Jon Matze, amministratore delegato e co-fondatore del servizio di instant messaging Parler, è stato licenziato dal consiglio di amministrazione, a sua volta presieduto da Rebekah Mercer, imprenditrice molto vicina al Partito repubblicano. La motivazione ufficiale è quella tipica in questi casi: divergenze sullo sviluppo del prodotto. Pare però che il contrasto più serio sia avvenuto sul modo di moderare i contenuti. Ricordiamo che Parler, diventato il rifugio della destra trumpiana dopo che il Presidente era stato “espulso” dai social network tradizionali, era stato poi boicottato da Amazon (che aveva disabilitato i server che lo ospitavano) come da Apple e Google, che avevano eliminato la app del social network dai loro store. A Parler, inoltre, veniva rimproverato di essere servito da strumento organizzativo a molti dei gruppi che, il 6 gennaio scorso, avevano dato l’assalto al Campidoglio di Washington.
Può darsi però che in questa vicenda ci sia molto più di quanto dichiarato. A quanto pare, infatti, Parler sarebbe ritornato in attività appoggiandosi a una società russa, la DDoS-Guard, fondata nel 2011 da Evgeny Marchenko e Dmitry Sabitov a Rostov sul Don ma che ora risulta appartenere appartiene a Marchenko e a Aleksei Likhachev, e che ha sede legale in pressi di Edinburgo (Scozia). La DDoS-Guard è tra le prime quindici società in Russia nel settore delle comunicazioni via Internet.
La notizia è stata data da Bloomberg e ha immediatamente innescato approfondimenti e polemiche. Pare infatti che il traffico di Parler transiti per la Russia dopo una tappa intermedia in Belize. Cosa che ha fatto scattare il solito allarme contro gli hacker russi e rinnovato le accuse di complicità tra Donald Trump e il Cremlino. Non ha contribuito a calmare le acque, ovviamente, il fatto che tra i clienti della DDoS-Guard ci sia, oltre alla radio “liberal” Eco di Mosca e il settimanale Argumenty i Fakty (di proprietà del Comune di Mosca), anche il ministero russo della Difesa.
Lettera da Mosca
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