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POLO NORD, IN CORSA RUSSIA, CINA E NORVEGIA

di Riccardo Allegri – A causa del cambiamento climatico determinato dal riscaldamento globale, il Polo Nord si è ridotto di oltre due terzi nel corso degli ultimi trentacinque anni. I ghiacci si stanno sciogliendo e le conseguenze ambientali di questo fenomeno potrebbero essere catastrofiche. Nell’immediato però, il ritiro dei ghiacci ha generato numerose opportunità per un ristretto numero di Paesi. La regione polare è molto importante dal punto di vista strategico. Durante la Guerra Fredda, i mari artici sono stati teatro di numerose operazioni di pattugliamento e spionaggio da parte delle due superpotenze mondiali, Usa e Urss. Il motivo è abbastanza logico: proprio in questa regione i due paesi arrivano quasi a toccarsi, basti pensare che gli Stati Uniti acquistarono l’Alaska proprio dalla Russia, per 7,2 milioni di dollari nel 1867.

Con la fine della Guerra Fredda la regione artica ha perso via via importanza dal punto di vista propriamente geopolitico. Soltanto sul finire degli anni Duemila il Polo Nord è tornato al centro delle agende internazionali dei Paesi litoranei e non solo. Da cosa deriva questa rinnovata attenzione per l’Artico? Il ritiro dei ghiacci ha reso questa regione decisamente più accessibile. Dal punto di vista economico questo è fondamentale. Da un lato consente lo sviluppo di nuove rotte commerciali. Dall’altro permette lo sfruttamento di nuovi giacimenti di idrocarburi.

Vista l’elevata posta in gioco, la regione si sta militarizzando ma le probabilità che scoppi un conflitto per il controllo del Polo Nord sono decisamente scarse. Nella regione prevale la cooperazione tra Paesi, grazie anche alla presenza di alcune organizzazioni internazionali come il Consiglio Artico, del quale l’Italia è parte dal 2011. Fortunatamente buona parte dei giacimenti off-shore (il 90%) si trova già all’interno delle acque territoriali dei Paesi rivieraschi, cosa che riduce significativamente il rischio di conflitti per le risorse. Sono tuttora aperte alcune dispute relative ai confini, come quella tra Canada e Usa relativa al Mare di Beaufort e quella tra Canada e Groenlandia (territorio autonomo del Regno di Danimarca) sullo Stretto di Lincoln. La principale disputa confinaria relativa alla regione artica era quella tra Mosca e Oslo rispetto al Mare di Barents, ma la questione è stata risolta pacificamente con un accordo nel 2010. Tali situazioni non sembrano possedere in alcun modo il potenziale per infiammare la regione.

I Paesi più impegnati in questa corsa all’Artico sono essenzialmente tre, anche se gli attori rilevanti nella regione sono molti di più. I primi a volgere il proprio sguardo verso il Polo Nord dopo la fine della Guerra Fredda sono stati i russi. Il Cremlino vanta seimila chilometri di coste artiche lungo il passaggio a Nord-Est, la cosiddetta Northern Sea Route, e dal 2007 Mosca ha cominciato a sorvolare la regione con i suoi caccia. Secondo uno studio delle Università di Berkeley e Stanford, mentre nei prossimi anni il Pil pro capite globale subirà una flessione del 23%, quello dei Paesi “artici” aumenterà del 400%. Circa un terzo dell’Artico appartiene alla Federazione Russa e ne rappresenta il 60% del Pil. Oltre l’80% delle riserve di gas russo e il 90% dei giacimenti off-shore si trovano in questa regione. Stando alle stime del Cremlino il valore di queste riserve si aggira attorno ai due trilioni di dollari.

Inoltre il drammatico ritiro dei ghiacci ha determinato l’emersione di nuove isole nell’arcipelago di Novaja Zemlja, con un guadagno territoriale per la Federazione Russa di quasi 300.000 chilometri quadrati (una superficie pari a quella dell’Italia). A questi vanno aggiunti 1,2 milioni di chilometri quadrati che Mosca rivendica in base alla Convenzione dell’Onu sulla Legge del Mare. Secondo Putin ciò porterebbe ad un aumento del valore dei giacimenti presenti nella regione pari a 30 trilioni di dollari. Il Cremlino ha costruito numerosi porti lungo le proprie coste artiche, proprio per sfruttare le nuove rotte commerciali. Il più importante è quello di Sabeta, dal quale si presume che transiteranno 80 milioni di tonnellate di merci ogni anno a partire dal 2025.

Anche a livello militare Mosca rimane molto attiva nella regione. Recentemente sono state aperte venti nuove basi per l’esercito russo, alcune delle quali erano state dismesse dopo la fine della Guerra Fredda, per essere poi recuperate negli ultimi anni. Presso la penisola di Kola, vicino ai confini con l’Occidente, il Cremlino ha ammassato oltre 200 vascelli, 30 sommergibili e 1830 testate nucleari. Sempre dal punto di vista militare, nel 2017 la Federazione Russa ha inaugurato un gigantesco complesso noto come Trifoglio Artico. Si tratta di una grande base dipinta con i colori della bandiera russa, in grado di ospitare centinaia di soldati addestrati per la “guerra bianca” e avente la capacità di sopravvivere per diciotto mesi senza rifornimenti.

Il secondo Paese interessato a una presenza importante nell’Artico è la Cina. Pur non essendo nazione litoranea, la Cina è consapevole dell’importanza economica del Polo Nord e da molto tempo cerca di essere accreditata come attore rilevante nella regione. Dopo la guerra di Crimea del 2014, è stata proprio Mosca ad aprire le porte dell’Artico a Pechino, in quanto i Paesi occidentali hanno fermato i finanziamenti per l’esplorazione e l’estrazione di idrocarburi dai grandi giacimenti della penisola di Yamal. Viste le ingenti quantità di petrolio che vengono estratte in quest’area, la Russia ha volto il proprio sguardo verso Oriente e Pechino non ha fatto mancare il proprio sostegno. L’investimento totale da parte della Cina è di circa 12 miliardi di dollari. Dal punto di vista delle materie prime, la Repubblica Popolare Cinese si è inserita anche nella disputa tra la Groenlandia e la Danimarca, riguardo l’indipendenza della prima. Le enormi riserve di metalli e uranio presenti nel sottosuolo della grande isola polare interessano fortemente Pechino. La Cina ha messo sul piatto il proprio potenziale economico per la costruzione di miniere in Groenlandia, consentendo alla colonia danese di avere abbastanza denaro da poter
finalmente pensare in modo concreto alla tanto agognata indipendenza da Copenhagen.

Sebbene il comparto energetico sia di fondamentale importanza nella strategia artica del Dragone cinese, il vero obiettivo di Pechino rispetto al Polo Nord è riuscire a controllare le nuove rotte commerciali rese disponibili dal ritiro dei ghiacci. La Cina già controlla oltre l’80% del traffico internazionale marittimo che nella quasi totalità si svolge lungo l’asse Asia-Europa-Nord America. Fino all’apertura della Northern Sea Route il naviglio doveva necessariamente transitare per Suez. L’apertura del passaggio a Nord Est consente un grande risparmio in termini di tempi di percorrenza, visto che la distanza si riduce di due terzi, passando da 11.500 a 4.200 miglia marine. Inoltre i premi che le navi devono pagare alle assicurazioni sono sensibilmente più bassi. Oltre ad essere più breve, il percorso è anche meno pericoloso, vista la totale assenza di fenomeni quali la pirateria o il terrorismo e la maggior stabilità della regione polare rispetto, ad esempio, a quella mediorientale. Per questi motivi la Cina ha cercato di partecipare in maniera importante agli investimenti per le infrastrutture necessarie al mantenimento di una rotta commerciale di questo tipo.

Oltre ai finanziamenti nell’ambito dell’edificazione o del miglioramento dei porti, Pechino ha investito anche nella costruzione di linee ferroviarie per il trasporto delle merci verso l’Europa Centrale e per consentire la cablatura dell’Artico tramite la fibra ottica. Si prevede che entro il 2023, la regione diventerà quella con la più veloce connessione dell’intero pianeta. Fa parte della strategia cinese sull’Artico anche l’accordo di libero scambio firmato nel 2013 con l’Islanda, approfittando della crisi economica che aveva investito il Paese. Non è un caso che l’ambasciata cinese a Reykjavik sia la più grande, contando circa 300 dipendenti.

Il terzo Paese che possiede interessi diretti nella regione artica è la Norvegia. Oslo sembra essere profondamente preoccupata dall’intensificarsi delle attività militari da parte
russa. È per questo motivo che, negli ultimi anni, la Norvegia ha fatto sentire la propria voce all’interno dell’Alleanza Atlantica. Dal 2016 la NATO dispone di una sofisticata nave-spia che si occupa di intercettare i russi pattugliando le acque norvegesi ed internazionali. Gli Stati Uniti possiedono inoltre importanti sistemi radar situati presso l’isola di Vardø, in grado di monitorare le attività di Mosca. Queste strutture sono talmente efficaci che il Cremlino le considera una minaccia alla sicurezza nazionale. Sono infatti in grado di inibire quasi completamente il potenziale di risposta a un attacco nucleare subito dall’Occidente, potendo facilmente intercettare vettori in partenza dalle basi settentrionali della Federazione Russa. I norvegesi ospitano anche sempre più contingenti di marines americani con turnazioni semestrali.

Nonostante queste attività Washington non sembra avere una strategia reale per contenere l’espansione dell’influenza russa verso il Polo Nord e appare piuttosto in ritardo rispetto al Cremlino e alla Cina. Basti pensare che mentre Mosca possiede 40 rompighiaccio, alcune dei quali a propulsione nucleare, gli Stati Uniti si trovano dietro a Paesi come Finlandia, Canada, Svezia e Cina, disponendo di due sole navi di questo tipo.

In ambito civile la Norvegia spera di rendere ben presto il porto di Kirkenes come la Singapore del Nord e per questo motivo l’Unione Europea ha investito 1,3 miliardi di euro. Kirkenes diventerebbe un’infrastruttura strategica perché si trova lungo la Northern Sea Route, ed essendo ai confini con la Federazione Russa può fungere facilmente da collegamento tra l’Europa e l’asse russo-cinese.

Un ultimo effetto determinato dallo scioglimento dei ghiacci artici, che potrebbe portare a contrasti internazionali, è il previsto aumento della pescosità dei mari polari. Si prevede infatti che i banchi di pesci tenderanno a spostarsi verso le gelide acque settentrionali
aumentando l’indotto dei Paesi rivieraschi derivante dalla pesca.

Riccardo Allegri

Questo articolo è stato pubblicato su The Zeppelin

Riccardo Allegri è uno studioso della Russia e dello spazio postsovietico. Ha preparato una tesi magistrale sulla dottrina strategica di Vladimir Putin.

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