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QUEL CHE LUKASHENKO CI DICE DI PUTIN

di Marco Bordoni

Non sarebbe giusto giudicare Lukashenko per quel che appare oggi: un guitto, un cavallo spompato, un dinosauro, senza riconoscere i suoi meriti di ieri, facilmente reperibili a un clik di distanza, sul sito della Banca Mondiale:  tasso di povertà crollato dal 41% del 2000 al 5% di oggi, aspettativa di vita passata da 68 a 74 anni, reddito pro capite passato da 1.000 a 14.000 dollari l’anno, indice Gini (quello che misura l’ ineguaglianza sociale) fra i più bassi d’ Europa. Il tutto guidando non una superpotenza che galleggia su di un mare di petrolio e di gas (capaci tutti, vero Vova?), ma un’ anfora di coccio che può sostenere una bilancia commerciale da incubo con il poco che ha: trattori e chimica lasciate in eredità dall’ Urss e una montagna di patate.

Sul piano politico Bat’ka ha, sotto molti aspetti, precorso il putinismo, mettendo all’angolo il nazionalismo bielorusso, rivalutando ideologicamente il passato prossimo, offrendo un rifugio ai funzionari che erano rimasti fedeli a Sofja Vlasevna (il potere sovietico) un quarto d’ ora più di quanto sarebbe stato opportuno e saggio, e che erano a quel punto ricercati in tutta l’ (ormai ex) URSS. Sei anni dopo Putin ha preso appunti e ha costruito la sua fortuna proprio sull’esempio di Sasha Lukashenko. Il quale, nel frattempo, traghettava il paese verso un dignitoso presente mentre, tutto intorno il Baltico, ridotto a marca anseatica, si spopolava,  la Russia pativa i traumi delle “privatizzazioni eltsiniane” e l’Ucraina sbandava a lungo perdendo pezzi di patrimonio industriale prima di schiantarsi contro il muro della guerra interetnica. Nulla di tutto questo dalle parti di Minsk: nella sonnecchiosa pace della provincia, una generazione di bielorussi assaporava i frutti autunnali dello stato sociale sovietico sotto un autoritarismo tollerabile per un popolo il cui primo pensiero era apparecchiare la tavola ogni giorno.

Negli ultimi anni si è però capito che il miracolo stava per finire: la navigazione è diventata sempre più ardua, gli scogli tanti, i margini di manovra ristretti. La Russia risorgente a Est e la spinta atlantica ad Ovest, la necessità di comprare consenso interno a prezzo di sempre maggiori debiti esteri da rifinanziare poi con prestiti in cambio dei quali nessuno si aspettava più improbabili restituzioni, ma pezzi dell’unica ricchezza del Paese, cioè: la sua sovranità. Tutto metteva a dura prova il piccolo timoniere.

Lukashenko, bisogna dirlo, ha difeso come un leone l’indipendenza della Bielorussia, il Paese che considera, con buona ragione, una sua creatura. Per anni ha versato miele nelle orecchie di Putin profondendosi in giuramenti di amicizia e fratellanza, cercando di spuntare, al momento giusto, il prezzaccio sul gas e sul petrolio, e poi, a contratto firmato, bloccando ogni progetto russo di integrazione: finita la festa, gabbato lo santo. Almeno fino alla prossima scadenza. Per 20 anni Baffo di Ferro ha disfatto di notte la tela dello Stato Riunito in cui i proci moscoviti, sempre più impazienti, intendevano irretirlo di giorno, alzando infine la posta fino a fantasticare, negli ultimi mesi, di fronte a segnali sempre più preoccupanti di insofferenza russa, un’impossibile svolta verso Occidente.

In una surreale e assolata giornata di maggio, un Lukashenko infagottato in una sorprendente divisa militare saliva sui rostri della Parata della Vittoria e spiattellava sul muso di Putin un discorsetto del genere: siamo noi i veri eredi della Grande Vittoria, di noi i fantasmi degli eroi di allora sono fieri, non delle mammolette che se ne stanno in quarantena, cantando Ochi Chornye sui balconi. Putin, che appunto in quel momento salutava con il peggior discorso della sua carriera la sfilata aerea che sorvolava Mosca, osservandola dal cortile del Cremlino, prendeva nota.

C’è chi sospetta che Lukashenko abbia anche giocato al piromane, gingillandosi con l’opposizione per costringere il pompiere dell’Est ad accorrere ancora in suo aiuto. Certo la cosa gli è scappata di mano, e anche allora, in mezzo alla tempesta, il vecchio si è mosso spregiudicatamente, mettendo al fresco gli oppositori potenzialmente graditi alla Russia (Babariko, Koleshnikova) e mandando in Occidente a far conferenze stampa gli altri (Tikhanovskaja, Tsepkalo) in modo da rappresentare i suoi avversari come un golem maidanista evocato dai soliti Soros e Gene Sharp. Il calcolo è semplice: la Russia non può permettersi di perdere la valigia bielorussa, e fino a che questa avrà un solo manico nella persona di Lukashenko, la sua sopravvivenza politica sarà garantita.

Le proteste, va detto, non sono solo il frutto dell’ interferenza occidentale, e non tutti i cittadini in piazza sono russofobi. Probabilmente, anzi, la maggioranza di loro nutre (nutriva?) sentimenti di amicizia per il fratello dell’Est,  anche se, dobbiamo aggiungerlo, gli ambienti liberali e filo occidentali hanno da subito assunto, a livello di vertice, un ruolo importante, più che proporzionalmente rappresentativo, ruolo diventato poi preponderante sotto la spinta della repressione e dell’appoggio russo al potere costituito. Certo: i Paesi europei (Germania in testa), e ambienti atlantici, soffiano sul fuoco con l’usuale lungimiranza. Ma la differenza con il caso ucraino è evidente, sia in termini di investimento (economico e politico) sia in termini di addestramento e organizzazione militare della dissidenza.

Qualunque soluzione possa avere la crisi, i cui sviluppi in questo momento paiono propizi a Lukashenko, essa pone al sistema di potere bielorusso e, cosa più importante, anche a quello russo, una serie di questioni ineludibili e probabilmente cruciali.

All’ombra di Lukashenko e, diciamolo pure, grazie a Lukashenko,  la Bielorussia si è modernizzata, i cittadini hanno risolto il problema della sopravvivenza e hanno sviluppato una sensibilità da Paese del ventunesimo secolo. Molti di loro, oggi, non sono disposti ad accettare lo spettacolo della polizia che infierisce sui manifestanti, così come molti francesi si vergognano delle gesta dei ragazzi in divisa di Macron. Le scene di squadracce di incappucciati che frugano bar e università per scovare e pestare i dissidenti, puntualmente immortalate con i cellulari e diffuse sui canali Telegram di opposizione, suscitano rabbia ed esasperazione anche fra chi non si occupa di politica a tempo pieno. E ancora:  gruppi, sempre in passamontagna, che prelevano in strada oppositori che poi ricompaiono alla frontiera pronti ad espatriare.  Un sistema di media ingessato e ingenuamente mendace, che ricorda paesi esotici come Turkmenistan o Nord Corea.

Mentre sotto la crosta la sensibilità dei cittadini cambiava, il potere ha fatto poco per evolvere e per mostrare un volto più accattivante. Il sistema continua a reggersi sulla pretesa che la gente accetti senza discutere non solo posizioni furbesche da dilettanti allo sbaraglio (dal virus che si cura con la vodka alla surreale “registrazione del KGB” fra il tedesco Mike ed il polacco Nick), ma anche le menzogne più sfacciate: prima di tutto quel famoso 80% alle elezioni in un Paese in cui i sondaggi demoscopici sono vietati e che, anche mettendo la tara della “maggioranza silenziosa”, nessuno in buona fede crede possibile. Ma far digerire questo menu al pubblico è sempre più difficile.

L’offerta politica di Lukhashenko mostra quindi la corda non tanto sul versante dei risultati o dell’efficacia (non è affatto da escludersi che un cambiamento, ove avesse a verificarsi, produrrebbe, come lo stesso Lukashenko dice e ripete, un peggioramento, piuttosto che un miglioramento, delle condizioni di vita dei cittadini e dei lavoratori), ma sotto quello della capacità di creare consenso in una società moderna e terziarizzata.  Il bianco e nero con il tubo catodico di Bat’ka può trasmettere pure un film da Oscar, ma non ha mercato in una vetrina in cui luccicano ultrapiatti al plasma con la finale del campionato.

Insomma, Sasha è percepito come un animale antidiluviano non solo per l’ anzianità di servizio e anagrafica (anche se lui e Putin hanno dieci anni meno dei candidati alle presidenziali USA) ma per l’ arretratezza del sistema politico che gestisce, che mostra i suoi limiti nel momento in cui deve riprodursi, sfornando il successore di un timoniere visibilmente usurato. Ed è qui (nella povertà dei mezzi e delle risorse a disposizione per rinnovare il sistema) che il pur generoso tentativo, durato un quarto di secolo, di fare della Bielorussia un Paese realmente indipendente incontra un limite, limite che renderà indispensabile una qualche forma di integrazione, a Ovest o, più probabilmente, a Est.

E la palla torna fatalmente a Putin. A dispetto della chiara solidità del suo potere, l’immagine del Presidente russo appare, negli ultimi tempi, appannata dalle difficoltà interne (stagnazione, gestione dell’emergenza Covid) ed estere (incapacità di evitare il ripetersi di incidenti surreali come quelli di Skripal e Navalny). Il voto per la riforma costituzionale è stato un successo, ammesso a denti stretti anche dalle nostre parti. Ma che messaggio ha trasmesso? E’ veramente forte uno Stato che ha bisogno di una colossale ingessatura ideologica e della tutela “finché morte non ci separi” del padre fondatore? La crisi Bielorussa non aiuta: Lukashenko ha prima, lungamente, sfidato un Putin sorprendentemente passivo.  A dispetto di questo ha poi incassato, o meglio, estorto, il suo sostegno, offrendogli l’abbraccio di un sistema politico ormai logorato e impopolare: simul stabunt, simul cadent.

Nel febbraio dell’ anno scorso l’ex consigliere presidenziale russo Vladislav Surkovpubblicò su Nezavisimaja Gazeta un contributo dal titolo “Lo Stato duraturo di Putin. In merito a ciò che sta succedendo qui da noi”. Come tutte le sue uscite, questo pezzo ha suscitato ampi dibattiti. Venendo dall’ uomo che, quindici anni fa, ha svecchiato il sistema politico e mediatico russo tanto da renderli oggi visibilmente diversi da quelli bielorussi (intuì che il parlamentarismo occidentale era un ormai una mera procedura svuotata di gran parte del suo valore democratico, in quanto tale facilmente replicabile altrove), la riflessione merita certamente attenzione.

Secondo Surkov, Putin avrebbe fondato un nuovo modello di Stato, uno “Stato Duraturo” che, al pari di quello moscovita, zarista e sovietico, sarebbe destinato a organizzare i popoli russi per una lunga stagione (lunga con il metro della storia, non con quello della vita umana). Ricetta: mescolare Impero Bizantino e Kanato Tataro, lasciare riposare quattro secoli, farcire con tutta la libertà personale e il parlamentarismo che c’entra senza rompere l’impasto, e spolverare a piacere assistenzialismo sovietico.

La tesi, certamente suggestiva, attende ora una conferma, e lo “Stato Duraturo di Putin” si avvicina di anno in anno (sempre seguendo a un lustro di distanza la gracile creatura di Lukashenko), al banco di prova più delicato: la successione.

Questa sfida, appare chiaro sin da ora, non potrà essere vinta solo con repressione e chiusura: la capacità del sistema politico russo di creare un ampio consenso nella base sociale, ivi compresa l’intelligencija urbana, sarà determinante nel deciderne le sorti. Venti anni dopo, un Lukashenko debole, poco amato e assillato dalle scadenze di bilancio e dalla imminente recessione, può offrire a Putin un altro esempio: ma questa volta da evitare. Il Presidente russo, da parte sua, ha qualche anno (non tantissimi) per far si che il caso bielorusso sia un utile avvertimento, e non un incubo premonitore. Ma bisogna correggere la rotta.

Marco Bordoni

(autore del canale Telegram “La mia Russia”)

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