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MINSK AL MACERO. E ADESSO?

di Pietro Pinter      Gli Accordi di Minsk, ormai, sono un lontano ricordo. Siglati il 5 settembre 2014 e di nuovo, in forma sostanzialmente uguale, il 12 febbraio 2015, dopo la fase più calda del conflitto ucraino (che vide interventi militari russi in battaglie come quella dell’aereoporto di Donetsk, di Ilovaisk e di Debaltsevo)  sono definitivamente lettera morta dopo il riconoscimento da parte della Russia dell’indipendenza delle due Repubbliche separatiste. Gli Accordi rappresentavano, fino a qualche giorno fa, la stella polare della politica estera russa nei confronti dell’Ucraina, non a caso furono siglati dopo delle convincenti vittorie militari.  Prevedevano, oltre al cessate il fuoco totale violato quotidianamente dal 2015, la reintegrazione dei territori separatisti nello Stato ucraino in cambio del riconoscimento di un’autonomia costituzionale, in sostanza un potere di veto, che avrebbe di fatto portato alla “bosnizzazione” del Paese o poco meno.

L’idea alla base degli Accordi di Minsk è una costante della politica estera russa: la messa in sicurezza del suo centro nevralgico, l’heartland eurasiatico, tramite la creazione di Stati cuscinetto a Ovest che separino Mosca da eserciti e alleanze ostili, senza la necessità di impiegare un numero spropositato di risorse militari in modo permanente. Si può dire che sia una preoccupazione ben fondata: negli ultimi 200 anni circa, la Russia è stata invasa da Ovest tre volte. E tutte le volte si è salvata dalla sconfitta totale grazie alla profondità strategica del suo territorio, grazie all’ampio spazio che separava le armate ostili dal suo centro politico ed economico.  È un concetto di sicurezza ancora valido nel 2022, e non solo per quanto riguarda la difesa da un esercito di terra. Putin parla chiaramente di come la riduzione del tempo di volo dei missili a medio raggio americani, se fossero installati in Ucraina, metterebbe a repentaglio la sicurezza di Mosca.

La sfera d’influenza russa in Europa è certamente retrocessa rispetto al periodo sovietico. Quindi, se per Stalin questi stati cuscinetto dovevano essere Austria e Germania, per Putin devono essere l’Ucraina, la Finlandia, i baltici e via dicendo. Con il riconoscimento delle Repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk, la neutralizzazione costituzionale dell’Ucraina a breve termine viene però archiviata e considerata fattualmente impossibile. Si sceglie invece la via di un frozen conflict che quantomeno impedisca all’Ucraina di riconquistare militarmente il Donbass e/o di entrare nella NATO.

Va detto che l’Ucraina aveva già di fatto abbandonato gli Accordi di Minsk, inaccettabili per la classe politica “maidanista” e per i suoi sostenitori, con una risoluzione alla Rada il 18 gennaio 2018; seguita dallo smantellamento dell’Operazione anti-terrorismo (OAT) che fu sostituito con il JFO (Joint forces operation). Le operazioni quindi passano sotto il controllo dell’esercito e quella che prima, nello spirito degli Accordi di Minsk, era definita come una guerra civile, viene invece definita come un’occupazione russa.

La Russia però abbandona gli accordi solo adesso, e lo fa a sue spese: sanzioni, rafforzamento del fronte orientale della NATO e ulteriori giustificazioni fornite agli USA per sabotare l’integrazione Russia-UE a loro beneficio. Lo stop alla certificazione di NordStream 2 è un esempio lampante di quest’ultimo punto. Viene quindi da pensare che sia stata una mossa percepita come obbligata, a fronte di una situazione militare, economica e umanitaria precaria nelle regioni separatiste. In parte dovuta al costante miglioramento della preparazione e all’aumento dell’aggressività delle forze armate ucraine, in parte autoindotta dai separatisti stessi che sempre hanno cercato un riconoscimento ufficiale russo e hanno sempre mal digerito gli accordi di Minsk.

Ora le Repubbliche separatiste sono definitivamente blindate rispetto a qualsiasi velleità di riconquista militare ucraina, grazie al dispiegamento ufficiale (e non) di truppe russe nel territorio da loro controllato sotto l’egida di una missione di peacekeeping. Si allontana però la prospettiva di una risoluzione definitiva del conflitto, che forse potrà arrivare solamente da un grande riassetto della sicurezza europea, un accordo di ampio respiro che vada a toccare diversi temi, dalla Bosnia alla Finlandia, passando per la Bielorussia, i missili a medio raggio e le forniture di gas a lungo termine.

di Pietro Pinter

Fondatore e curatore del blog e del canale Telegram di geopolitica inimicizie.com

 

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