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NIENTE GUERRA, LASCIAMO FARE AL CAOS

di Lawrence d’Arabia       Nessuna terza Guerra Mondiale per Formosa “anytime soon”. Quando lavoravo per l’intelligence britannica cercavo di raccontare ai comandi militari le cose come stavano. Ora pare che i servizi informazioni del mondo non facciano altro che fabbricare finte realtà in combutta coi politici: dal canto mio appena ebbi sentore che le cose si stessero mettendo così, diedi le dimissioni. “Enough is enough!” pensai, ma qui il troppo sembra non stroppiare mai. Mi sanno spiegare lorsignori perché mai la Repubblica Popolare Cinese dovrebbe invadere la Repubblica di Cina quando può tranquillamente colonizzarla economicamente? Ragioniamo un attimo. La Cina è un paese di figli unici, restio quindi a sacrificarli in battaglia. Una quota parte dei cinesi ha intravisto finalmente il benessere dopo millenni di miseria, il resto ha realistiche possibilità di intravederlo: in entrambi i casi si tratta di gente che preferisce dedicarsi a goderselo o a conquistarselo.

Alla truppa si può raccontare che saranno tutti a casa per Natale (o per il Capodanno Cinese) dimenticandoti di specificare di quale anno, gli ufficiali non aspettano che una bella guerra per accrescere il proprio potere e prestigio, e gli industriali per guadagnare da ricche commesse, eppure i pianificatori politici dovrebbero ben sapere che una guerra per Formosa sarebbe dispendiosa, lunga, combattuta da forze armate prive di esperienza. Se non erro è dai tardi anni Settanta che la Cina Popolare non incrocia le armi con qualcuno, e quella volta perse contro il piccolo Vietnam, molto più povero e malarmato della Repubblica di Cina di oggi e senza il mare di mezzo. Potreste obiettarmi che dovrebbero ben saperlo come i nostri, che pure ci spedirono in trincea nel 1915. Il punto è che i cinesi di oggi sono diversi dai miei compatrioti di ieri: non ragionano dall’oggi al domani, ma su archi plurisecolari e plurimillenari. Sanno aspettare la silenziosa colonizzazione economica di Formosa, non hanno nessun reale interesse a una guerra anfibia strategicamente e tatticamente tremenda da combattere, con un esercito forse non troppo motivato e contro milioni di locali per nulla entusiasti di farsi annettere. Di peggio, la Cina rischierebbe di trovarsi contro il mondo, inclusi Giappone, Corea e Stati Uniti che sono proprio tra i suoi partner commerciali. Per quanto i nazionalisti di Pechino possano credere alla loro stessa propaganda, quella cinese è e resta tale: una sana dose di nazionalismo che non guasta mai per legittimarsi internamente. Attenzione che a credere alla nostra stessa propaganda sull’imminente Pericolo Giallo potremmo essere anche noi.

Se una guerra per Formosa è fantascienza, cioè qualcosa con una pur minima base di realtà, ecco che una guerra cinese per la Siberia è follia. Attaccare una potenza nucleare per prendersi le materie prime che quest’ultima vende alla Cina ad un prezzo che è praticamente la Cina a decidere. Sempre come se ai rossi che governano a Pechino mancassero avversari pronti all’uso. È da trent’anni che gli studiosi nordamericani prevedono collisioni e scontri di civiltà tra russi e cinesi in Asia Centrale. Io, in qualità di defunto, posso pazientare sino al Giorno del Giudizio, ma il tempo limitato di voi viventi andrebbe speso meglio. È ovvio che tra Russi e Cinesi vi siano diffidenze e che i popoli, e i rispettivi ambienti nazionalisti, non si amino. Gli imperi sono macchine complesse, polifoniche e diffidenti l’un dell’altro. Peccato che in Europa e negli Stati Uniti li si descriva come semplici monoliti: parlavamo di credere alla propria propaganda.

Ma se quindi la Turchia rimane un nostro alleato – per quanto problematico – e i cinesi per nulla interessati a suicidarsi in guerra nel nostro interesse, che ci resta da fare? Intendiamoci: la guerra è una cosa utilissima per nostra causa e per quella dei nostri amici di Washington. Il punto è che una cosa troppo utile per rincorrere quelle che non ci sono! Le guerre vanno cercate là dove sono belle e pronte e dove non serve inventarsele: nei cimiteri. Quale cimitero migliore per gli imperi del caro, vecchio Afghanistan? Ci siamo rotti le ossa parecchie volte su quei monti ma la nostra esperienza non è servita a chi è venuto dopo di noi. Devo dire che finalmente gli Stati Uniti provano a introdurre una strategia che approvo: lasciare che il caos faccia il proprio corso e che siano gli altri a sbrogliarsela, magari lasciandoci le penne nel tentativo.

I guerriglieri islamici che stanno per rientrare a Kabul leveranno il sonno ai persiani, ai russi, ai cinesi. Qualcun altro proverà ad usarli contro i propri nemici o per i propri scopi: i turchi, i nostri ex sudditi musulmani della valle dell’Indo contro i nostri ex sudditi indù di New Delhi, ma soprattutto gli stessi americani contro tutti. Non si possono davvero controllare le montagne, le pietraie e i deserti dell’Afghanistan, questo i nostri amici americani lo hanno capito: ma quel che vale per loro vale per gli altri. Certe volte il segreto della strategia è non agire, oppure usare la strategia del più debole, calcolando però di avere il tempo dalla propria parte. Invece di fiumi di inchiostro di teorici e burocrati strapagati e chiusi in qualche grattacielo in Virginia, basterebbe spendere pochi dollari per comprare una copia del mio “Sette pilastri della Saggezza” o dello Sun Tzu.

Ten. Col. Thomas Edward Lawrence, detto “Lawrence d’Arabia”

 

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