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RUSSIA 9/5: IL SIGNIFICATO DI UNA FESTA

di Marco Bordoni    Oggi i Russi celebrano la loro festa civile più importante, che ricorda la vittoria sovietica nella seconda guerra mondiale. Dalle nostre parti se ne parla poco. Forse vedrete un servizietto in TV con qualche immagine della spettacolare parata, chiosata dal solito commento velenoso:  Putin spende e spande per sogni di grandeur mentre la gente fa la fame. Oppure troverete sui social il commento estasiato di qualche fan all’amatriciana, innamorato dell’uomo forte che arringa le truppe in marcia a bandiere spiegate.

Ma non tutto gira intorno a Putin. Anzi, visto che parliamo di Russia, possiamo partire proprio da Guerra e Pace: la storia non è fatta dai singoli, ma dalla somma delle volontà umane: “La somma delle volontà produsse la Rivoluzione e Napoleone, la stessa somma prima li tollerò e poi li distrusse”.  Settant’ anni dopo Trockij spiegò  con lo stesso concetto l’ascesa di Stalin“Ogni periodo ha i suoi grandi uomini e se non ce li ha se li inventa”.  Chi vuole credere che Putin, l’ex spione di talento in cerca di fortuna politica nella gang liberale della San Pietroburgo anni Novanta, poi (nei primi mandati) Presidente evidentemente desideroso di “chiudere” un accordo di integrazione con l’Occidente, abbia poi fatto violenza alla storia deragliando a mani nude la Russia dal binario “democratico” cui il provvido mercato la destinava, per indirizzarla verso la formula politica attuale, è certamente libero di farlo. Ma è davvero così che è andata? O è stata la “somma delle volontà” del popolo russo che ha deciso, ci piaccia o no, di battere altre strade?

Tolstoy ci dice che Putin è stato, come tutti i grandi, il talentuoso interprete dei sentimenti del suo tempo, e che la sua statura politica risiede, anzi, proprio nel fatto di essersi accorto che i venti della storia tiravano in direzione esattamente opposta a quella da lui in un primo tempo desiderata, e di aver deciso di assecondarli, offrendo loro le vele della Russia.

La storia della festa della vittoria è emblematica: la celebrazione nasce vent’anni anni dopo la fine della guerra, nel periodo brezhneviano, all’ombra della festa grossa, che al tempo era il 7 novembre, l’anniversario della rivoluzione. Passano gli anni: l’URSS vira dal socialismo al patriottismo (una traiettoria simile a quella seguita, più tardi, dalla Cina di Deng e Xi). La memoria dei reduci incontra la propaganda e si fissa in prodotti di massa: canzoni e film che passano su radio e TV. Iniziano le parate militari, ma solo nei “giubilei” (ogni 5 anni tondi). L’ultima nel 1990.

Poi viene giù tutto, e di parata e festa in grande stile non si parla più fino al 2008: un anno prima, a Monaco, Putin aveva fatto sapere ai “partner occidentali” che così non andava. Meno di tre mesi dopo si passerà dalle parole ai fatti: Saakashvili tenterà di riprendersi con la forza l’Ossezia del Sud, l’ombrello americano verrà a mancare (ammesso ci fosse mai stato), e i carri armati russi si fermeranno a 50 km da Tblisi. La solennità delle celebrazioni cresce ancora fino al 2014 quando, con l’ acutizzarsi della crisi Est-Ovest,  il processo subisce un’accelerazione:  vengono rispolverati vecchie consuetudini  e cimeli  e impiantati da zero nuovi riti che si radicano con incredibile velocità e diventano, tra l’altro, questa festa. Sono le “tradizioni inventate” di Hobsbaum: un espediente delle società che attraversano grandi trasformazioni politico-sociali e che vogliono rassicurarsi, raccontandosi di essere sempre stati così.

Non è, comunque, solo propaganda: il marketing delle teste d’uovo governative incontra l’attivismo popolare e produce esiti sensazionali, come il Reggimento Immortale, la marcia in cui ciascuno porta la foto dei “nonni” che hanno fatto la guerra. Esteticamente si tratta di una via di mezzo fra la rievocazione in costume, la processione ortodossa ed il culto pagano degli antenati. Un evento cui, prima della crisi sanitaria, partecipavano decine di milioni di persone in tutto il Paese, raggiungendo picchi di condivisione emotiva quasi religiosi. La Russia si muove, Putin la rincorre. A lungo questo movimento è stato lento, impercettibile, contraddittorio. A lungo abbiamo interrogato questa Sfinge, questa strana chimera in cui il capitalismo selvaggio conviveva con lo statalismo, il consumismo con la rinascita religiosa, il desiderio di integrazione europea con le velleità di riscossa nazionali, lo stile di vita occidentalizzato con una radicale pretesa di diversità, e ne abbiamo ricevuto risposte ambigue, che abbiamo interpretato secondo le nostre preferenze.

Poi, negli ultimi anni, il movimento ha subito una visibile accelerazione. La frattura (culturale, politica, prossimamente economica) con l’Occidente è diventata insanabile, la connotazione ideologica illiberale si è definita in maniera più nitida, gli strumenti repressivi del dissenso si sono affinati e appesantiti. Uno snodo fondamentale di questo processo è stato la riforma costituzionale, che ha connotato ideologicamente lo Stato. Dalle nostre parti la si è letta come frutto dell’aspirazione di Putin a restare per sempre: forse sarebbe stato più corretto vederne l’ aspirazione della Russia a restare per sempre “putiniana”. Nel frattempo la società si è impoverita, ma i settori più vulnerabili non si sono rivolti all’opposizione antisistema, la cui proposta di deregulation sembra strizzare l’occhio più ai vincenti che ai perdenti nella lotta per la sopravvivenza economica. Tutto questo non sembra un errore di percorso, ma il progetto per una costruzione duratura.

L’ orologio della storia è tornato indietro di mezzo millennio: l’unità delle terre della Rus di Kiev, ricomposta (politicamente, molto meno culturalmente) in un processo secolare, è di nuovo frantumata. Le sezioni occidentali, quelle che ancoravano la grande zattera bicontientale al mondo latino, vengono attratte ad Ovest, il resto si riscopre asiatico: “La nostra cultura politica” dice l’analista del Carnegie Institute Dmitrij Trenin, “è più asiatica che europea. Non c’è niente di sbagliato in questo. Non bisogna vergognarsi dei propri genitori: “nostro padre è un’Orda e nostra madre è una donna bizantina.”. Si può discutere se questa deriva fosse inevitabile: che un Occidente a sua volta in grave travaglio abbia fatto tutto il possibile per accelerarla è invece un fatto.

Nella festa del 9 maggio si intersecano, quindi, quasi tutti i motivi di rivendicazione dell’ orgoglio e della diversità russe di fonte ad ex alleati la cui retorica si muove a sua volta, ma nel senso esattamente opposto: legittimare il “blocco continentale” a trazione tedesca della UE e l’alleanza transatlantica sminuendo e infangando l’ enorme sacrificio sovietico nella lotta al nazismo. L’attenzione di Putin per questo problema rasenta l’ossessione. Il Presidente russo ha firmato un articolo sulle cause della seconda guerra mondiale: il tema è  stato poi sviluppato da uno stretto collaboratore, Vladimir Medinsky, in un volume edito recentemente anche in Italia: Miti e Contromiti, esplicitamente destinato a confutare il “negazionismo” europeo e l’equiparazione fra nazismo e comunismo teorizzata nei documenti approvati a Strasburgo.

Gli europei hanno un bel denunciare l’“uso politico della storia” (come se le “risoluzioni” dell’Europarlamento non fossero materiale uguale e contrario): l’unica cosa sensata da fare è prendere atto del fatto che abbiamo a che fare con due visioni del mondo antitetiche, ciascuna delle quali basata su una miscela di verità e mistificazioni, facenti capo a sistemi che ormai si definiscono sulla base di una reciproca contrapposizione. Preferire l’uno o l’ altro è questione di gusti sui quali, come noto, non è lecito discutere.

La Russia è diversa, oggi più che mai, e questa festa racchiude tanti motivi di diversità. Lo storico socialista Kara Murza la mette così: “Proteggendo l’obelisco solitario della Vittoria, che si eleva nel deserto dell’incoscienza, dalla profanazione, proteggiamo non solo il nostro passato, ma anche il nostro futuro. Fintanto che ricordiamo nessuno potrà distruggerci”.

Marco Bordoni

fondatore e animatore del canale Telegram “La mia Russia”

 

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