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PERCHÈ NAVALNY NON È GARIBALDI

di Luigi De Biase     Per sostenere la campagna di Aleksey Navalny, gli Stati Uniti e l’Unione Europea sembrano disposti a usare tutti gli strumenti che l’Occidente ha elaborato in quarant’anni di Guerra Fredda e negli ultimi dieci di contrapposizione con la Russia, dalle sanzioni economiche al Premio Nobel per la Pace, passando attraverso le pressioni della stampa, il che riguarda anche il nostro Paese, almeno a giudicare da due importanti pezzi di opinione pubblicati negli ultimi giorni dal Corriere della Sera. Prima Aldo Cazzullo ha paragonato Navalny a Mazzini e Garibaldi, notando peraltro che la sua vicenda ancora “non accende l’emozione del mondo”. Poi Beppe Severgnini ha invitato in modo ancora più esplicito la classe politica italiana ad assumere una posizione netta sul caso Navalny.

Questi sforzi, seppure ragionevoli, si scontrano con un dato di cui sarebbe bene tenere conto: i russi non vogliono Navalny. La tendenza emerge in tutti i sondaggi dell’istituto di ricerca Levada. Da settembre a gennaio la percentuale di cittadini che dice di approvare le azioni di Navalny è scesa dal 20 al 19%, e quella che le disapprova è passata dal 50 al 56. Nello stesso periodo l’opinione su Navalny è migliorata presso il 9% della popolazione, ma è peggiorata presso il 19. Il 51% è indifferente al suo ritorno in patria, e per il 25 la decisione di tornare è stata un errore.

Ma la risposta più significativa riguarda l’avvelenamento. In Europa l’ipotesi che sia stato il Cremlino a ordinare di uccidere Navalny è considerata vera e indiscutibile. In Russia soltanto il 15% accetta questa versione: vuol dire che persino fra i suoi sostenitori qualcuno nutre dubbi. Il 30% pensa che la storia sia finta, il 19 che Navalny sia vittima di servizi segreti stranieri, e il 6% che il complotto sia stato ordito dai suoi stessi alleati.

Come spiegare i sentimenti negativi della Russia nei confronti di Navalny? Il giudizio è dovuto in parte al trattamento che questi ha ricevuto in particolare negli ultimi mesi dalle autorità e dai grandi media di Stato, ma sarebbe un errore pensare che l’opinione dei russi dipenda totalmente dalla Tv pubblica, o peggio ancora, che essi non siano in grado di esprimere preferenze. Una buona lettura per interpretare Navalny è il documento diffuso nel fine settimana da Grigory Yavlinsky. Yavlinsky è una figura di riferimento per il pensiero liberale russo: trent’anni fa ha fondato il partito Yabloko, attraverso il quale sono passate le principali figure dell’opposizione, Navalny compreso.

Il testo è intitolato “Senza putinismo e senza populismo” ed è un atto di accusa esplicito nei confronti della strategia di Navalny. Secondo Yavlinksy, i suoi metodi non hanno portato ad alcun risultato pratico, perché i politici che ha denunciato con le inchieste anti corruzione sono ancora al loro posto con i loro soldi, ma hanno incitato quel “tipo primitivo di discordia sociale” che cova nella società. “Il populismo politico degenera sempre più spesso nel nazionalismo e sfocia in scontri violenti”, sostiene Yavlinsky. È una deriva globale che rischia di travolgere anche la Russia, ed è Navalny ad averla innescata. Per superare putinismo e populismo, i liberali devono imparare a vincere secondo le regole. Sarà una battaglia complessa, dice sempre Yavlinsky, ma è più intelligente che scontrarsi nelle piazze con i poliziotti in tenuta antisommossa.

L’assenza quasi totale di sostegno popolare e le critiche che emergono negli ambienti liberali, proprio quelli ai quali Navalny si rivolge, non possono essere usati per giustificare atti brutali o illegali contro l’opposizione. Ma dovrebbero spingere l’Europa a considerazioni più prudenti su quel che avviene in Russia.

di Luigi De Biase

Giornalista del Tg5 e collaboratore di diverse altre testate,  grande conoscitore della Russia e delle sue dinamiche. È anche autore della newsletter Volga.

 

 

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