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COSI’ I MOVIMENTI DI PUTIN FINIVANO IN CHAT

Qualche giorno fa abbiamo dato conto, in queste pagine, della trascuratezza di molti ufficiali dei servizi segreti russi rispetto alle norme di sicurezza per le comunicazioni. Trascuratezza emersa in modo clamoroso nel “caso Navalnyj”. A giudicare da una recente inchiesta di BBC Russia, si tratta di un’abitudine consolidata a molti livelli. Pare infatti che anche Valerij Nikolaevic Ermakov, colonnello della Polizia e soprattutto direttore del Centro speciale per la sicurezza dei movimenti su strada (qui CSSMS) del ministero degli Interni, sia finito nei guai. Ma prima di dire perché, chiariamo di che cosa si occupa il Centro da lui diretto.

    Il CSSMS è incaricato di proteggere gli spostamenti in automobile dei personaggi più importanti delle istituzioni russe, da Vladimir Putin in giù. Quindi non solo il Presidente ma anche il capo del Governo, i ministri, i presidenti dei due rami del Parlamento, il segretario del Consiglio di Sicurezza… Una quarantina di persone per quanto riguarda la Russia. Poi anche movimenti di tutti i dignitari stranieri in visita nel Paese. Il CSSMS ha una struttura articolata e, proprio per quello scopo, dispone anche di una forza militare. Uomini che individuano il tragitto migliore, garantiscono la scorta armata, verificano la sicurezza delle strade prima, durante e dopo il passaggio delle “auto blu”, e così via. Uomini pronti ad agire non solo nella capitale ma ovunque il personaggio di turno debba recarsi. Un compito delicato, al cui svolgimento, di certo, sono interessati anche i servizi di spionaggio di altri Paesi.

Succede però che alla fine del 2016 al comando degli uomini chiamati ad agire sul campo viene nominato il colonnello Anatolyj Makarenkov. Questi come prima cosa decide di ordinare ai sottoposti di riversare in una chat di WhatsApp tutti i dati relativi alla missione in svolgimento: identità del personaggio scortato, numero di targa dell’auto su cui avviene il trasporto, tragitto, orario dei movimenti, destinazione, persino i nomi degli uomini della scorta e degli autisti. Tutto in una chat a cui avevano accesso 200 persone. Non 2 ma 200!

La cosa è saltata fuori grazie a due ufficiali del CSSMS, decorati e con molti anni di servizio, che si sono dimessi e poi sono corsi a denunciare la cosa. Nell’esposto, uno dei due scrive quanto segue: “Io e altri ufficiali abbiamo espresso la nostra insoddisfazione per questi ordini, tuttavia Makarenkov ha ignorato le nostre lamentele. E coloro che hanno osato esprimere la propria insoddisfazione hanno subito pressioni psicologiche e vessazioni nel servizio, fino alla minaccia del licenziamento”.

L’altro ufficiale ha spiegato questo al Procuratore incaricato dell’inchiesta: “”La sede di WhatsApp si trova negli Stati Uniti. I metodi di crittografia e i criteri di sicurezza nell’invio dei messaggi sono sconosciuti. Puoi persino fare uno screenshot e diffonderlo a terzi. I vertici del CSSMS (ovvero Ermakov e Makarenkov, n.d.A.), che hanno ordinato la creazione dei gruppi di WhatsApp, hanno quindi violato la legge della Federazione Russa “Sui segreti di Stato” e hanno messo a rischio la sicurezza della leadership della Federazione Russa e delle istituzioni dello Stato”.

Lo stesso ufficiale ha portato al magistrato la registrazione di un suo colloquio con il colonnello Makarenkov. Questi, di fronte alla protesta del subordinato per l’introduzione della chat, risponde di non aver dato lui l’ordine (sarebbe quindi stato Ermakov?, n.d.A.) e che comunque la misura era stata presa per controllare la posizione e la prontezza degli ufficiali impegnati in missione. Resta il fatto che i movimenti di Putin, e non solo i suoi, per tre anni buoni sono finiti su una chat frequentata da centinaia di persone e facilmente spiabile. Quindi non solo non segreta ma nemmeno riservata. Andropov si starà rivoltando nella tomba.

Fulvio Scaglione

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