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USA, CHE COSA AVETE DA OFFRIRE ALLA RUSSIA?

di Vladimir Badmaev     Per molto tempo, l’egemonia mondiale della Gran Bretagna si è basata su una potente flotta e sul principio di “divide et impera” esercitato sui suoi avversari sul Continente. Ma, ovviamente, l’economia rimaneva la sua arma principale. Dopo che il Regno Unito si era trasformato nel laboratorio e nella bottega del mondo, per qualunque altro Paese litigare con Londra era diventato un affare costoso e dalle conseguenze assai sgradevoli. Nel Ventesimo secolo, gli Stati Uniti hanno assunto il ruolo di Paese egemone e di principale potenza economica del pianeta. E i metodi usati dagli Usa per preservare il dominio globale sono stati gli stessi un tempo usati dall’ex padrona dei mari: perché cambiare ciò che funziona? Ma il tempo passa e oggi, inaspettatamente, è la Cina la grande officina del mondo, anche se Washington continua a considerarsi la potenza egemone. Proprio nella fase in cui il mondo occidentale ha deciso di sbarazzarsi della propria industria per avviare la cosiddetta transizione verso una sorta di società dell’informazione postindustriale. Ma gli eventi degli ultimi anni hanno dimostrato che è impossibile mangiare informazioni e che le automobili non escono dai computer.

Proprio per questo l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha tentato una febbrile riscossa dell’industria, proclamando la guerra economica alla Cina. E ha subito una sconfitta completa. Tra i successi, infatti, l’amministrazione Usa può vantare un leggero indebolimento della posizione di Huawei e un’epica “spremitura” di una parte di TikTok. Ma tutto ciò è costato agli Stati Uniti il calo più vistoso del Più dagli anni Quaranta, record che non può essere attribuito per intero alla pandemia. Il Coronavirus è stato solo la goccia che fa traboccare il vaso. L’unico modo per rallentare in qualche modo lo sviluppo della Cina sarebbe spingerla contro qualche altro Paese di una certa potenza, in modo che gli Usa possano trarre vantaggio dal conflitto. E a tale scopo, secondo gli analisti americani, la Russia è l’ideale. Questa idea, tutt’altro che originale, è stata avanzata da due politologi americani in un articolo su The National Interest. E il modo in cui si propone di raggiungere questo obiettivo dimostra che, molto probabilmente, non sarà mai raggiunto.

Puoi provare a ingannare gli elettori quanto vuoi: la propaganda e la sociologia servono proprio a questo. Ma l’articolo è stato pubblicato da un think tank (o che almeno si considera tale), non si rivolge non ai comuni cittadini ma a coloro che hanno qualcosa a che fare con il processo decisionale. E mentire a te stesso prima della battaglia decisiva significa condannarsi in anticipo alla sconfitta.

Il presidente Richard Nixon andò in Cina, nel 1972, non perché si facesse illusioni sul carattere di Mao Zedong o Zhou En-Lai, ma perché gli Usa e l’Occidente si trovavano ad affrontare una minaccia considerata esistenziale, ovvero la possibile alleanza tra l’Unione Sovietica e la Cina. Nixon pensava che il riavvicinamento di Washington a Pechino gli avrebbe permesso di infilare un cuneo i due Paesi comunisti, rafforzando così gli interessi e la sicurezza degli Stati Uniti. Gli autori dell’articolo, quindi, sostengono che, con la normalizzazione delle relazioni con la Cina nel contesto della guerra Fredda degli anni Settanta, all’amministrazione Nixon riuscì di dividere i due potenziali alleati, portando al rafforzamento della posizione americana.

Purtroppo per gli articolisti, però, Pechino e Mosca avevano cessato di essere alleate quindici anni prima, e non a causa degli americani. Le relazioni avevano iniziato a deteriorarsi dopo il XX° Congresso del PCUS e la destalinizzazione avviata da Nikita Khruscev. Per tutta la prima metà degli anni Sessanta, nel quadro della “Grande Polemica”, la direzione del Partito Comunista Cinese chiese che la direzione del Partito Comunista dell’URSS abbandonasse la politica di dicredito di Stalin.

Quando la successiva leadership sovietica, guidata da Leonid Brezhnev, confermò l’inviolabilità delle disposizioni del XX Congresso, i rapporti tra gli ex alleati si guastarono definitivamente. Poi ci furono i fatti di Damansky   e  Zhalanashkol, l’Unione Sovietica iniziò a rafforzarsi militarmente in Mongolia e nell’Estremo Oriente, fino al confine con la Repubblica popolare cinese. Non c’era alcuna alleanza che Nixon potesse rompere, insomma. Nemmeno una partnership.

Le vere ragioni dell’apertura della Repubblica popolare cinese gli Stati Uniti risiedono nell’economia, non nella politica. Ad alcuni può sembrare strano, ma l’economia americana negli anni Settanta si sentiva, per usare un eufemismo, non bene. Il concetto di Reaganomics non è apparso perché gli Usa sguazzavano nel lusso, e Trump non è certo stato il primo a voler rendere grande l’America. Già nel 1980 gli strateghi di Ronald Reagan promettevano agli elettori di renderla “Great again”. Pertanto, la normalizzazione delle relazioni con Pechino fu vantaggiosa per Washington ma anche per Pechino che, in cambio di una parziale apertura del mercato, ottenne l’acceso alle tecnologie e a nuove opportunità di modernizzazione. Oggi, quarant’anni dopo, è chiaro che la Repubblica popolare cinese ha sfruttato appieno le opportunità che si aprirono allora, mentre gli Stati Uniti …

La versione americana del ripristino delle relazioni con la Cina, che sarebbe stata una vittoria politica dell’amministrazione Nixon, è una favola hollywoodiana,  come la “vittoria” americana nella Guerra Fredda. E gli autori dell’articolo propongono di riutilizzare questa ricetta e di intervenire nei rapporti odierni tra Mosca e Pechino. La Storia spesso si ripete in modi inaspettati. Cina e Russia sono affiancate in quella che molti vedono come un’altra Guerra Fredda, entrambi i Paesi vedono gli Stati Uniti come un avversario. Ma le divisioni tra loro, quelle che Nixon potè di sfruttare nel 1972, rimangono. Nello stesso tempo, gli Usa non hanno nulla da offrire alla Russia dal punto di vista economico. Certo molto meno di quanto può offrire la Cina. Al contrario, Mosca e Washington negli ultimi anni sono state sempre più in competizione, sul mercato mondiale e in particolare su quello cinese, nella fornitura di risorse energetiche, prodotti agricoli e altri beni.

Ma i politologi americani non prendono nemmeno in esame gli interessi della Russia. La carota per Mosca starebbe nell’assenza del bastone, nella promessa di revocare le sanzioni. Inoltre, l’Occidente, a loro avviso, dovrebbe evitare “un’ostilità impulsiva e automatica nei confronti della Russia”. Anche se la ricetta è allontanare Vladimir Putin dalla presidenza e stabilire legami con la “nuova generazione di politici russi”. Il tipo di relazioni lo si può intuire dall’esempio di alcuni Paesi nostri vicini. Con carte così brutte in mano, Washington non sarà in grado di mettere un cuneo tra Pechino e Mosca. Sempre che, ovviamente, non riesca a produrre l’ennesima “rivoluzione colorata”.

Nel 1941, uno dei motivi del fallimento del Piano Barbarossa e della sconfitta dell’esercito tedesco fu la chiara sottovalutazione delle forze nemiche. Basta leggere i diari di generali e soldati tedeschi, in cui scrivono di carri armati russi rivelatisi più potenti di quanto pensassero e dell’economia sovietica che non crollava, per capire che non c’era stata una preparazione seria alla guerra. Forse gli stessi tedeschi credevano alla propria propaganda su una certa inferiorità dei popoli dell’URSS. Perché no? Oggi, studiando le idee degli americani, sorgono il dubbio che la leadership statunitense stia facendo lo stesso errore e creda alla propria propoaganda. Se è così, è una brutta notizia per loro.

di Vladimir Badmaev

Pubblicato in Rex

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