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MARKIV E ROCCHELLI, ANATOMIA DI UN DELITTO

di Marco Bordoni

All’inizio, negli epici giorni di Piazza Maidan, e poi per tutta la durata della sporca guerra nel Donbass, la narrazione dei fatti ucraini fu, per la stampa italiana (fatte salve rarissime eccezioni) un compito di diligente ricopiatura della linea prestabilita di stretta osservanza atlantica. Le responsabilità russe (vere e presunte) venivano poste in grande evidenza, mentre i fatti di cronaca che lasciavano intravvedere i contorni di una realtà più complessa erano o ignorati, o riferiti in maniera contorta e fumosa. Il lettore poteva benissimo capire che le vittime di Odessa si fossero date fuoco da sole o che le bombe che cadevano sulle città del Donbass fossero un fenomeno meteorologico (si sa: si dice il peccato, ma non il peccatore).


Poi, piano piano, le cose sono cambiate: fra la Russia e l’Ucraina scorreva ormai un fiume di sangue largo come e più del Doneck e Kiev era già saldamente legata all’Occidente da una comunanza di ideali e di posizioni debitorie nei confronti del Fondo Monetario. Era tempo di somministrare all’opinione pubblica una ragionevole dose di verità. Hanno quindi iniziato ad apparire sulle pagine dei quotidiani “seri” notizie prima relegate nel Tartaro di Russia Today, o dei blog. Ad esempio quella della lista di proscrizione Morotvorets, direttamente collegata al ministro ucraino degli Interni Avakov tramite il potente collaboratore Gerashenko, su cui
erano finiti parecchi giornalisti italiani: Umberto Galimberti, su Repubblica, commentava malinconico: “Questa Ucraina non è degna dell’Europa”. Un modo più elegante per esprimere un concetto ribadito, qualche giorno, fa dall’alto rappresentante UE Borrel incontrando Zelensky: “L’ Europa non è un bancomat o un ente di beneficenza” (poi ha rettificato il comunicato, apponendo una proverbiale pezza peggiore del buco).

È in questo mutato clima che il 30 giugno 2017 il soldato molto semplice Vitaly Markiv venne arrestato all’aeroporto di Bologna con l’accusa di aver concorso all’omicidio (con armi personali e con tiri di artiglieria) di due reporter, Andrea Rocchelli e Andrej Mironov, il giorno 24 maggio 2014 ai piedi del colle Karacun, nella periferia Sud della città di Slovyansk, Donbass. Un fatto atroce che, tre anni prima, i media avevano smorzato, camminando sulle uova nell’attribuzione delle responsabilità nonostante queste fossero da subito evidenti (ed anzi, proprio per questo motivo).

Nonostante il solito starnazzare dei blog e dei social “filorussi”, il tutto era caduto abbastanza presto in un conveniente oblio. Ma nell’ estate del 2017 il clima era cambiato, ed all’impulso umano di chiedere giustizia per un ragazzo trucidato, in veste di giornalista, in maniera disumana, si sommava una circostanza nuova, l’arresto di un pesce minuscolo del cui destino non importava nulla a nessuno, circostanza che permetteva di introdurre il tema della verità storica sulla guerra in Donbass senza necessità di affrontare lo spinoso problema della responsabilità politiche prossime e remote, ma restando nei binari di una vicenda processuale che avrebbe individuato un responsabile perfetto: Vitaly Markiv.

Facciamo un passo indietro. Nel 2013 Markiv era un ventiquattrenne nato in Galizia (la regione Ucraina che ribolle di risentimento anti russo) e che viveva a Tolentino ormai da 8 anni, con la cittadinanza italiana in tasca. Le sue attività, DJ e personal trainer (con lo pseudonimo di Markus Sweet) segnalavano una scarsa propensione alla vita contemplativa, e in effetti allo scoppiare dei tumulti in patria Markiv obbediva al richiamo del sangue e dapprima si univa ai manifestanti e poi, dopo la cacciata del presidente filorusso Viktor Yanukovich, si tuffava nel vortice di guerra e di violenza che stava per inghiottire il suo Paese natale (sui social, ora, si faceva chiamare Markus Gangster), arruolandosi nella Guardia nazionale e non disertando, infine, l’appuntamento fissato dal destino con Andrea Rocchelli, il 24 maggio 2014 a Slovyansk.

Il clamore suscitato in Italia, ma soprattutto in Ucraina, dal suo arresto, rendeva quasi subito impossibile, a Markiv, comprendere gli esatti termini della sua situazione processuale, e lo calava invece in una dimensione wagneriana, una concezione di “eroismo” distorta che, prima e dopo il processo, lo induceva quasi a rivendicare come atti meritori le pesantissime responsabilità contestategli. Il primo grado del Giudizio, celebratosi avanti al Tribunale di Pavia, si è concludeva il 13 luglio 2019: Markiv era riconosciuto colpevole dell’omicidio di Rocchelli e Mironov in concorso con la guarnigione ucraina che presidiava il colle Karachun, e veniva condannato a 24 anni di reclusione (il Pubblico Ministero ne aveva chiesti 17, con concessione delle attenuanti generiche, negate dai Giudici pavesi). Di questa sentenza bisognerà parlare, ma prima va raccontato il clima extraprocessuale in cui è maturata.

Per la prima volta dall’inizio della crisi ucraina, testate, intellettuali, ambienti politici, da sempre vicini alle posizioni di Kiev, forse toccati dalla particolarità del caso, forse influenzati dal mutamento del clima, fornivano una copertura ostile all’Ucraina o, quanto meno, valorizzavano seriamente le prove raccolte dalla Procura a carico dell’imputato. Basterà qualche esempio: l’ Espresso seguiva il processo molto da vicino, e non nascondeva lo sdegno (con accenti intrisi di pregiudizi di solito riservati ai russi) per la messinscena dei sostenitori di Markiv, incoraggiati dal loro governo a presenziare alle udienze nel maldestro e in fin dei conti controproducente tentativo di influenzare la giuria. Le parti civili venivano difese
dall’ avvo-star Alessandra Ballerini, spesso impegnata sul versante, caro alla sinistra liberal, dei diritti civili, e da Giuliano Pisapia, eurodeputato del Partito democratico. Mario Calabresi, al tempo di direttore di Repubblica, interveniva ripetutamente sostenendo la colpevolezza di Markiv, addirittura producendo un podcast in 15 puntate sull’argomento. A questo trattamento inconsueto, gli Ucraini ed i loro simpatizzanti in Italia hanno reagito assai male: basti pensare alle continue, perentorie, richieste di restituzione del prigioniero indirizzate al Governo italiano, condite anche da manifestazioni dell’estrema destra locale davanti alla nostra ambasciata.

Il clima, quindi, era questo. Poi è uscita la sentenza: una sentenza senza compromessi e sconti, dura e pesante come la ghisa, una condanna esemplare, ben oltre le richieste della pubblica accusa. Le 168 pagine di motivazione sono assai ricche e darne conto nel dettaglio richiederebbe molte altre pagine. I punti importanti, e che l’hanno resa, per motivi diversi, un boccone durissimo da ingoiare per gli ucraini sono, però, due (in ordine di indigeribilità).
Primo: la sentenza dice la verità sull’Operazione Anti Terrorismo dell’esercito ucraino nel Donbass. Al momento dell’arresto, Markiv aveva con sé il telefono e delle chiavette USB piene di “foto ricordo”. Questi archivi digitali, nelle mani degli inquirenti, si sono tramutati in veri e propri armadi ricolmi di (quasi letteralmente) scheletri nascosti dalle autorità di Kiev. Emergeva dunque una verità scomoda familiare a chi frequenta l’altra parte del “fronte” informativo: esecuzioni sommarie, rapimenti, torture, perpetrati indiscriminatamente da un esercito pieno di sbandati nazistoidi con il culto della violenza e della sopraffazione. A  testimonianza del tipo di vita di questi soldati, basta un dato fornito dalle stesse autorità
ucraine: a tutto il 2018 quasi 900 si erano ammazzati fra loro o suicidati.

Non che per gli addetti ai lavori questa sia una sorpresa. Ne parlano chiaramente il rapporto dell’Alto Commissariato ONU sui diritti Umani e persino il rapporto del Dipartimento di Stato USA sui diritti umani nel mondo. Ma per il pubblico italiano, specialmente per quello liberal, cui per cinque anni è stata mostrata solo l’altra faccia della luna (il sostegno militare russo ai separatisti, ormai segreto di Pulcinella, i mercenari russi e stranieri e i volontari di estrema destra arruolati dalle Repubbliche autoproclamate) si tratta di una prima assoluta.

I testimoni sono concordi: i “filorussi” erano benvoluti dalla popolazione, trattavano bene i giornalisti occidentali, gli davano consigli per non esporsi troppo ai pericoli. Erano gli ucraini che sparavano a qualsiasi cosa si muovesse senza curarsi se avesse una divisa o no. Come disse un soldato ucraino in un video divenuto molto popolare nei primi giorni del conflitto: “Qui non ci sono civili. Sono tutti terroristi”.

Markiv, estratto dalla bolla della propaganda di Kiev e portato sul banco degli imputati, dà risposte risibili, sembra non capire nemmeno quale sia il problema. Ecco qualche esempio.

Chi è quel cadavere accasciato su un’auto? “Una foto che non c’entra niente, me l’hanno mandata con Viber”.

Chi sono quelle persone i cui nomi sono elencati in una lista e che poi sono buttate, in abiti civili, nel baule di un’auto legate come maiali, e come maiali ammazzate e buttate in una trincea? “Sabotatori, le foto non le ho fatte io, li abbiamo consegnati alle autorità”.

Chi è quella persona incappucciata in un’auto (foto ricordo con Markiv sorridente a fianco a
prigioniero, n.d.A.) poi ritratta sofferente e angosciata nel corso di un’interrogatorio? “Sabotatore anche lui. Noi eravamo anche polizia”.

Di chi è quel corpo carbonizzato? “Un capo ribelle, no c’entra niente, l’ho ricevuta
con Viber”. (Chi non ha un amico Viber che manda foto di cadaveri?, n.d.A.)

Perché in questa foto di gruppo dove i suoi camerati fanno il saluto romano c’è una bandiera nazista? “Era un bottino di guerra catturato ai terroristi”.

E’ vero che lei frequenta locali nazisti? “Non sono proprio nazisti, amano le rievocazioni storiche. Non è che frequento, ci passo”. E così via.

Se aggiungiamo a queste prodezze quelle che Markus Sweet può aver compiuto senza prendersi la briga di scattarsi selfie e moltiplichiamo il tutto per le centinaia di migliaia di soldati ucraini passati per il Donbass, abbiamo una rappresentazione piuttosto precisa di quel che è stata l’Operazione Anti Terrorismo: una spedizione punitiva per spezzare la resistenza della popolazione di una regione non disposta ad accettare la svolta politica e culturale decisa dalle nuove autorità. Non è una sorpresa che la sentenza non piaccia affatto dalle parti di Kiev.

C’ è, però un secondo punto importante: nella sentenza, la prova “al di là di ogni ragionevole dubbio” che Markiv abbia partecipato all’azione che ha ucciso Rocchelli e Mironov, non c’è. La prova che siano stati gli ucraini, si, quella c’è, senza dubbio. La prova che Markiv occupasse una posizione, avesse un ruolo e una dotazione, tale da consentirgli (in via teorica) di sparare sui giornalisti e di indirizzare su di loro il tiro delle artiglierie, anche. Ma quella che, fra i circa 150 militari presenti sulla collina, sia stato proprio lui a sparare, e poi ancora lui a chiamare il fuoco delle artiglierie, no. Quella non l’ho trovata. È possibile, anzi probabile, che l’abbia fatto. Ma non è certo.

Va detto che Markiv e i suoi superiori hanno fatto praticamente tutto quanto in loro potere per colmare questa lacuna. Sono i comandanti della compagnia di Markiv, Bohdan Matkiskyi e Andrej Antonyschak, ormai assurti al Senato ucraino e circonfusi di un alone di gloria guerriera, ad averlo inchiodato alla posizione da cui poteva colpire i reporter, per poi tornarsene a Kiev su un tappeto rosso di immunità. Quanto a Markiv: il giorno dopo il fatto, intervistato telefonicamente da Ilaria Morani (presenti altri due giornalisti in viva voce), il nostro, spacciandosi oltre tutto per un sottufficiale, si vantava: “Qui non si scherza, non bisogna avvicinarsi, è un luogo strategico per noi, normalmente non spariamo sulla città e sui Civili, ma appena vediamo un movimento carichiamo l’artiglieria pesante. Così è successo con l’auto dei giornalisti e dell’interprete. Noi da qui spariamo nell’ arco di un chilometro e mezzo”. Più tardi, già in carcere, nelle intercettazioni ambientali, Markiv elargiva pillole di saggezza condensate in pregnanti parabole: “Se dici ad uno di non andare nel bosco perché c’è il leone, e quello ci va e il leone se lo mangia, che fai, arresti il leone?”. Disponibili anche in forma più prosaica “Abbiamo fottuto un reporter”. Per non parlare delle sue tragicomiche dissertazioni processuali sulle guerre civili, che, in quanto tali, vedono i civili come parti belligeranti (il che renderebbe legittimo sparargli) o dei puerili tentativi di evasione (purtroppo l’astuto piano – uno si finge malato, l’altro sgozza la guardia carceraria con una biro e poi assieme liberano tutti- fu sventato perché uno dei complici l’aveva rivelato al direttore del Carcere di Opera).

Questo basta a fare di lui un colpevole certo? L’ impressione è che Markiv sia del tutto compreso nel suo ruolo di “eroe” che “si sacrifica per la comunità”, avendo interiorizzato una logica distorta e criminale alla luce della quale i delitti che gli vengono addebitati sono, in realtà, meriti patriottici da rivendicare. Anche confessioni così dirette, quando provengono da un soggetto simile, potrebbero non essere necessariamente risolutive.

Le affermazioni perentorie della sentenza, che stabilisce con certezza che il Markiv abbia sparato, e poi abbia indirizzato il fuoco dell’artiglieria, escludendo a priori che l’azione sia avvenuta (ad esempio) durante uno dei turni di riposo concessi all’osservatore o ad opera di qualche altro plotone schierato sulle pendici del colle, restano dunque elementi problematici sul tavolo della Corte d’ Assise di Milano, che in questi gironi sta riesaminando il caso.

Come andrà a finire? A livello comunicativo il governo ucraino se l’è giocata di nuovo malissimo. Basti dire che il duo Avakov e Gerashenko si è presentato in udienza per sponsorizzare l’imputato: e chissà che bella impressione avranno fatto sui giudici, tenuto conto che il già citato sito Mirotvoretz, facente capo a Gerashenko, ha una pagina dedicata al “nemico dell’ Ucraina” Andrea Rocchelli sulla cui foto è stata sovrapposta la scritta “liquidato”. Peraltro le stesse autorità ucraine, già responsabili di diversi e maldestri,
tentativi di depistaggio, hanno annunciato “clamorose scoperte”: nel cappotto di Mironov i segugi di Kiev avrebbero trovato un biglietto consegnato (guarda un pò il caso) proprio da Stella Khorosheva, unica “separatista” attualmente in Italia, che avrebbe invitato i giornalisti a recarsi, per un improbabile appuntamento, proprio nel luogo dell’agguato. È lei, sostiene Avakov, che gli inquirenti italiani dovrebbero arrestare! Pagliacciate buone sole ad innervosire i Giudici, come la lettera (definita “irrituale”) fatta pervenire da Kiev alla Corte e come (ma questo non è uno scherzo) le minacce ricevute dall’interprete che aveva tradotto le deposizioni dei militari ucraini nel processo di primo grado. Non che la difesa potesse aspettarsi grandi contributi dal governo ucraino: ormai è chiaro a tutti, tranne, forse, allo stesso Markiv, che il processo è, in patria, solo una passerella per politici in cerca di facile visibilità.

Poi ci sono stati tentativi di creare una corrente di opinione pubblica favorevole a Markiv attraverso le inchieste giornalistiche. La qualità di queste operazioni varia molto: dal grado zero dell’articolo di Anna Momigliano che evidentemente nemmeno ha letto la sentenza e che assembla un paio di circostanze del tutto fortuite per sparare sul New York Times l’ipotesi di “un complotto russo” dietro il Tribunale di Pavia (ennesima riproposizione del grande classico “ha stato Putin”), a lavori più sofisticati come il docu-film The Wrong Place dedicato al caso, e lanciato poche settimane prima dell’apertura del processo di appello con l’intento dichiarato di ottenere la revisione dell’istruttoria (proprio a questo fine la difesa di Markiv ne ha chiesto l’ assunzione).

Che si consideri o no convincente la ricostruzione di queste inchieste (The Wrong Place, ad esempio, ha subito un commento critico di Stefano Orsi e non ne è uscito benissimo…) va detto che hanno quasi tutte un vistoso punto debole. Infatti la preoccupazione sembra non tanto quella di scagionare Markiv per la via più semplice, ovvero ipotizzare che il responsabile possa essere un qualche suo commilitone appostato, assieme a lui, sulle pendici della collina, quanto scagionare del tutto l’esercito ucraino suggerendo fra le righe la tesi (ancora…) del complotto russo. Tesi che, alla luce della sentenza, risulta indifendibile.

Comunque, nel frattempo, il processo di appello è iniziato e prima udienza non è andata benissimo per Markiv: la Corte di Assise di Milano ha ordinato la trascrizione di tutte le intercettazioni ambientali in carcere, e sappiamo ormai per esperienza che nulla di ciò che esce dalla sua bocca può giovare all’imputato. Le richieste della Difesa non sono state respinte ma nemmeno accolte: verranno esaminate in seguito. Se ne riparla a fine mese.
Il caso, però, è ormai giunto al punto in cui le ricadute e le implicazioni politiche stanno vetrificando le posizioni del commentatori. Quel (tanto) di verità offerto dal processo all’ opinione pubblica va rapidamente esaurendosi.

È tempo di bilanci: se davvero si è deciso di mettere sotto i riflettori le ragioni di entrambe le parti in quella sporca guerra e di rinunciare al dogma dell’infallibilità atlantica, lo si faccia, ma sul serio, cercando i responsabili giusti: ad esempio quei tre signori (non casualmente ministri degli esteri di Francia, Germania e Polonia) che garantirono l’accordo fra Yanukovich e l’opposizione salvo poi assistere con compiaciuta indifferenza quando i propri beniamini lo stracciarono a inchiostro ancora fresco. O quegli altri signori prodighi nel distribuire biscottini ed illusioni alle folle del Maidan. È tempo di separare il giudizio della Storia sul Maidan e sulla guerra civile ucraina dal giudizio delle autorità italiane su Markiv. E tempo che il soldato Vitalj e i Governi che lo hanno mandato al fronte si presentino ciascuno davanti al tribunale che gli compete. E che ciascuno, colpevole o innocente, abbia la sentenza che
merita.

Marco Bordoni

autore del canale Telegram “La mia Russia”

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