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TURCHIA, DIFFIDARE SEMPRE DELLA RUSSIA

di Lawrence d’Arabia      Al di là delle suggestioni sull’orientamento “eurasiatico” dell’attuale politica turca, classico esempio di wishful thinking (pensiero desiderante che si autoillude, confondendo realtà con desiderio), e dei dibattiti accademici sull’ideologia ora “neo-ottomana”, ora “panturca” o addirittura “panislamica” di Recep Tayyip Erdogan, la Storia ci dimostra come i rapporti tra Russia e Turchia siano sempre stati basati su di una reciproca diffidenza unita ad una massiccia dose di opportunismo. Un peccato non approfittarne! Le varie ipostasi storiche dello Stato turco – dall’Impero Ottomano alla Repubblica Turca – e di quello russo – dall’Impero Russo zarista alla Federazione Russa, passando per L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche – si sono sempre distinte per la diffidenza che fa da sfondo ai rapporti tra tutti gli imperi, organizzazioni statali per definizione vaste e multietniche nonché prive di confini rigidi per le proprie sfere di influenza.

Noi britannici (come gli Stati Uniti oggi, nostri eredi come potenza marittima anglosassone) abbiamo sempre cercato di utilizzare la Turchia per contenere la Russia. Dalla Guerra di Crimea al conflitto siriano passando per l’ingresso della Turchia nella NATO sino agli albori della storia dell’Alleanza Atlantica (o per l’appoggio che fornimmo ai ribelli islamisti turcofoni Basmachi in Asia Centrale) la storia degli ultimi due secoli si dipana su questo sentiero strategico anglosassone: utilizzare la potenza del Rimland eurasiatico per contenere quella dell’Heartland, utilizzare la potenza più “piccola” per opporla a quella più grande. Vi sono due notevoli eccezioni a questo schema: la prima relativa a quando ci alleammo con quello Zarista – già in declino e sconfitto nella guerra russo-giapponese – contro quello Ottomano per punirne l’alleanza con quello Tedesco (vicenda della quale sono forse il miglior testimone possibile). La seconda quando proprio la Russia post-rivoluzionaria cercò di costruire un “modus vivendi” con la nuova Turchia di Mustafa Kemal, a propria volta potenza perdente della Prima Guerra Mondiale uscita da un processo rivoluzionario di modernizzazione e rinnovamento dello Stato.

Eccezioni che confermano la regola: nel primo caso, tanto l’Impero Zarista che quello Ottomano erano deboli o moribondi, non in grado di impensierire l’egemone britannico; nel secondo si trattava di Stati alle prese con il consolidamento di un processo di rinascita e ricostruzione nazionale dopo una drammatica sconfitta. Ragionare sugli orientamenti politici o ideologici della Turchia odierna è di limitatissima utilità per comprenderne le direttive geopolitiche. Oggi che Turchia e Russia sono di nuovo Stati forti e militarmente solidi, la potenza anglosassone d’oltremare utilizzerà lo stato turco del Rimland – guardiano degli stretti – per partecipare al contenimento antirusso. La Turchia si presta al gioco di buon grado, ritagliandosi un proprio spazio sub-imperiale che va dalla Polonia ai paesi Baltici, dall’Ucraina all’Asia Centrale passando per la Libia.

All’opportunismo turco le narrazioni ideologiche non mancano: qualora si tratti di vendere i loro efficacissimi droni d’attacco a ucraini, polacchi o baltici, si farà appello alla solidarietà atlantica. Quando si tratta di finanziare moschee o di estendere influenza nei Balcani, ecco che subentra quella islamica. Quando i droni turchi – e le società di costruzioni – viaggiano dall’Azerbaigian all’Asia Centrale, è pronta all’uso quella panturca. La Turchia è un proconsolato per tutte le stagioni, possibilmente da impantanare tra le sabbie afghane coinvolgendolo nella vigilanza all’aeroporto di Kabul o nel contenimento anti-iraniano. Il nazionalismo grande-azero, con Baku alleata di ferro della Turchia, è benedetto dai lobbisti di Tel Aviv, e pazienza se la retorica turca si (tra)veste di antisionismo quando si tratta di strumentalizzare la causa palestinese: le armi turche riempiono gli arsenali di Aliev insieme a quelle israeliane, e pare non litighino affatto tra loro quando si tratta di spazzare via gli armeni dal Nagornij Karabakh.

Il Presidente Erdogan ripete nei suoi comizi che, giustamente, la Turchia va dall’Adriatico alla Cina: trattasi di spazio piuttosto vasto, che necessita quindi di difese aeree efficaci. Quale migliore occasione per fingere autonomia dagli USA e blandire la Russia giocando al “piccolo eurasiatista” comprando i sistemi antiaerei e antibalistici russi, lo stato dell’arte della tecnologia del vicino slavo? Se gli USA si arrabbiano, tanto meglio: ci si può intavolare un negoziato, barattando la non attivazione dei sistemi con qualcos’altro. Pazienza se Washington non venderà più ad Ankara i cacciabombardieri F35: potrebbe venderli comunque al Qatar, non proprio il centro di Ankara ma comunque provincia fuoriporta. Le pedine di Turchia e Qatar nel Mediterraneo si muovono molto bene a Tripoli, fornendo parecchi mal di testa a Egitto ed Emirati Arabi Uniti (ed ogni volta che Egitto, Emirati ed Italia provano ad avvicinarsi, con vantaggio per l’ENI e con danno per Turchia, Francia e magari noi britannici, provvidenzialmente a Roma o al Cairo succede qualcosa, un “caso Regeni”, un blocco italiano di vendita di armi a Dubai… come sanno i cattolici le vie del Signore sono infinite, ma come sappiamo noi spie anche quelle dei sottoscala del potere non scherzano affatto). No: il Presidente turco non ha alcuna intenzione di piantare in asso l’Alleanza Atlantica per unirsi a Russia e Cina. Perché scegliere di legarsi ad un solo carro quando può continuare ad estrarre massimo valore dai suoi giochi ambigui con entrambi, rimanendo nella scia di quello più forte? By Jove!

Ten. Col. Thomas Edward Lawrence, detto “Lawrence d’Arabia”

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