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NAVALNY E LA SVOLTA DEL CREMLINO

di Giovanni Pigni   L’ora più buia  sembra giunta per Aleksey Navalny e i suoi sostenitori. La Procura di Mosca vuole bollare come “estremista” l’organizzazione del principale dissidente russo, di recente condannato a due anni e otto mesi di carcere. Secondo l’accusa, “nascondendosi dietro slogan liberali”, il movimento mirerebbe a “destabilizzare la situazione sociale e politica del Paese”. Per le organizzazioni estremiste sono previste condanne penali non solo per organizzatori e membri, ma anche per i finanziatori e per chi diffonde materiale online. In sostanza, in caso di sentenza sfavorevole, il movimento di Navalny verrebbe messo fuorilegge: un colpo durissimo, se non fatale, per l’opposizione non sistemica – termine che indica i movimenti al di fuori dell’establishment politico leale al Cremlino – di cui Navalny è diventato di fatto il leader.

Secondo i critici del Cremlino, le imputazioni sono di natura politica e segnerebbero una torsione autoritaria del regime putiniano. “L’obiettivo è chiaro: radere al suolo il movimento mentre Aleksei Navalny langue in prigione”, ha commentato Marie Struthers, direttrice di Amnesty International’s Eastern Europe and Central Asia. In attesa della sentenza del tribunale di Mosca, non ci si aspetta un verdetto favorevole. “I tribunali in Russia sono sempre più politicizzati”, mi ha detto Ivan Pavlov, capo dell’unione di giuristi Komanda 29 e difensore del movimento di Navalny nel processo per estremismo.  “Quando ci sono di mezzo gli interessi dello Stato, i giudici non si basano sui principi del diritto ma sui segnali che arrivano dall’amministrazione presidenziale”.

Intanto, la rete dei quartier generali di Navalny è gia stata inclusa in una lista di organizzazioni legate al terrorismo, in cui figurano anche estremisti islamici e gruppi neo-nazisti. Il che significa che i suoi conti bancari potrebbero venire bloccati da un momento all’altro. “Lavorare in queste condizioni non è più possibile”, ha detto Leonid Volkov (leader di fatto del movimento da quando Navalny è in prigione, n.d.R) in un comunicato video in cui ha annunciato la chiusura della rete dei quartier generali in tutta la Russia.  Secondo molti, l’accusa di estremismo è il punto culminante di un processo avviato da tempo, mirato a escludere il movimento di Navalny dalla vita politica del Paese: le autorità hanno ripetutamente respinto le domande di registrazione del partito di Navalny, impedendogli di partecipare alle elezioni. Lo stesso Navalny è impossibilitato a candidarsi per via delle condanne penali che lo riguardano, giudicate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo come politicamente motivate.  

Dal 2019, il Fondo Anticorruzione di Navalny è soggetto alla legge sugli “agenti stranieri”, che obbliga tutte le organizzazioni che ricevono sostegno dall’estero a sottoporsi a un rigido controllo fiscale. L’etichetta di “agente straniero” ha una connotazione fortemente negativa in Russia e, secondo i critici della legge, viene usata come strumento per infangare la reputazione dei dissidenti politici. “Screditare qualcuno accusandolo di legami con una sorta di complotto straniero è pratica comune in Russia”, mi ha detto Pavlov. Insomma, Navalny e soci navigavano in cattive acque ormai da tempo. Tuttavia, l’accusa di estremismo rappresenta un punto di svolta. 

Come ha fatto notare il politologo Pavel Salin in un’intervista al quotidiano Kommersant, mentre prima ci si limitava a perquisizioni e occasionali arresti, ora le autorità hanno deciso di “non lasciare alcuno spazio di legalità all’attività politica di Navalny”. Per Tatyana Stanovaya, fondatrice del centro di analisi politica R. Politik, l’approccio delle autorità è cambiato l’anno scorso, dopo che Navalny ha accusato l’FSB, i servizi di sicurezza russi, di aver provato ad avvelenarlo su ordine del presidente Vladimir Putin. Trasformatesi in un caso mediatico internazionale, le accuse di Navalny hanno spinto il Cremlino a reagire duramente: il portavoce di Putin Dmitry Peskov ha dichiarato che Navalny sarebbe in combutta con i servizi segreti statunitensi. Lo stesso avvelenamento, secondo le autorità russe, sarebbe stata una messa in scena organizzata per destabilizzare la Russia. Secondo Stanovaya, Navalny è stato così privato dello status di oppositore politico e inquadrato come una minaccia per la sicurezza dello Stato, quindi da neutralizzare con qualsiasi mezzo. “Il Cremlino ha dato carta bianca ai servizi di sicurezza”, mi ha spiegato la politologa. 

La nuova “linea dura” è stata applicata non appena Navalny ha fatto in ritorno in Russia dopo un periodo di convalescenza in Germania: il politico è stato immediatamente arrestato e condannato per aver violato il regime cautelare relativo a un vecchio procedimento penale. Le proteste successive al suo arresto sono state duramente represse nonostante la loro natura per lo più pacifica: più di diecimila i fermi e decine di procedimenti penali aperti contro manifestanti in tutta la Russia. Negli ultimi mesi, mi ha fatto notare Pavlov, è poi aumentato il numero di leggi mirate a reprimere il dissenso. Come l’emendamento alla legge sugli agenti stranieri, che da dicembre può essere applicata non solo ad organizzazioni ma anche a singoli individui. A febbraio, subito dopo le proteste di sostegno a Navalny, Putin ha firmato una legge che punisce i finanziatori delle proteste di massa, oltre a inasprire le pene per chi disobbedisce alle forze dell’ordine.

Nonostante la pressione senza precedenti, gli alleati di Navalny non si danno per vinti: l’obiettivo restano le elezioni alla Duma di Stato, che si terranno quest’autunno. Navalny e soci mirano a scardinare il blocco leale a Putin tramite la tattica del “voto intelligente”, un meccanismo che direziona il voto verso i candidati con più chance di battere i rappresentanti fedeli al Cremlino, a prescindere dl partito di appartenenza. “Anche se le condizioni sono cambiate, faremo di tutto per non perdere il contatto con la base dei nostri sostenitori”, ha detto il braccio destro di Navalny, Volkov, aggiungendo che gran parte della struttura organizzativa del movimento verrà trasferita online. “Le ragioni fondamentali alla base delle proteste in Russia non sono scomparse e non vanno da nessuna parte”, ha concluso.

Il futuro si presenta però tutt’altro che roseo per Navalny e soci. Almeno nel breve periodo, le misure repressive hanno fatto il loro effetto: nelle ultime manifestazioni la partecipazione  è stata di gran lunga inferiore a quella registrata lo scorso inverno. “Le intimidazioni funzionano e la gente preferisce starsene a casa ed evitare le manganellate”, mi dice Stanovaya. Detto questo, sarebbe sbagliato trarre la conclusione che Putin si stia appoggiando solo sull’apparato repressivo: il Presidente può ancora contare su un solido consenso popolare del 65%, come attestano gli ultimi sondaggi del centro  demoscopico indipendente Levada Center. Per contro, solo il 19% dei Russi sostiene l’attività di Navalny. 

Secondo la politologa Margarita Zavadskaya, nonostante l’economia stagnante e il reddito reale in declino, la Russia è un Paese relativamente ricco se paragonato ad altri che hanno un Governo similmente autoritario. “Questo fattore”, dice Zavadskaya, “insieme con la lealtà dell’élite e delle forze di sicurezza, assicura la sopravvivenza del sistema di potere di Putin anche nel prossimo futuro”. 

di Giovanni Pigni

Giornalista, appassionato della Russia e dintorni

 

One Comment

  1. carlo geneletti carlo geneletti 7 Maggio 2021

    Cerco di seguire il consiglio di Scaglione, niente fan di Putin e niente Putin-ha-la-colpa-di-tutti-i-nostri-mali.
    Uno, le fonti dell’articolo sono tutte ostili al governo russo: Amnesty International prima fra tutti. Forse ascoltare altre fonti avrebbe reso l’articolo più obiettivo.
    Due, secondo me non c’è dubbio che Navalny operi in nome, e, probabilmente, con i soldi dei governi occidentali, per destabilizzare la Russia, nel senso di promuovere un cambiamento di governo in modo incostituzionale, visto che le elezioni non ha nessuna possibilità di vincerle, per lo meno, nel futuro immediato. In quanto all’uso della designazione di agente straniero, la Russia non ha fatto che imitare gli USA, i quali hanno usato tale designazione per la Butina. Chiediamoci cosa succederebbe se il governo russo finanziasse, che so, BLM.
    Tre, la risposta dello stato nei confronti di Navalny appare dura. Ma non è che Navalny si sia espresso con rispetto nei confronti delle autorità politiche, Putin in primis, che Navalny ha personalmente accusato di volerlo morto, e che ha deriso pubblicamente. Certo, insultare un leader politico dovrebbe essere un diritto.
    Quattro, è probabilmente vero che i tribunali in Russia sono crescentemente politicizzati, non ne so abbastanza per opinare, ma la critica del dott. Pigni mi sembrerebbe più efficace se aggiungesse che, purtroppo, è una tendenza non solo della Russia: il processo contro Assange e contro Murray in GB, la corruzione del sistema giudiziario USA, dalla Corte Suprema ai giudici di alcuni stati in cui la carica è elettiva, la Corte Suprema israeliana che non condanna se non di rado le violenze israeliane, i Gilets Jaunes in Francia, le leggi che limitano il diritto di manifestare in Francia, GB e USA, sono esempi di una tendenza mondiale al rafforzamento dell’apparato statale nei confronti della popolazione civile.
    Questo non assolve il governo russo. La libertà di dissenso va rispettata, anzi, sostenuta. Ma l’azione del governo russo va vista nel contesto di tendenze globali e di un’aggressione costante da parte dell’occidente, da almeno 7 anni. Non ci si deve sorprendere che il governo russo decida di difendersi, anche se non approvo il modo di farlo.

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