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TRA ISLAM E ROMANOV, LA TERZA VIA DI PUTIN

di Emanuel Pietrobon – Esiste un Paese dalla posizione geografica unica e dove l’islam ha un’importanza centrale nella vita pubblica e nell’elaborazione della politica estera da parte dei decisori politici. In questo Paese operano più di 5mila organizzazioni islamiche, sono presenti circa 8mila moschee, la popolazione musulmana è maggioritaria in almeno sei Repubbliche e rappresenta tra il 10% e il 20% a livello nazionale. Questo Paese, inoltre, ha un Presidente che regala copie del Corano ai propri alleati e cita alcune delle sure più belle in occasione delle festività pubbliche e per indurre Stati terzi a cessare le ostilità quando si trovano in guerra. Questo Paese, che ad un primo sguardo si potrebbe tentare di localizzare geograficamente in Nord Africa, in Medio Oriente o in Asia meridionale, giace tra l’Europa orientale e l’Asia settentrionale e ha una storia millenaria che, paradossalmente, affonda le proprie radici in una religione che non è l’islam, è il cristianesimo ortodosso. Questo Paese è la Russia.

Alcuni portali di informazione hanno notato che Vladimir Putin quest’anno, rivolgendosi al popolo russo in occasione della Giornata di Unità Nazionale, ha introdotto due versetti coranici nel proprio discorso. Soltanto alcuni giorni prima, all’apogeo delle proteste nel mondo musulmano contro Emmanuel Macron, Putin aveva preso le distanze dalla cosiddetta libertà di blasfemia promossa e difesa dall’Eliseo e spiegato che in Russia nulla di ciò è mai accaduto e mai accadrà, né verso l’islam né verso gli ortodossi né verso i fedeli di altre religioni. L’anno scorso, a settembre, durante una trilaterale con Hassan Rohani e Recep Tayyip Erdogan, il Presidente russo aveva lanciato un appello per la pace ai belligeranti che stanno combattendo nello Yemen. Anche in quel caso Putin aveva citato un versetto del Corano per ricordare alle parti in guerra che l’islam legittima il ricorso alla violenza e alla guerra soltanto per ragioni di autodifesa.

Nel 2015, inoltre, Putin aveva regalato all’ayatollah Khamenei la più antica copia del Corano fino ad allora gelosamente custodita in Russia. Un gesto molto apprezzato e che non era passato inosservato né in Iran né nel resto del mondo musulmano. La domanda sorge spontanea a questo punto: la Russia è ortodossa o musulmana? La verità è che è la Russia è una realtà troppo complessa per essere circoscritta e delimitata in categorie specifiche e precostruite, specie se fabbricate da analisti che indossano lenti occidentalo-centriche. La Russia è al tempo stesso Terza Roma e Seconda Mecca, culla dei Romanov e di Lenin, essa è Europa e Asia; la Russia può essere – ed è – tutto questo in virtù della sua storia, della sua posizione geografica e della moltitudine di etnie e nazioni che la abitano.

Non si può comprendere pienamente la politica interna ed estera russa rifacendosi esclusivamente al ruolo giocato dal patriarcato di Mosca, perché una pari influenza viene esercitata anche dall’ebraismo e dall’islam. Un elemento accomuna queste tre fedi e non è la comune discendenza da Abramo: è la lealtà al Cremlino, di cui approvano e appoggiano i progetti postsovietici di (ri)costruzione dell’identità nazionale.

In epoca sovietica la fede era oggetto di persecuzione, poiché ritenuta oppio dei popoli, oggi è invece oggetto di esaltazione, più o meno per lo stesso motivo. La Russia ha imparato dagli errori del passato: il tentativo dei comunisti di eliminare Dio dal cuore dell’uomo non ha funzionato, forse perché troppo lungimirante o forse perché troppo miope. Non fu il proletariato internazionale a rianimare il cuore delle truppe sovietiche nelle fasi più dure dell’assedio di Leningrado, fu l’icona della Madonna di Kazan sventolata sui cieli della metropoli dall’aeronautica militare su ordine dell’ateo Stalin, a sua volta suggerito da un mistico libanese che aveva avuto una visione mariana. Non fu il muro di Berlino ad anticipare la caduta dell’impero sovietico e il fallimento del comunismo, fu la fede. Fu indossando una croce al collo e lottando per il Papa che i polacchidiedero impulso alla caduta del regime comunista, sancendo l’avvio di un effetto domino che in tre anni avrebbe travolto l’intero Secondo mondo, e fu in occasione del millesimo anniversario della cristianizzazione della Russia, nel 1988, ampiamente partecipato oltre ogni aspettativa, che la dirigenza sovietica comprese la profondità del proprio fallimento.

Similmente nel Caucaso meridionale e nella regione del Volga è stata la fede in Maometto a permettere ai daghestani, ai bashkiri, ai ceceni e agli altri popoli di sopravvivere ai tentativi di massificazione coercitiva della dirigenza sovietica andati avanti per quasi un secolo. Ed è nel nome dell’islam che, oggi, sono rinate e tornate all’antico splendore città come Kazan, la terza capitale di Russia, e sta venendo ridisegnato il panorama urbano di ogni metropoli, Mosca inclusa.

Neanche le date scelte per l’inaugurazione delle moschee sfuggono al simbolismo, oggi come in passato. Ad esempio, la prima pietra della moschea di San Pietroburgo, nota per le decorazioni dall’alto valore artistico e per i minareti di 50 metri che la rendono visibile a lunghe distanze, fu posata nel 1910 per celebrare il 25esimo anno del regno Said Abd al-Ahad Khan a Bukhara (Uzbekistan). L’inaugurazione al pubblico, invece, avvenne tre anni dopo per commemorare il 300esimo anniversario del regno dei Romanov.

A Mosca, cinque anni fa, è stata aperta una delle moschee più grandi e belle della federazione e alla cerimonia inaugurale hanno partecipato Recep Tayyip Erdogan e Mahmoud Abbas. In Cecenia, poi, si trovano a Grozny una replica quasi esatta della moschea blu di Istanbul e a Shali, dall’anno scorso, la moschea più grande d’Europa. L’islam russo non è solo architettura, è anche influenza nella vita pubblica e nella politica estera. Dopo aver posto fine alla stagione dei separatismi etno-religiosi nel Caucaso meridionale, Putin ha avviato un lungo percorso di ripensamento identitario e avvicinato i capi religiosi e politici delle repubbliche a maggioranza islamica con l’obiettivo di gettare le fondamenta di un’identità nazionale al tempo stesso nuova, poiché proiettata nel 21esimo secolo, ma con lo sguardo rivolto al passato, ossia alla politica di pluralismo religioso dei Romanov avviata da Caterina II.

Del resto, alcune delle più grandi moschee di Russia sono state costruite a partire dalla metà dei primi anni 2000, a Mosca come a Grozny e Shali. L’islam è, quindi, parte integrante della storia e dell’identità nazionale russa. A Putin va il merito di aver ricordato tale fatto e ridato centralità alla seconda fede del Paese, trascurata e persino malvista nelle fasi successive all’implosione dell’Unione Sovietica per via del fenomeno terroristico e separatista. L’islam russo è, inoltre, patriottico in quanto indigeno, nativo e autoctono. I tatari fanno parte della storia russa tanto quanto gli slavi; non è una coincidenza che Kazan, cuore del Tatarstan, sia ribattezzata la terza capitale di Russia. Del resto, basterebbe soggiornare in Russia per confutare facilmente e rapidamente miti precostruiti e stereotipi su questo popolo, etnicamente e religiosamente molto meno omogeneo di quanto si creda in Occidente.

L’islam è, al pari del cristianesimo ortodosso, uno dei motivi per cui l’agenda estera del Cremlino negli anni recenti sta venendo riorientata nell’area Medio Oriente e Nord Africa. L’intervento militare in Siria fu dettato primariamente dall’imperativo di proteggere Bashar al-Assad, e quindi salvaguardare il sogno dello sbocco in un mare caldo, e secondariamente dalle pressioni provenienti dal patriarcato di Mosca circa la protezione dei cristiani esposti all’avanzata dello Stato Islamico e da quelle provenienti dalla comunità islamica, anch’essa preoccupata dallo Stato Islamico ma per un altro motivo: la sua influenza negativa sulla gioventù musulmana di Russia e sull’immagine dell’islam.

Ed è sempre facendo ricorso alla chiave di lettura islamica che si può comprendere l’attivismo russo in Israele, più bilanciato rispetto a quello americano poiché  attento a preservare il legame speciale con Tel Aviv e al tempo stesso a difendere i diritti degli abitanti delle terre palestinesi. È la Russia che, infatti, sta gradualmente diventando la nuova portavoce dei palestinesi, esercitando un’influenza che rivaleggia – e supera – con quella turca. Il Cremlino, in breve, non risponde soltanto alle richieste e agli interessi del patriarcato di Mosca, ma anche alle richieste e agli interessi dell’islam russo, che non si può ignorare per ragioni demografiche, storiche e di consenso. I musulmani, infatti, sono tendenzialmente anche più conservatori di ebrei e cristiani – e, ovviamente, dei laici – e guardano con estremo favore a determinate politiche, come ad esempio la legislazione che vieta la propaganda Lgbt ai minorenni e l’educazione patriottica.

Musulmani sono, inoltre, alcuni dei personaggi pubblici più seguiti della Russia, come il campione di arti marziali miste Khabib Nurmagomedov, e dei politici più fedeli a Putin, come il presidente ceceno Ramzan Kadyrov. L’islam è, in pratica, una fonte potenziale di problemi se maltrattato e incompreso, ed una fonte incredibile di consenso, stabilità e potere se adeguatamente rispettato e compreso.

di Emanuel Pietrobon

L’articolo è stato pubblicato in Osservatorio Globalizzazione

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