L’intera classe politica occidentale, da Joe Biden a Mario Draghi, dalla ministra tedesca della Difesa Baerbock (che a tratti pare essere il vero cancelliere) al premier polacco Morawiecki, è impegnata a ripetere ogni giorno, più volte al giorno, che la Russia deve essere sconfitta in Ucraina. Per la verità nelle ultime settimane c’è stato uno slittamento linguistico significativo: da “la Russia deve essere sconfitta” si è passati a “la Russia non deve vincere”, che forse è l’indice di una più cauta pretesa. Chissà. Però, anche quando ci fossimo ripetuti per l’ennesima volta ciò che tutti sappiamo ( ovvero che il cattivo, qui, è la Russia, l’invasore è il Cremlino, gli occupanti le truppe russe), ancora non potremmo sottrarci al confronto con la realtà dei fatti. Che in sintesi oggi dicono questo: dopo più di tre mesi di guerra la Russia non dà segni di volersi fermare; le sanzioni più massicce della storia (che come dice Draghi, si faranno sentire in estate…) non hanno ancora convinto la classe politica russa a cambiare linea; il territorio ucraino “occupato”, che era il 7% (tra Crimea e Repubbliche del Donbass) prima del 24 febbraio, ora è il 20%, e forse sarà di più nelle prossime settimane; e l’esercito ucraino, pur riorganizzato, rinforzato (nel 2021 Zelensky ha dedicato il 4,1% del Più alle forze armate), addestrato dagli ufficiali occidentali e armato (quasi) in ogni modo da mezzo mondo, in questa fase pare alle strette.
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"Lettera da Mosca" vuole essere uno spazio aperto a tutti coloro, giornalisti, esperti, studiosi o conoscitori della Russia, che sono stanchi della russofobia imperante come della russofilia ingenua e grossolana che si trova in Rete. Graditissimi i pareri diversi purché argomentati e fondati. Coordina il sito Fulvio Scaglione.
di Pietro Pinter Il 5 maggio, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha annunciato alla stampa che le proteste contro il premier Nikol Pashinyan, in corso in Armenia, sono una questione interna in cui la Russia non ha intenzione di intervenire. In Armenia le proteste dell’opposizione sono state accese nuovamente dalla questione del Nagorno-Karabakh, dopo che sono circolate indiscrezioni sulla presunta intenzione del Governo di “cedere” ufficialmente il Nagorno-Karabakh (o parte di esso) all’Azerbaijan. Indiscrezioni innescate da un discorso in Parlamento dello stesso Pashinyan, in cui il premier armeno diceva che la “comunità internazionale” è pronta a sostenere l’Armenia se questa “abbasserà la sbarra” delle sue richieste e riconoscerà “l’integrità territoriale dell’Azerbaijan”. Un linguaggio che lasciava aperte molte interpretazioni.
di Pietro Pinter Nessuna dichiarazione di guerra all’Ucraina, nessuna mobilitazione generale, nessuna richiesta di aiuto agli alleati del CSTO; nulla di ciò che l’intelligence NATO aveva paventato, o che uno dei più controversi analisti russi – noto per il suo pessimismo – aveva auspicato. Non si può certo dire però che questo sia stato un Giorno della Vittoria ordinario, in Russia e nell’ex Unione Sovietica. Se non altro a causa di alcune illustri assenze. In primis quella dell’aviazione, a causa del “brutto tempo”, nonostante una splendida giornata di sole a Mosca. Il timore dei russi era evidentemente che un azione di sabotaggio – sarebbero bastati un paio di uomini con uno Stinger – avrebbe causato uno spettacolare incidente davanti agli occhi di tutto il mondo. Dal punto di vista morale e propagandistico sarebbe stata un’umiliazione senza precedenti per la Russia, e non si è voluto correre il rischio. Un timore, quello per possibili atti di sabotaggio, corroborato anche dalle minacce al Ponte di Crimea o di Kerch, aperto in pompa magna da Putin stesso nel 2018, con tanto di countdown online per la sua distruzione prevista proprio per il 9 maggio.
di Giuseppe Gagliano È consueto e prevedibile che durante le guerre vi sia un progressivo e graduale accentramento del potere. Nel caso…
La Russia è l’aggressore e l’Ucraina l’aggredito. L’Europa si sente minacciata, se non altro dalle conseguenze delle azioni del Cremlino. La Russia stessa si sta avvitando in una spirale di azione e reazione che recide una serie di legami con l’Occidente (economici, politici, culturali) in un trauma di portata storica. E stiamo parlando di una Russia che, pur essendo un Paese dalla natura duale (europea e asiatica insieme), ospita il 60% della popolazione nella parte non a caso detta “Russia europea”. Tante altre cose si potrebbero dire ma su queste credo sia possibile ipotizzare un’ampia convergenza.
di Pietro Pinter Il prossimo fronte che rischia di accendersi nell’ambito dell’invasione russa dell’Ucraina è quello della Transnistria. “Transnistria” è in realtà un’espressione geografica, che indica appunto la parte di Moldavia “al di là del Nistro”. La regione dichiara la propria indipendenza, con il nome di Repubblica Socialista Sovietica di Pridnestrovia, nel 1990, poco dopo un’analoga dichiarazione da parte della Repubblica Socialista Sovietica Moldava, di cui aveva fatto parte sin dalla sua costituzione. Nel conflitto militare che segue tra le due neonate Repubbliche, le forze della Transnistria (regione con una forte presenza etnica russa, “annessa” da Lenin alla Moldavia, e ostile al nazionalismo moldavo/romeno) vengono supportate dalla 14esima armata russa del generale (e poi segretario del Consiglio di Sicurezza russo) Alexander Lebed‘, che è oggi considerato uno degli eroi della nazione.
Il conflitto termina con un cessate-il-fuoco mediato da Mosca, ma la Transnistria non viene riconosciuta internazionalmente (neanche dalla Russia) e la fisionomia che il conflitto assume è quella di una guerra civile “congelata” all’interno della Moldavia. I vari tentativi di risolvere la disputa, con un formato simile a quello degli Accordi di Minsk in Ucraina, falliscono uno dopo l’altro.
di Pietro Pinter Tra tutte le “storie secondarie” della guerra tra Russia e Ucraina, una delle più interessanti è quella che riguarda lo stabilimento Azovstal di Mariupol’, ormai diventato quasi un luogo leggendario. Lo stabilimento siderurgico, costruito nel 1930 a Mariupol’, per l’appunto sulla costa del mare di Azov, è diventato centrale per la sorte dell’operazione militare russa, ma anche per le speculazioni che si fanno riguardo la sua planimetria e quello che al suo interno si cela.
Il VTsIOM, ovvero il Centro panrusso per lo studio della pubblica opinione, ha appena pubblicato un sondaggio svolto a Mosca, la capitale. Tema, ovviamente: la “operazione speciale”, ovvero la guerra, in Ucraina. Risultati: il 58% dei moscoviti approva la “operazione speciale”, con un incremento dei “sì” del 4% nell’ultimo mese. Il 55% ritiene che ora si debba andare avanti e proseguire nel conflitto (più 8% nell’ultimo mese). Il 52%, anche se potesse, non vorrebbe tornare indietro nel tempo e annullare l’invasione. Il 72% è convinto che il Governo saprà trovare le giuste misure per rispondere alle sanzioni economiche occidentali.
MILITARE: I russi avanzano, se pur lentamente, da quattro direzioni verso la roccaforte ucraina di Slovyansk – Kramatorsk: da Nord-Ovest (Iziym), da Nord (Borova), da…
POLITICA UCRAINA: Zelensky ha detto che Mosca cercando di prendersi le regioni ucraine di Kherson e Zaporodze. In effetti si succedono i segnali che i…









