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MARKIV, ROCCHELLI E LA PROPAGANDA

di Stefano Orsi – Qualche giorno fa, Lettera da Mosca ha pubblicato le conclusioni preliminari, molto critiche nei confronti della giustizia italiana, degli esperti del gruppo di lavoro che il Centro Memorial di Mosca e il Centro per le libertà civili di Kiev hanno formato per seguire il processo d’appello a carico di Valery Markiv, l’ucraino già condannato in primo grado a 24 anni di carcere per l’assassinio del reporter italiano Andrea Rocchelli e del giornalista russo Andrej Mironov.

Affidiamo la contro replica a Stefano Orsi, autore di un canale You Tube dedicato alle questioni strategiche dello spazio ex-sovietico e profondo conoscitore del “caso Rocchelli”.

“Il Gruppo di lavoro di Memorial del Centro per le libertà civili di Kiev ha pubblicato in Rete le proprie conclusioni preliminari. Qui potete leggere qui l’originale in inglese mentre qui potete verificare la correttezza della traduzione offerta da Lettera da Mosca. Il mio commento critico seguirà passo passo le posizioni di tale Gruppo di lavoro, esaminando la correttezza o l’errore di quanto da loro scritto.

1) Innanzitutto occorre precisare che l’esordio non appare dei migliori. Il documento del Gruppo fa riferimento al War Act del 1938, ratificato dall’Italia anche se con il regime fascista, e al Codice Penale Militare. Entrambi, però, si applicano quando c’è uno stato di guerra e l’Italia NON è in guerra. Quindi giudica i suoi cittadini (Markiv ha anche cittadinanza italiana) secondo le norme e i codici del tempo di pace. Il secondo riferimento riguarda l’intenzionalità dei fatti, che è proprio l’argomento principe del processo intentato contro il Markiv, in cui l’intenzionalità di colpire i civili è stata abbondantemente provata.
Il Gruppo di Memorial e del Centro di Kiev, inoltre, accusa in maniera generica e immotivata la Procura di aver compiuto un lavoro “selettivo” ed “incoerente” nello scegliere i materiali da usare contro l’accusato. Ritengo invece che, dalla lettura della sentenza e dal materiale probatorio mostrato in aula, risulti evidente  che è stata compiuta una indagine accurata, che è andata oltre la narrazione degli eventi proposta fino ad allora dalla stampa occidentale in genere e da quella italiana. Markiv, oltretutto, si era arruolato nella Guardia Nazionale ucraina, che è un corpo volontario. In quanto cittadino italiano, quindi, risponde anche alla giustizia penale italiana che non prevede alcuna immunità per cittadini che militino in forze armate straniere, non avendo mai sottoscritto il riconoscimento di tale status con lo Stato ucraino. Cosa che invece, per fare solo un esempio, è stata fatta con gli USA.

2) Il Gruppo di lavoro giudica vaghe e insufficienti le prove presentate nel processo. Ma uno dei principali fornitore di indizi e prove a suo carico è stato Markiv stesso, anche con le sue dichiarazioni. Gli inquirenti hanno accertato la sua presenza in loco, assieme ai reparti in servizio su quel fronte, e la sua partecipazione ai fatti che causarono la morte delle vittime, da cui il capo di accusa, concorso in omicidio. Il Gruppo di lavoro giudica inoltre non obbiettive le testimonianze del teste principale, il fotoreporter francese William Roguelon, ferito nel bombardamento. Giudizio basato sul fatto che Roguelon, ferito, temeva di morire, anche se le sue ferite non erano mortali. C’è da chiedersi chi, vedendo le proprie gambe dilaniate dalle schegge e sanguinanti, non avrebbe nutrito un timore analogo. Andrej Mironov, morto insieme con Andrea Rocchelli, viene citato dal Gruppo di lavoro perché al momento dell’agguato, in un ultimo messaggio video, parlò di “fuoco incrociato”. Mironov, però, non disse solo quello. Raccontò anche che i separatisti rispondevano al fuoco con quel che avevano, mentre gli ucraini, oltre ai kalashnikov, usavano le mitragliatrici. E raccontò che c’era anche un cecchino a sparare contro il gruppetto dei giornalisti. Il Gruppo di lavoro, infine,  si lamenta del fatto che non sia stata presa in considerazione l’ipotesi che a uccidere Rocchelli e Mironov possa essere stato il fuoco delle milizie che difendevano la città di Slovjansk. Cosa che è sempre stata sostenuta, ma senza prove, dalle autorità ucraine. Ma la modalità dell’uccisione, mediante fuoco di mortaio proveniente dalle colline tenute dagli ucraini, e la presenza assieme a Rocchelli e Mironov di miliziani del Donbass, rende piuttosto evidenti le ragioni per cui questa ipotesi bizzarra è stata scartata dagli inquirenti.

3) Il Gruppo di lavoro russo-ucraino, infine, si lamenta del fatto che la stampa italiana abbia dato ampia copertura al caso, e dichiara che così facendo avrebbe influenzato i giudici. Ma che cosa si poteva pretendere, forse che calasse il silenzio sulla vicenda? Con queste osservazioni dimostrano solo di non conoscere la stampa italiana e i toni che essa utilizza di solito nei grandi casi giudiziari di interesse generale. I giudici italiani, professionali e avvezzi a tale enfasi, non si sono fatti certo influenzare da qualche titolo di giornale. Le precisazioni del Gruppo, tra l’altro, fanno capire che il Gruppo stesso non conosce a fondo il caso. Fu infatti lo stesso Markiv a presentarsi a una giornalista italiana come comandante di una unità, per vanagloria di certo. nonostante questo equivoco, il processo ha accertato bene i fatti e i ruoli, prima di assegnare le responsabilità. Quanto alla presenza massiccia di formazioni neonaziste accanto alle truppe ucraine e in special modo presso i “battaglioni punitivi”, la Rete offre un’ampia documentazione sia giornalistica sia documentale. Il Governo ucraino ha avuto lo spazio dovuto nel processo, esattamente come l’imputato, che è stato sentito più volte e al quale è stato dato modo di spiegare il proprio ruolo negli eventi. Tempi e modi per dare la parola alle parti sono ben regolamentati nei nostri Tribunali, e poco hanno da insegnare persone che difendono uno Stato dove i diritti civili e politici dei cittadini sono spesso violati e dove politici di opposizione e giornalisti subiscono minacce ed intimidazioni.

Questo rapporto elaborato dal Gruppo di lavoro, in definitiva, non fa altro che ricalcare la
strategia dei gruppi di pressione che cercano influenzare i giudici della Corte di Appello di Milano, che ha da poco avviato le udienze. L’esordio nel processo d’appello, per Markiv, non è certo stato dei migliori. Sono state rese note le minacce subite dall’interprete che fu impiegato durante lo scorso processo e che alla fine, proprio perché minacciato,  dovette rinunciare all’incarico. Finora, esaminando il “caso Markiv”, non ho riscontrato illecite pressioni o pulsioni colpevoliste ma una normale storia processuale in cui i fatti vengono esaminati e dibattuti.
Ma è sempre più evidente che a infastidire certi ambienti è l’emergere delle responsabilità del Governo Ucraino del 2014, e delle commistioni con formazioni paramilitari di ispirazione neonazista. Ho già affrontato la strategia di pressione mediatica scelta da questi gruppi nel lavoro di commento critico a un loro evento pubblico presso il Senato della Repubblica. Potete prenderne visione qui.

Stefano Orsi

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