Press "Enter" to skip to content

RUSSIA 9/5: KHALDEY E L’OCCHIO DELLA GUERRA

Nel 1993, quand’ero corrispondente da Mosca, ebbi la fortuna di intervistare Evgenyj Ananyevic Khaldey, il fotografo che scattò una delle più celebri immagini della storia contemporanea: quella che correda questo articolo, la fotografia dei soldati russi che piantano la bandiera sovietica sul tetto del Reichstag. Khaldey viveva in un minuscolo appartamento di periferia. Il letto in un angolo, sotto il letto un cumulo di splendide fotografie del tempo della guerra. Aveva allora 76 anni, sarebbe morto quattro anni dopo.

“La guerra? Me la sogno ancora di notte, non ne ho scordato neppure un’ora. Ecco, ora le mostro una foto…”. Evgenyj Ananyevic Khaldey è un pensionato solitario cui fa da compagno un mito: quello della Grande Guerra Patriottica, dei 22 milioni di morti, del grande Paese attaccato e invaso che seppe diventare attaccante e invasore. Di quell’epopea, Khaldey fu il tecnologico cronista e poeta. Un Omero in scala, al quale bastò una vecchia Leica per far cantare il bianco e nero. Fotografo della Tass, Khaldey diede un volto a tanti militi ignoti e fermò in un attimo di gloria tanti dei loro sacrifici. È sua la fotografia dei soldati che piantano la bandiera rossa sui tetti del Reichstag, nella Berlino finalmente conquistata. Sua (come molte altre) l’immagine che tutta la Russia conosce e che onora di continue esposizioni e della commozione dei veterani.

Eppure, eppure: dipende dalle generazioni la misericordia per gli eroi, i poeti e i fotografi. Ebreo (e la sua prima domanda a noi è stata: “Non verrete per caso da un giornale antisemita?”), Khaldey venne licenziato dalla Tass nel 1948. “Improvvisamente dissero che il lavoro era calato e che non avevano più bisogno di me. Per due anni rimasi disoccupato. tirai a campare fotografando matrimoni e feste di paese, finché trovai posto in una rivista per amatori, per fotografi dilettanti. Mi accusarono, inoltre, di aver fotografato il maresciallo Tito, in quegli anni avversario di Stalin. E pensare che avevo scattato la foto incriminata nel 1945, alla fine della cerimonia in cui Tito aveva ricevuto l’onorificenza sovietica dell’Ordine della Vittoria. Era un’ottima foto e ne ero molto orgoglioso, ma me ne vennero solo guai”.

Nel piccolo appartamento moscovita di Khaldey campeggia, ben più grande di qualunque altra fotografia, l’immagine della moglie Svetlana, “che se n’è andata già sette anni fa”. Si capisce che la sua icona è quella, nei tratti del grande ritratto in bianco e nero l’unico spazio per il rimpianto. E nelle parole di quest’uomo triste ma non amareggiato, non c’è spazio per recriminazioni o rancori. Contano poco, ormai, gli onori meritati e non ricevuti, le inutili crudeltà di uomini e tempi feroci.

“Sono nato in Ucraina, in una città che allora si chiamava Juzhovka e adesso Donetsk. Allora i pogrom contro gli ebrei erano frequenti. in uno di essi, quando non avevo nemmeno un anno, le Centurie Nere uccisero mia madre con una fucilata. La pallottola che uccise lei, che scappando mi teneva in braccio, ferì anche me al fianco. Il proiettile mi passò da parte a parte ma riuscii a cavarmela. Quel giorno, però, le Centurie Nere uccisero anche mio nonno a due amiche di famiglie, che avevano la sola colpa di essere venute in visita da noi proprio quel giorno”.

“Ho scoperto la fotografia all’età di 12 anni e non l’ho più abbandonata. Ero ancora un ragazzino e già mi mantenevo, scattando foto per un quotidiano ucraino. Quando entrai alla Tass, nel 1935, avevo già girato in lungo e in largo l’intera Unione Sovietica, ero persino stato al Polo. E poi, durante la guerra, ho attraversato al seguito delle nostre truppe l’Europa intera: dal Mar Nero, attraverso Romania, Bulgaria, Jugoslavia e Austria, fino a Berlino. Fotografai a conferenza di Potsdam, poi fui mandato in Estremo Oriente per fotografare la vittoria sul Giappone, quindi di nuovo in Germania per il processo di Norimberga”.

Quando cominciò la sua guerra di fotoreporter?

“Il 22 giugno del 1941, primo giorno dell’invasione nazista. Nella strada che costeggia i grandi magazzini Gum e che sbocca sulla Piazza Rossa, fotografai un gruppo di moscoviti che ascoltava dagli altoparlanti i primi comunicati sull’invasione”.

Ricorda le emozioni di quel giorno?

“Ricordo soprattutto questo: l’immediata impressione che sarebbe stata una cosa lunga. Andai dal mio capo e gli chiesi cento metri di pellicola. E lui rispose: a che ti serve tutta questa pellicola, tanto tra due settimane è tutto finito e si torna a casa. Così me ne diede solo trenta metri”.

E poi?

“Fui subito aggregato alle truppe con il grado di tenente. In realtà non dipendevo dai comandi militari ma dai dirigenti della Tass. Come corrispondente di guerra, però, ero autorizzato ad andare in qualsiasi settore del fronte. Mi spostavo in aereo, in automobile, sui carri armati, con qualunque cosa avesse un motore e si muovesse. E, a differenza di tanti amici e colleghi, sono sempre stato fortunato. A Sebastopoli, nel maggio 1944, durante la battaglia per la liberazione della città, stavo riposando su un camion insieme con un operatore cinematografico. Come cuscino usavo il berretto, imbottito di stracci e carta. All’improvviso arrivarono in picchiata gli aerei tedeschi. Cominciò il bombardamento e una casa vicina fu colpita. Scappammo e mentre correvo cercai di portarmi dietro il berretto, senza però riuscire a staccarlo. Quando il bombardamento finì, tornai indietro e capii perché il berretto era ancora là: una scheggia l’aveva inchiodato al pianale del camion, dopo avermi sfiorato la testa. Tanti amici, tanti colleghi non hanno avuto la stessa fortuna. E io stesso avrei potuto lasciarci la pelle in tante altre occasioni”.

La sua famosa foto della bandiera piantata sul Reichstag ha un retroscena…

“Quando la foto fu sviluppata, il responsabile della fotocronaca Tass, un certo Palgunov, mi disse: Khaldey, ti rendi conto di che cosa hai fotografato? Certo, risposi, due dei nostri soldati che… Macché, macché, mi interruppe lui, il soldato in basso ha due orologi, non vedi? Ti rendi conto di che figura fai fare alle nostre truppe? Bisogna immediatamente correggere la foto! Fu così che il soldato “perse” un orologio. Il buffo è che molto tempo dopo quel soldato mi scrisse, dicendosi stupito che nella foto figurasse solo un orologio mentre lui ricordava benissimo riaverne avuti due, in quel momento. Gli risposi che per qua to avevo visto durante la guerra, i nostri soldati meritavano di avere orologi non solo a entrambi i polsi ma pure alle braccia e magari alle caviglie. Fu un atroce massacro e nessuno riuscirà mai a calcolare i sacrifici fatti dalla nostra gente”.

Di quel periodo ha anche qualche ricordo lieto? Un’amicizia?

“Mi sforzo ma nella memoria non trovo nulla di simile. Amici, tanti. Ma nulla che mi sentirei di definire lieto”.

Negli anni della guerra lei era sposato? Aveva famiglia?

“No, ero solo. Sposai Svetlana nel 1946. Però ero in ansia per la sorte dei parenti rimasti in Ucraina, nelle zone occupate dai tedeschi. Avevo ben ragione di angosciarmi: mio padre, le mie tre sorelle e tutti i parenti furono buttati ancora vivi nel posso di una miniera di Donetsk”.

Come rende omaggio alla loro memoria?

“Ogni anno vado laggiù e lancio dei fiori in quel pozzo maldetto. Poi torno a Mosca, a casa, tra i miei ricordi. E mi lascio visitare dal ricordo più vivo di tutti, quello dei tanti soldati di prima linea i quali, a noi giornalisti, chiedevano: ma perché succede questa guerra?”.

Fulvio Scaglione

 

Be First to Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.