra USA, e cioè i generali e i produttori di armi, per cui nessuna guerra è sbagliata. Questo partito può esercitare un enorme influsso su Congresso e Senato USA, senza contare la macchina da guerra della stampa. la quale, essendo di proprietà di fondi che possiedono anche i produttori di armi, sono tutti a favore della guerra, di una qualsiasi guerra. E per ultimo, nonostante Russiagate sia stato ormai sepolto, la campagna martellante dei media e del Congresso contro la Russia, ha disposto l’opinione pubblica alla guerra contro la Russia.
    Siccome l’Europa non esiste e forse, vistala in opera, è meglio, l’azione partirà dagli USA, ma non è detto che sia così ragionevole come Bordoni in questo eccellente articolo, la descrive.

  2. Stefano Baf Stefano Baf 21 Dicembre 2021

    Articolo interessante che ho riletto. Trovo interessante accostarlo ad un articolo di Dario Fabbri apparso su “Limes” l’anno scorso ( 08/10/2020) come commento alle elezioni USA.
    Il punto centrale dell’articolo era che l’atteggiamento “ostile” nei confronti della Russia e volto piú a controllare l’Europa. Si tratta cioé di impedire una collaborazione tra Paesi europei, in primis la Germania e la Russia, in modo da mantenere l’Europa saldamente nel controllo USA.
    Alla luce degli ultimi eventi questo risultato sembra essere stato per ora ottenuto abbastanza facilmente. Se togliamo di mezzo la retorica ecologistica, della difesa dei valori democratici, si vede che le decisioni prese in campo energetico ed il rinnovo di sanzioni, non fanno che aggravare la situazione europea, portandola sempre piú nell´area atlantica.
    E´chiaro che gli Stati europei sono nell’area di influenza geopolitica USA, ma sarebbe stato bello vedere un minimo di difesa dei propri interessi e della propria autonomia.

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